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Twin Peaks: la parola allo spettatore

Twin Peaks: la parola allo spettatore

Il 2020 nel futuro lo ricorderemo come l’anno delle grandi crisi, sicuramente un giorno racconteremo alle generazioni future che per circa tre settimane siamo rimasti a casa perché una Pandemia globale chiamata Covid19 si è sviluppata in molti paesi del mondo tra cui l’ Italia.

La redazione di Dedalo, in questo periodo di reclusione vuole contribuire alla promozione della cultura, il 10 Marzo avevamo consigliato i libri classici da riscoprire durante la quarantena (link: https://www.dedalomedia.com/2020/03/10/8-classici-da-recuperare-in-quarantena/?fbclid=IwAR0zQAj8jbWixtIXULdxwrP-DSPAHvE9V6WCj3pS68iJU_dgqo7jYucNc6g ). Oggi invece parliamo di Serie Tv, in particolare di Twin Peaks. A raccontarci le loro impressioni questa volta saranno gli spettatori che abbiamo intervistato: Sofia, Teresa e Tommaso.

I segreti di Twin Peaks, o più semplicemente Twin Peaks è una serie Cult statunitense ideata da David Lynch e Mark Frost. Le prime due stagioni furono trasmesse negli Stati Uniti d’America dal canale televisivo ABC tra l’8 Aprile 1990 e il 10 Giugno 1991. Molte serie successive l’hanno considerata come iniziatrice di un nuovo genere cinematografico che unisce il mondo reale al confine dell’immaginario onirico. Nel corso degli anni si è parlato molto di David Lynch, uno dei creatori e registi della serie, in quanto questo lavoro rappresentava, vista la sua vasta produzione, in linea con le opere precedenti, ma non del tutto collocabile in un determinato genere cinematografico. La terza stagione di Twin Peaks definita spesso come “Il ritorno” è apparsa sugli schermi statunitensi nel 2017, ambientato 25 anni dopo la fine della seconda stagione.

Per parlare di questa serie abbiamo scelto, di dare la voce allo spettatore e di raccontarci cosa Twin Peaks ha significato per loro e se consigliano la visione di questo telefilm.

Sofia

L’attrazione verso il mistero ci contraddistingue un po’ a tutti, ma c’è chi del mistero ne sente il vero e proprio bisogno e chi si nutre di misticità sa cosa significa amare Twin Peaks. Il capolavoro di Lynch ti entra in testa e non ti esce più e basta guardarlo la prima volta per far sì che ogni riferimento ad esso sia totalmente automatico, tanto è intensa e forte la sua energia. Disturba e incanta allo stesso tempo, un mix di emozioni che esplodono nella testa e nel corpo facendolo vibrare e lasciando un segno che non può andarsene, un fuoco che non si spegnerà mai. Lo stesso fuoco che ha guidato Laura nei meandri della Loggia Nera, mentre in sottofondo echeggiava la frase “Fuoco cammina con me”.

Teresa

Una vera e propria opera d’arte firmata David Lynch, che ti trasporta in una dimensione illogica, ironica e inaspettata.

Punti chiave della serie sono certamente la sigla, scelta precisamente da Lynch e composta da Angelo Badalamenti che rievoca al meglio il mistero della serie. In secondo luogo i paesaggi enigmatici e naturali che fanno da cornice perfetta alle vicissitudini della storia.

Inizialmente la serie appariva strana e insensata siamo sottoposti alle solite vicende d’amore, alla solita regia e alle solite colonne sonore. Proseguendo la visione invece notiamo l’originalità nelle riprese, nei copioni e nella caratterizzazione dei personaggi. Credo che  quest’ultimo sia un aspetto fondamentale della serie: mi ha colpito molto l’autenticità dei personaggi, e la volontà del regista di rappresentare al massimo le emozioni: dallo sconforto alla paura, all’amore. (Un esempio il terrore negli occhi della madre di Laura e l’urlo al telefono alla notizia della sua morte, il pianto di Bobby nell’ ufficio dello sceriffo all’inizio della terza stagione.)

Nonostante non sia l’obiettivo principale della serie,  la maggior parte delle scene della seconda e della terza stagione mi hanno letteralmente atterrito e spaventato molto, non so  il motivo, ma alcune scene  sono talmente strane, enigmatiche e inquietanti che spesso dovevo stoppare l’episodio per qualche secondo. Solo al ricordo di quegli episodi mi viene in mente l’assurdità di alcune scene, le parole e i dialoghi tra i personaggi che sembrano non avere una logica, mettendo in soggezione lo spettatore. E’ un esempio della genialità di David Lynch e la sua conoscenza della psicologia e dell’inconscio. Mi sento di dire che sono stata trasportata  in un’altra dimensione, dove il tempo svanisce e nulla ha più una logica.

Personaggi preferiti in assoluto sono senza dubbio Audrey, con la sua furbizia e sensualità, e Bobby, un personaggio che ho rivalutato nella terza stagione, che ho scoperto essere dotato di una sensibilità e timidezza insospettabili nelle prime due stagioni.Consiglio a chiunque di guardare la serie, ho imparato ad apprendere la filosofia di Lynch ad affezionarmi ai personaggi, a diventare la migliore amica e consigliera di Laura e a far parte di una comunità cosi ravvicinata come quella  degli abitanti di Twin Peaks.

Tommaso

Se il mondo potesse dividersi in categorie assolutamente reali, se l’uomo potesse tracciare linee di demarcazione fra cosa non è e cosa è, uno di questi confini sarebbe quello che separa l’arte dalla non-arte, qualunque cosa significhi; e uno dei criteri che determinerebbero l’appartenenza ad una di queste due categorie sarebbe l’effetto che l’esperienza di un opera da parte di un soggetto provoca sull’ opera stessa. Una mela si mangia, un foglio di carta si usa, il motore di una macchina lavora per chilometri e poi si ferma; ma una statua, come un quadro e come un film, non si consumano con gli occhi. Un libro può consumarsi passando di mano in mano, ma l’opera d’arte non è la rilegatura né la carta su cui è scritto, bensì le parole e il loro ordine sono la vera creazione originale. Di più, quando si fa esperienza di un’opera d’arte essa cresce di volume, permea la tua mente, il tuo linguaggio, ti avvolge con i suoi significati, cominci ad imitarla: essa ti fa conoscere un certo mondo, ossia ti educa e ti cambia. Un doppio legame ci lega quindi all’arte, noi la apprezziamo e lei attraverso noi si riproduce e s’ingrandisce ad ogni parola che le dedichiamo.
Questo criterio mi sembra più vero che mai con Twin Peaks, che con i suoi diners, le tazze piene di damn good coffee, gli sceriffi buoni e ingenui, i serial killers e i concorsi di bellezza ci introduce alla famosa America rurale. Quando l’FBI, rappresentata dall’eccentrico agente speciale Dale Cooper, entra, meglio, scopre la cittadina di Twin Peaks nel primo episodio, anche noi siamo onorati di farne conoscenza. Twin Peaks, WA è il non-luogo in cui riemergono i contenuti rimossi di un popolo, che solo le menti geniali degli autori David Lynch e Mark Frost potevano trasformare in discorso, con la stessa funzione di un mito raccontato in una caverna. Questi contenuti sono la persecuzione dei nativi americani, la cui eredità vive nel vice-sceriffo Hawk, il dramma edipico della famiglia borghese, la piaga dei serial killer e, nella magnifica terza stagione (ma non pensate che si concentri solo su questo), lo scontro fra tradizione e innovazione. I temi, realissimi, diventano miti per mezzo dello spirito del popolo americano: non stiamo infatti parlando delle battaglie contro gli indiani, degli omicidi e delle persone ammazzate (dei nomi degli assassini e delle vittime), dei casi di violenza domestica; piuttosto quando guardiamo Twin Peaks possiamo conoscere come la storia si è depositata nell’inconscio degli americani, quali tracce ha lasciato. Come i detective della serie entriamo in una caverna (nella serie, la Caverna dei gufi, che apparentemente non è niente di più di un’attrazione turistica, ma che si rivela essere luogo ancestrale e mistico) per arrivare al cuore dei complessi del popolo americano.
Lo stacco fra la realtà oggettiva e il modo in cui viene percepita, dal singolo o dal gruppo, è il problema più grande della storia; da lì tutte le altre incomprensioni che governano le nostre vite. È questo l’aspetto più affascinante, disturbante, perverso e originale di Twin Peaks: trasmette costantemente l’impressione che il significato della realtà ci sfugga. Lynch e Frost sembrano suggerire un atteggiamento verso la vita: mai smettere di cercare i pezzi del puzzle, consapevoli che il quadro non potrà mai essere afferrato nella sua interezza.

Dunque se non l’avete ancora visto correte a recuperare questa serie. La potete trovare anche su Sky Box!

Articolo a cura di: Chiara Frisone, Sofia Giannettoni, Teresa Giachetti e Tommaso Giachetti.

Posted by Chiara Frisone in Cinema e Serie Tv