Teatro

Una fatiscente città di morte – Die Tote Stadt

Una fatiscente città di morte – Die Tote Stadt

Du weißt, dass ich in Brügge blieb,
um allein zu sein mit meiner Toten.
Die tote Frau, die tote Stadt
flossen zu geheimnisvollem Gleichnis

Tu certo sai che rimasi a Bruges
per restare solo con la mia morta.
La donna morta, la città morta
scorrevano in una misteriosa somiglianza.

Un ampio baldacchino bianco, spettrale copertura dei mali del mondo. Una stanza disabitata da lungo tempo. Uno scrigno trasparente che custodisce una treccia di capelli dorati. Una porta  misteriosa sulla sinistra e un grande televisore.

Si apre così Die Tote Stadt, la città mortaopera composta nel 1920 da Erich Wolfgang Korngold e messa in scena, per la prima volta in assoluto, al Teatro alla Scala

Definito da Mahler «un genio musicale», Korngold, ebreo di Moravia (oggi Repubblica Ceca), a 11 anni stupisce la corte dell’imperatore asburgico Francesco Giuseppe. Acclamato come nuovo Mozart, a 19 anni è  compositore d’opera e direttore d’orchestra nei più grandi teatri. Vent’anni  di successi musicali in Europa e nel 1935 viene chiamato in America dalla Paramount e dalla Warner Bros. Sfugge così al nascente nazismo e compone le prime colonne sonore della storia del cinema. Vincerà due Oscar decretando  per sempre la fondamentale importanza della composizione musicale nei film. 

Non è dunque un caso se Die tote Stadt è un’opera completamente e profondamente “cinematografica”. La musica è al servizio dell’azione scenica, esalta le entrate dei personaggi, commuove ed emoziona. Cresce e si spegne come un mare in tempesta, in un’atmosfera che unisce la realtà al sogno

Il direttore Alan Gilbert è magnifico e riesce a trasformare le difficoltà delle armonie di una musica dagli equilibri estremamente complessi in un trionfo suggestivo di bellezza, aiutato da un cast in stato di grazia. Il tenore Klaus Florian Vogt interpreta con sicurezza Paul, un uomo che vive in eterno culto e venerazione della defunta moglie Marie, per la quale ha costruito «un tempio di ciò che è stato», una camera della casa eletta a santuario, dove ha mantenuto e conservato tutto ciò che gli ricorda la sua amata scomparsa. Cimeli e fotografie, un liuto e una treccia dei suoi capelli, mantenuti come reliquie in uno scrigno di vetro, un grande ritratto di quando era in vita, qui rappresentato come un video proiettato all’infinito su un grande schermo. Tutta la sua vita è un continuo rimando a ricordi del passato, sempre a contatto col mondo dei morti, dimentico dei vivi. 

Un giorno però, lungo la riva di un fiume di Bruges, la città morta del titolo, Paul ha una visione che lo sconvolge: riflessa nell’acqua vede una donna che sembra Marie reincarnata. La giovane è Marietta, ballerina di Lille. La soprano Asmik Grigorian, artista dalla vocalità ricca di armonici, graffiante a tratti nel carisma e nella disinvoltura, fa di Marietta una fascinosissima femme fatale, perfetta resa del ruolo come pensato e scritto.

Il visionario regista Graham Vick regala una regia spietata nelle immagini, prendendosi dei rischi, ma evitando di cadere in banali scene persuasive. Il grande drappo bianco che copre la scena, un «baldacchino ondeggiante», riproduzione visiva e fisica di quel velo di Maya che obnubila le menti degli uomini, è solo all’apparenza semplice. Nella realtà dei fatti è un involucro che nasconde un mondo dove a trionfare è il piacere carnale, fatto di danze tribali di ballerini che non temono di mostrare le loro forme e di lasciarsi andare ad un piacere sfrenato e, quasi, orgiastico. Una realtà rappresentata da una città decadente, morta nell’anima, abbandonata a se stessa, dove ognuno fa quello che vuole, senza badare a leggi o costumi.

Una città dove iniziano a vedersi soldati in uniforme, con fasce rosse sul braccio. Una visione apocalittica del mondo, che esplode nell’atto finale nella grandiosa immagine della processione religiosa. 

Un coro di bambini fuori scena, solo intravisti nella penombra attraverso un angolo di drappo alzato,  invoca a gran voce Oh mio adorato salvatore, preghiera di conforto e redenzione.

Il velo resta abbassato in lunghi attimi di tensione e attesa, fino a essere definitivamente sollevato in una visione di puro terrore. Il corteo porta infatti in trionfo un teschio incoronato di spade luminose, idolo della morte, elevata  a nuovo dio. Sullo sfondo un gruppo di uomini in larghe palandrane a righe, vengono scortati da soldati in divisa, trionfo di un’umanità dedita ormai solo alla guerra e alla desolazione, come se Die Tote Stadt fosse in qualche modo e all’insaputa dell’autore stesso, premonitrice dell’immediato futuro di totalitarismo e di guerra. Ipotesi  registica forse azzardata , ma senza dubbio suggestiva.

E come in ogni film che si rispetti, non manca il colpo di scena finale. La visione disappare, il velo si squarcia: è stato tutto un sogno, o meglio un incubo, del protagonista, «un sogno di amara realtà», un illusione che ne annienta un’altra, più nobile, quella di poter ritrovare la gioia e tornare nuovamente ad amare.

Perché, come rivela Paul nella sua aria finale, « i morti mandano sogni del genere quando viviamo troppo con loro e in loro ». Comprende che la vita è disgiunta dalla morte, « voglio… voglio provarci » , e decide di abbandonare la città morta per cominciare un nuovo viaggio, per vivere davvero. 

La scenografia di fondo si alza lentamente, facendo vedere l’ossatura delle quinte con tutti i suoi argani e i suoi sostegni, mentre cala il sipario, in un quadro maestoso e fatiscente, nella speranza di vedere una nuova luce.

Voto: 9/10

Posted by Edoardo Maione in Arte
L’ultima, bellissima Carrozzeria Orfeo

L’ultima, bellissima Carrozzeria Orfeo

ATTO III – Thanks for vaselina regia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi

È possibile esportare Marijuana dall’Italia al Messico? Questo l’obiettivo che si fissano i due amici Fil, cinico-disilluso, e Charlie, determinato animalista e difensore dei diritti civili, trasformando il loro piccolo appartamento in un laboratorio dove coltivare grandi quantitativi di Marijuana. Il loro piano per tentare il colpo della vita nasce dopo che gli Stati Uniti d’America decidono di bombardare il Messico, distruggendo tutte le piantagioni di droga con il pretesto di «esportare» la propria democrazia.

Su questo pretesto surreale si fonda la trama di Thanks for vaselina, ultimo tassello della Trilogia della Carrozzeria Orfeo, in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano. 

La penna di Gabriele Di Luca regala ancora una volta una storia spinta all’estremo nei toni e nello stile, capace di sorprendere e divertire, di emozionare e far riflettere. Non è facile riuscire a realizzare tre testi così particolari e grotteschi senza cadere nella ripetitività o nella noia di gag già viste e prevedibili. Anche in questo caso, però, lo spettacolo brilla di una cristallina ironia, una travolgente originalità che non può che essere apprezzata e applaudita.

Le immagini sono evocative, di apparente semplicità, ma complesse per le dinamiche psicologiche che intercorrono tra i personaggi. Un’armonia simulata, pronta ad esplodere in ogni momento, che culmina nel dirompente monologo finale di Fil, bellezza sopraffina per una conclusione perfetta

Il dialogo gioca gran parte dell’azione, ininterrotto e continuo, di tutti i protagonisti in scena, che svelano a poco a poco, le loro reali intenzioni, i loro desideri e bramosie. Personaggi che levano le loro maschere, annullano le ipocrisie, rivelandosi nei loro istinti più profondi e selvaggi. Un mondo dove non c’è spazio per speranza o redenzione, ma solo per egoismo e guadagno.

Eppure un modo per uscire da questo circolo vizioso c’è, una soluzione appare, quasi come un segno del destino. 

Una grande e grossa donna, Wanda, entra nelle vite di Fil e Charlie, e le sconvolge. Sarà lei a portare a compimento la trama, lei il deus ex machina capace di trasformare Fil da delinquente a uomo onesto. L’«obesa» Wanda,  a metà tra la Venere di Willendorf e la Donna cannone di De Gregori, la «balena» Wanda che tutti prendono in giro e sbeffeggiano, l’innocente e pura Wanda, ingenua e ancora bambina nell’animo, ultima speranza di un mondo corrotto e putrefatto. 

Thanks for vaselina è l’apice di tutta la trilogia, lo spettacolo che segna la fine ma anche l’inizio di tutte le precedenti storie. 

Perché la speranza di un cambiamento è più viva che mai, la rabbia si tramuta in amore. E una nuova speranza abbraccia il cuore, per uscire dall’infernale vortice della corruzione e dell’abbrutimento dell’uomo. 

Affacciarsi alla finestra, confidando infin di riveder le stelle.

Voto: 8.5/10

P.S. A settembre è prevista l’uscita del film ispirato a questo spettacolo, con la regia dello stesso Gabriele Di Luca e con Luca Zingaretti nel cast. A seguire possibili aggiornamenti. Stay tuned 

In questa serie:

Cous Cous Klan

Animali da bar

Posted by Edoardo Maione in Arte
Una vita al bar

Una vita al bar

ATTO II –  Animali da bar regia di Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti

Una barista incinta, che affitta il suo utero a una coppia sposata, dove il marito, buddista e melariano (mangia infatti per scelta solo e soltanto mele che siano cadute dall’albero), viene picchiato ogni giorno dalla moglie. Uno scrittore, con un perenne blocco per la scrittura, passa le sue giornate a bere e a insultare la vita e l’universo intero. Uno scassinatore depresso che, in quanto depresso, non fa altro che deprimersi tutto il giorno. Un proprietario di pompe funebri per animali di piccola taglia, che organizza le cremazioni e i funerali per cavie e criceti dei padroni in lutto. Un vecchio, proprietario del bar, burbero, volgare, razzista, guarda tutti dall’alto della sua camera sopra al locale, o meglio, comunica con loro attraverso una radiolina, senza scendere o farsi mai vedere, per non mischiarsi «con le miserie del mondo». Una selezione varia e particolareggiata di esemplari umani unici, con i quali confrontarsi, contemplandoli nel loro “habitat naturale”, un minuscolo ecosistema fatto di birre e banconi trasandati.

Animali da bar è una vera e propria esposizione umana, che il drammaturgo e regista Gabriele Di Luca, mostra con spietata ironia, sottolineando la meschinità di uomini intenti a passare la propria vita in un bar dei bassifondi, in una perpetua paralisi che impedisce loro di liberarsi e vivere. 

Lo spettacolo costituisce il secondo capitolo della Trilogia della Carrozzeria Orfeo in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano, e continua il viaggio all’interno della psiche e delle dinamiche umane, con la consueta dose di tragica ironia, marchio di fabbrica della compagnia friulana. 

Ancora una volta viene affermata un’umanità sospesa tra la realtà e il sogno, dove i personaggi, paradossali e grotteschi, si limitano a sopravvivere all’interno di una realtà indifferente a loro, che li rigetta e li lascia abbandonati a una noiosa e volgare routine.  Nonostante un inizio che fatica a decollare e a trovare una via netta e incisiva, Di Luca riesce a tenere in mano le fila di un intreccio costellato di sorprese e cambi di ritmo. L’opera, infatti, con le sue imperfezioni, trova il punto di forza nel racconto di un’assurda e triste vicenda umana, capace di commuovere e spiazzare. Bandita ogni sorta di intellettualismo, lunghi momenti tragici e riflessivi, fanno da contraltare ed esaltano l’ironia della gran parte delle scene. L’empatia con i personaggi è come un bruciore improvviso, quasi un pugno nello stomaco.

Il bar viene eletto a luogo simbolico dove si ritrovano e  concentrano spaccati di umanità, una società-zoo cruda e feroce, dove tutti sono contro tutti, volano offese, si impreca contro i cinesi, si discute di sesso, violenza, eutanasia, politica. Si vivono sbalzi di umore, si compiono viaggi mentali: ricerca di rifugio da debolezze e delusioni.

I sei “animali”  da bar, illusi e perdenti, aggrappati ai loro piccoli squallidi sogni, ad una speranza che resiste troppo a lungo, combattono nonostante tutto, ma invano. Come quelle erbacce infestanti e velenose che crescono e ricrescono, e non si estirpano mai.

La regia, quasi a non voler risolvere o alterare la situazione, lascia completo spazio agli interpreti, veri e propri narratori interni, che hanno il compito di gestire le loro esistenze, di scegliere il proprio destino, di decidere come concludere le loro personali storie. Pregio assoluto di uno spettacolo che mette in scena, vivo e reale, il riflesso della vita

Voto: 7/10

Prossime repliche:

Teatro Elfo Puccini

24, 25, 26, 27, 28 giugno ore 21

In questa serie:

Cous Cous Klan

Thanks for vaselina

Posted by Edoardo Maione in Arte
Il Cous Cous salverà il mondo

Il Cous Cous salverà il mondo

ATTO I – Cous Cous Klan regia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi

In un futuro, neanche troppo lontano,  l’acqua è stata privatizzata. Ogni fiume o sorgente di tutto il pianeta è sorvegliato da guardie armate che sparano a chiunque tenti di trasgredire le regole, cercando di bere un po’ del prezioso e vitale liquido. La popolazione è fortemente divisa: i ricchi abitano nelle «recinzioni»,  le città recintate da filo spinato, i poveri tentano di sopravvivere al di fuori di queste, combattendo ogni giorno contro la mancanza di cibo e acqua.

Ambientata in un mondo post apocalittico e distopico,  Cous Cous Klan è l’ultima tragicommedia firmata dalla Carrozzeria Orfeo, compagnia nata nel 2007 dai registi Massimiliano Setti e Gabriele Di Luca, anche drammaturgo di tutte le loro produzioni. Lo spettacolo va a comporre il primo tassello di una vera e propria trilogia della commedia umana, tragica ironia dell’esistenza terrena,  in scena fino al 5 luglio al Teatro Elfo Puccini di Milano.

Protagonista è una micro comunità di senzatetto, costretta ad abitare in un parcheggio abbandonato dietro a un cimitero,  dove due roulotte fatiscenti e una vecchia Fiat Punto trasandata e affondata nel terreno, fungono da loro abitazioni.

Nella prima abitano tre fratelli orfani: Caio, ex prete, nichilista e depresso, Achille, sordo e con qualche problema mentale, e Olga, la sorella maggiore con un occhio solo e una benda da pirata. Nell’altra roulotte vive Mezzaluna, compagno di lei, musulmano, immigrato in Italia da dieci anni,  che per sopravvivere seppellisce rifiuti tossici di giorno e lavora come venditore ambulante di notte. 

Il loro è un fragile equilibrio, logorato continuamente da conflitti razziali  a causa soprattutto di Achille, attivo membro, o forse meglio, estimatore,  del Ku Klux Klan,  e da scontri interpersonali per la sopravvivenza.

A tutto questo si aggiunge l’improvviso arrivo di Aldo, un elegante medio borghese, costretto a dormire per strada a causa di un grave problema famigliare, il quale creerà nuovi problemi e contrasti. Ma a sconvolgere definitivamente gli equilibri sarà Nina, giovane donna indomabile, ribelle e imprevedibile, capace di vedere il futuro, allo stesso tempo il più grande dei loro problemi, ma anche soluzione per il loro riscatto finale.

Una commedia brillante, una trama anticonvenzionale per un palco teatrale, una scenografia molto elaborata e curata nei dettagli, che crea un’atmosfera ricca di tensione e realismo. I dialoghi colpiscono per la crudezza e irriverenza, ma risultano fortemente poetici, divertenti e drammatici.  

A rendere pregevole il tutto, è la completa assenza di retorica o moralismo: il mondo che ritrae l’autore Gabriele Di Luca è estremamente reale, ogni personaggio è costruito con minuzia e caratterizzato da tratti esagerati, paradossali e assurdi in alcuni momenti, ma che, a ben guardare, risultano profondamente umani.

La loro vita è un ritratto forte e estremo dell’esistenza, uomini costretti a una dimensione di bestialità, dove a sopravvivere è chi riesce a dominare l’altro, dove vince chi è più forte. Uno specchio deformato di vizi e manie, disperazione e solitudine, sopraffazione e cinismo, che sfocia in un realismo provocatorio e in un divertimento mai fine a se stesso.

La regia, oltremodo attenta a tutto ciò che accade, è pronta a spostarsi da una roulotte all’altra, a fare il fuoco su ogni situazione intima che si crea, senza ostacolarla in alcun modo, ma esaltandola e facendone vedere tutti i dettagli. Uno sguardo acritico e attento, ma allo stesso tempo commosso e paterno.

A tratti si ha però l’impressione di un sovraffollamento di emozioni e situazioni: il ritmo vorticoso della commedia provoca momenti di confusione, che non guastano il clima generale dell’opera, ma generano nello spettatore una sensazione di smarrimento e incertezza. Fortunatamente gli attori riescono sempre a riprendere  presto in mano la situazione, permettendo così di avere una visione chiara della trama fino a fine spettacolo.

Unico altro neo che salta all’occhio è l’irrequietezza nel concludere. Il finale della commedia appare un po’ troppo compresso nella tempistica, quasi a voler a tutti i costi arrivare a un termine, senza rispettare il ritmo generale dell’opera.  Il risultato è un dialogo finale frettoloso, che, seppur molto commovente, lascia l’amaro in bocca per la mancanza di tempo concessa per comprenderlo e apprezzarlo adeguatamente.

Considerazioni inattuali a parte,  si può sicuramente dire che Cous Cous Klan, nome che i protagonisti scelgono per il loro gruppo di ribellione creato per reagire alla situazione avversa della società in cui vivono,  è uno spettacolo emozionante e ben congegnato, in continuo alternarsi fra realtà e assurdo. Con la rara capacità di raccontare storie di uomini che si muovono sul sottile e fragile confine dove tutto può inevitabilmente risolversi o precipitare tragicamente

E questo assolutamente ci basta.

Voto: 8/10

Prossime repliche: 

Teatro Elfo Puccini

18, 19, 20, 21 giugno ore 21

In questa serie:

Animali da bar

Thanks for vaselina

Posted by Edoardo Maione in Arte
Idomeneo: una tragedia greca alla Scala

Idomeneo: una tragedia greca alla Scala

Sollecito tu fosti… ecco il delitto,
Che in te punisce il ciel… Sì, sì, a Nettuno Il figlio, il padre, ed Ilia,
Tre vittime saran su l’ara istessa
Da egual dolor afflitte,
Una dal ferro, e due dal duol trafitte

Una terribile tempesta. Un voto a Nettuno, per salvarsi dal naufragio. Un voto di speranza e libertà. Ma il fato è spietato, iniquo e beffardo. Il suo cieco potere ricade sugli uomini ignari, rendendoli schiavi. Idomeneo, re di Creta, di ritorno dalla guerra che di Troia ha segnato la sconfitta, è una delle tante vittime che il fato vuole mietere. Un «crudo uffizio» ha da compiere: se mai si salverà dai feroci flutti, sacrificherà a Nettuno il primo uomo che incontrerà sulla terra ferma. Questo giura. Si salva. Ma … chi è il primo uomo che incontra sulla proda? Idamante, suo figlio! Subito non lo riconosce: dieci lunghi anni son passati e il ragazzetto si è fatto uomo. Lo uccide, quindi?

Idomeneo è l’opera che segna l’inizio della carriera musicale di Mozart nella lirica, il primo di tanti capolavori. Forse poco nota ai più, rappresenta l’origine di quei temi che contraddistingueranno i più famosi brani del genio di Salisburgo. Sono infatti molte le arie presenti che sembrano introdurre l’eco del futuro stile mozartiano: la risata di Idamante, parte per soprano interpretata quindi oggi da una donna (dalla voce bianca di un castrato nel ‘700) ricorda la risata riecheggiante della Regina della Notte dello Zauberflöte; o ancora, nella cavatina con coro Accogli, oh re del mar  si  iniziano a sentire i toni e i colori del Requiem, vertice assoluto di tutte le sue composizioni.

In scena al Teatro alla Scala, l’opera è affidata al direttore Diego Fasolis, esperto di opere di origine mitologica e di ispirazione tragica greca, che dirige con passione, precisione e forte pathos,raggiungendo appieno la potenza della tragedia. Alla regia Matthias Hartmann firma un nuovo allestimento di dimensioni epiche. L’opera, non essendo molto conosciuta, decolla sulla grandiosità delle scenografie: il palazzo di Idomeneo a Creta è  raffigurato da un’enorme testa di toro, evidente rimando al Minotauro figlio del leggendario re Minosse. Il toro e le sue corna dorate dominano la scena per tutta la durata dell’opera. L’immensa testa si muove in cerchio per ricordare ai cretesi che la vita è un ciclo: chi domina è destinato a cadere, chi gioisce è destinato a soffrire. L’immensa testa di toro, meravigliosa, opprimente presenza, è eletta a simbolo di un fato crudele

Allo stesso tempo però per tutto c’è una soluzione, un deus ex machina che ricorda all’uomo che non bisogna mai soccombere, neppure quando tutto sembra scritto. Nel momento del sacrificio, Ilia si precipita tra le braccia di Idamante, offrendosi come vittima al posto suo. Lei schiava troiana, figlia di Priamo, perché mai vuol salvare Idamante a prezzo della propria vita? Perché lo ama. Idamante è promesso sposo di Elettra, infelice figlia di Agamennone, ma ama, riamato, Ilia. E questo amore, tanto grande da unire un principe greco ad una principessa troiana, ha la forza di sconfiggere il fato. 

Amore è la forza più grande fra gli uomini. La testa di toro si ferma. Il dio Nettuno, impietosito dal gesto puro della giovinetta, spezza il voto di Idomeneo, ad una sola condizione: egli abdicherà in favore del figlio e Ilia, sua vera e unica sposa, sarà regina di Creta. Il feroce ciclo di morte e odio è così spezzato dall’amore e dalla compassione, le potenti armi a disposizione degli uomini per contrastare gli eventi nefasti che il destino riserva.

Un’opera ricca di spunti e ben realizzata. Tra le interpretazioni, spicca senza dubbio la brillante e commovente performance di Federica Lombardi nelle vesti di Elettra. Allieva dell’Accademia della Scala, la giovane soprano italiana affronta con sicurezza il ruolo, elevando il suo personaggio e, quasi, mettendo in ombra gli altri solisti di scena. Unico vero neo il balletto finale che rovina l’atmosfera e la tensione create: la coreografia inelegante e senza senso apparente entra in conflitto con l’impianto scenico, la trama e soprattutto la musica. Un tentativo forse di attualizzazione, mal riuscito. Peccato! Errore evitabile che tuttavia inficia solo parzialmente il giudizio, che è senz’altro positivo per le magnifiche scenografie che donano grande potenza visiva all’opera, forse una delle più particolari proposte di questa stagione.

Voto: 7/10


Posted by Edoardo Maione in Arte