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Spider-Man Life Story #6 – Un bel sogno

Spider-Man Life Story #6 – Un bel sogno

Nel 1962 il quindicenne Peter Parker scelse di ignorare un ladro in fuga, lo stesso che poco dopo avrebbe assassinato il suo amato zio Ben. Nel 2019, Chip Zdarsky e Mark Bagley ci raccontano la fine della sua storia.

Dopo sei mesi di lacrime e sorrisi, Spider-Man Life Story taglia infine il traguardo e ci raggiunge nella contemporaneità, come mostra quel vistoso 2019 che apre la pista alle trenta pagine alle quali è affidato il compito di dare una conclusione al must read fumettistico delll’anno.

«Una fine non è mai facile. Me la immaginò così tanto nella mia testa che non potrà mai soddisfare le mie aspettative», così disse JD nel controverso ultimo episodio di Scrubs, gettando luce sulla maledizione che accomuna tutti i prodotti seriali: maggiore è l’interesse o il consenso verso una data serie, maggiori saranno le dimensioni di quella spada di Damocle costituita dalle aspettative verso il finale.

E com’è, quindi, Spider-Man Life Story 6?

E’ difficile maturare un’opinione che si fermi all’analisi di questo ultimo numero e non vada verso la serie nella sua interezza, ma forse è proprio questo che Spider-Man Life Story 6 intende fare: tirare le somme.

Questo sesto capitolo mette nel frullatore i momenti salienti degli ultimi dieci anni del Ragno e trova perfettamente il suo spazio nei generi che hanno saputo incontrare il gusto del pubblico odierno, dividendosi fra scenari pirotecnici e meraviglioso intimismo, ma la storia non è altro che un pretesto per raccontare un personaggio, e dare a questo un degno addio.

Spider-Man Life Story non è una rivoluzione della narrativa, ma una lettera d’amore di Chip Zdarsky all’Uomo Ragno. «This is just a simple song, to say what you done», come recita la canzone degli Shins; «I told you about all these years, and away they did run».

Come dissi già in precedenza, la sere è l’elegante punta di un iceberg composto da sessant’anni di avventure, che incanala l’amore di tre generazioni di lettori, e di uno scrittore che sembra essere nato appositamente per insegnare (o ricordare) a tutti noi cos’è che fa Spider-Man: salva tutti. Più forte dei mali del mondo, più forte delle scaramucce fra due multinazionali che si contengono i diritti del personaggio; lui semplicemente salva tutti, ad un livello che arriva persino a diventare metanarrativo, insegnando il significato di bontà e di responsabilità a milioni di giovani, diventando letteralmente lo zio Ben di tutti noi.

Peter Parker, nonostante le vesti inedite di un 72enne, è più riconoscibile che mai, e arriva alla conclusione della sua storia con il sorriso sulle labbra, attingendo forza da tutto ciò che ha contribuito a formarlo in questi lunghi anni, tanto le luci quanto le ombre, perché queste insieme fanno la somma dell’eroe che, nelle sue ultime battute, lui stesso riconosce di essere, trovando così la pace.

Pur raccontando una vicenda razionalmente definibile come tragica, una piacevole sensazione di calore resta solida fino alla fine, e neanche per un secondo il numero smette di convincere il lettore che tutto sia andato per il meglio, che quello che si ha fra le mani è un lieto fine, e paradossalmente è la verità.

L’ultima vignetta è, probabilmente, la più importante dai tempi di Amazing Fantasy 15 del 1962, perché mai prima d’ora ci è stato dato modo di osservare un Peter Parker che riesce a perdonare sé stesso, che può ritenere il suo peccato originale estinto e poter così, finalmente, riposare.

Com’è, quindi, Spider-Man Life Story 6?

E’ un fumetto bellissimo, perché è un fumetto di cuore: scritto con il cuore, che si rivolge al cuore dei lettori e che centra il cuore del personaggio. E siccome parliamo di arte grafica e anche l’occhio vuole la sua parte, aggiungo anche un elogio alle matite di Mark Bagley, il quale è probabilmente stato investito in pieno dall’importanza del progetto che gli è stato affidato ed è riuscito quindi a disegnare talmente bene da superare ampiamente i suoi stessi anni d’oro, firmando tavole che, ci scommetto, sono già entrate nella storia.

Non sapendo cos’altro aggiungere senza rischiare di diventare stucchevole, mi spoglio delle vesti di analista e riprendo quelle di appassionato e di amante dell’Uomo Ragno, un po’ eterno Peter Pan, e dico grazie alla Marvel, per aver approvato questo progetto, e a Chip Zdarsky, per aver ricordato a tutti, compreso me, che fare miracoli con questo personaggio è e sarà sempre possibile.

Posted by Francesco Aufiero in Cultura Geek
Spider-Man Life Story #5 – Grandi responsabilità

Spider-Man Life Story #5 – Grandi responsabilità

Nei cinque mesi trascorsi dall’uscita del primo numero di Spider-Man Life Story, il nostro Chip Zdarsky ha fatto molta strada. Reduce di un premio Eisner grazie al meraviglioso Peter Parker: The Spectacular Spider-Man 310 (che meriterebbe di essere approfondito in un articolo a parte) e attualmente al timone di diverse testate, tra cui spicca la fan favorite Daredevil, l’autore canadese si è guadagnato un posto alla Tavola Rotonda degli “architetti” della Casa delle Idee.

La miniserie, nel frattempo, è cresciuta altrettanto, portando la sua esplorazione della storia editoriale Marvel allo sfondamento di una barriera generazionale, la Modern Age, spostando il panorama verso la familiarità dei giovani adulti, i lettori di oggi. In altre parole, noi.

Quindi come aprire la finestra sul nuovo millennio se non con uno dei cliché più ricorrenti della nostra contemporaneità, con l’eroe che, seppellito il suo passato da combattente, passa gli anni della sua senilità prendendosi cura della sua famiglia e spaccando legna, mentre il mondo intorno a lui brucia?

Dopo la pausa di riflessione del numero 4, Spider-Man Life Story torna a parlare di guerra. Chip Zdarsky mescola attentamente le storie da cui prende spunto, creando una brillante finestra sulla reale America dei primi anni dieci: l’attentato dell’11 settembre, parallelamente a quanto insegna la storia americana, diventa il pretesto per l’approvazione dell’Atto di Registrazione dei Superumani, anticamera della celeberrima Civil War, rendendo Tony Stark, neanche in maniera troppo celata, il Bush Jr della Marvel. D’altronde cos’è l’Atto se non un sintomo della diffidenza di un’America sanguinante e spaventata? L’ormai anziano Iron Man fa dell’insicurezza dell’uomo comune la sua forza, spostando l’ira dell’opinione pubblica verso la comunità dei vigilanti, che se da un lato esercitano il loro potere in aiuto del prossimo, dall’altro lo fanno senza nessun controllo. «Who watches the watchmen?»

Che il “nemico” indossi una maschera o un turbante, l’obiettivo di Stark è comunque una militarizzazione a larga scala, che incontra una vera e propria resistenza presso i suoi ex fratelli d’armi, guidati dall’immancabile Capitan America, che per la seconda volta in questa miniserie dichiara guerra ai colori che indossa.

Certo, la questione in ballo è grigia, e la tutela del popolo americano è un’argomentazione valida da parte dei pro-Atto, ma si riduce tutto all’eterno dilemma: conta più la sicurezza o la libertà?

L’ex Spider-Man, dal canto suo, brama il suo lieto fine nel calore famigliare e cerca di tenersi lontano dal conflitto, fino a quando non viene smosso dalla sua stessa figlia, Claire, la quale gli ricorda l’eroe che, in cuor suo, non ha mai dimenticato, e che lei si aspetta torni ad essere. Da un grande potere derivano grandi responsabilità, e quale responsabilità è più grande di quella verso una figlia, nei cui occhi vedi il tuo passato e, contemporaneamente, il futuro di questo mondo?

Il conflitto generazionale fa da protagonista di questo quinto episodio, ma Chip Zdarsky ne rovescia i ruoli: la generazione dei Green Day e degli Oasis rappresenta qui la parte più razionale della società, più diligente, rassegnata verso lo status quo, mentre sono i vecchi a vestire il ruolo dei ribelli, che testardamente puntano i piedi e scelgono la disobbedienza. Interessante è la frase pronunciata da Tony Stark: «Sono solo gli anziani, Pete. Sono loro il problema. I giovani restano in riga. Si sono tutti registrati, per senso del dovere o per paura.»

Così come negli anni 60, questi ragazzini coperti di rughe tornano a fare fronte unito dinanzi ai potenti, pronti a morire per un’idea: guerrieri sì, soldati mai. «I’ve got soul but I’m not a soldier», come recita il motto dei Killers.

Peter Parker, da sempre obiettore di coscienza, abbraccia la causa della resistenza e, indossando nuovamente il costume, lancia un pensiero al mai dimenticato zio Ben prima di affrontare il bullo di turno, come ha fatto per tutta la vita. Il più grande supereroe della terra è tornato.

Il finale di questo capitolo arriva in sordina, quasi inaspettato, accompagnato soltanto dalle parole che il nostro eroe rivolge al suo Capitano: «Siamo entrambi dei vecchi, Cap. Dobbiamo fare ciò che i vecchi fanno, e lasciarci dietro un mondo migliore… prima di andarcene.».

Le basi per il gran finale di questa avventura sono state piazzate.

Posted by Francesco Aufiero in Cultura Geek
Spider-Man Life Story #4 – Una sinfonia dolceamara

Spider-Man Life Story #4 – Una sinfonia dolceamara

L’anno è il 1995. Peter Parker è un uomo sulla cinquantina, separato da sua moglie, che quando non passa il suo tempo a dirigere le ormai colossali Parker Industries si libra fra i tetti di New York City nei panni del vigilante noto come Spider-Man.

È il giro di boa per la miniserie di Chip Zdarsky, che con questo quarto numero sbarca finalmente nei bizzarri anni 90, quegli anni caratterizzati da simbionti e giacche di pelle, da bazooka e grottesca anatomia, ma che nel bene e nel male costituiscono un periodo iconico per il personaggio, anche per merito del nostro Mark Bagley, che qui compie il suo personale viaggio nel tempo e ripercorre le storie dei suoi albori vent’anni dopo, più anziano e maturo come lo stesso personaggio che torna a illustrare. Tuttavia, i 90s di Zdarsky risultano subito molto differenti dal periodo a cui fanno riferimento, sia tematicamente che stilisticamente, complice probabilmente il fatto che il decennio offra una situazione politica e sociale decisamente meno riconoscibile rispetto agli anni che lo precedono e seguono, e questo permette all’autore di allontanare il piede dall’acceleratore e soffermarsi completamente sul protagonista: ci viene finalmente mostrato l’eroe, vediamo lo stupefacente Uomo Ragno che salva civili in pericolo e afferra automobili al volo, e l’incorruttibile Peter Parker, un Bruce Wayne della Marvel, che affronta a viso aperto il rivale in affari Tony Stark e lo intima ad abbandonare la produzione di armi.

Il sapore che resta in bocca durante la lettura di questo numero è difficile da identificare; pescando ancora una volta a piene mani dalla cultura musicale del decennio preso in esame, si potrebbe usare l’espressione Bitter Sweet Symphony. L’autore ci restituisce uno Spider-Man più familiare, seppur brizzolato, di cui ci si può fidare, nonostante viva nel rimpianto e nella perpetua insoddisfazione di ciò che è diventata la sua vita. Dopotutto, che senso ha disporre di un grande potere se le tue responsabilità sono unicamente nei confronti di un’azienda?

«Tryin’ to make ends meet, you’re a slave to money then you die »

Il racconto che leggiamo è sicuramente il più intimo fra i quattro e si prende i suoi lunghi respiri, ma non teme di affrontare quel mastodontico elefante nella stanza che è la seconda Saga del Clone, odi et amo di tutti i lettori del Ragno, la quale ha occupato buona parte degli anni 90 e ha rappresentato un vero spauracchio per le sorti di questo quarto numero. Contro ogni aspettativa, il lavoro di sottrazione compiuto da Zdarsky, che alleggerisce la storia e la riduce all’essenziale, risulta non soltanto piacevole, ma anche perfettamente inserito nell’arco di maturazione del suo Peter Parker, un Peter Parker diverso dal reattivo giovanotto a cui siamo abituati, saggio, stanco, che afferra le premesse della Saga e le reinventa affinché si prestino a realizzare ciò di cui sente il bisogno.

«I need to hear some sounds that recognize the pain in me, yeah

E’ in questo numero, tuttavia, che Spider-Man Life Story presenta la sua prima macchia: se fino ad oggi questa miniserie ha saputo distinguersi per l’audacia con cui ha saputo reinventare tappe iconiche della mitologia dell’Uomo Ragno affinché funzionassero in questa nuova miscela, l’autore ha scelto di inserire in questo quarto capitolo la celebre morte di un noto comprimario, che se nel ’93 rappresentò una freccia al cuore degli appassionati, qui appare come una formalità da sbrigare, senza pathos, in quanto assenti le premesse per percepirlo vista natura stessa della miniserie.

Cionondimeno, è catartico osservare come per tutta la durata del numero si avverta un forte senso di chiusura: le trame vengono (quasi) tutte concluse, nonostante manchino ancora due numeri al termine della corsa, ed è probabile che Zdarsky l’abbia fatto per sottolineare come con questo numero siamo effettivamente davanti alla fine di un’epoca, in quanto, come allora, diciamo addio ad un secolo, addirittura un intero millennio, soluzione che ho trovato deliziosa. Seguendo questo concetto, non mancano i faccia a faccia finali con due dei più iconici nemici di Spider-Man, il Dottor Octopus, che Bagley ci mostra nella sua  versione più terrificante vista finora, e l’immancabile Norman Osborn. Su quest’ultimo in particolare vale la pena soffermarsi: il machiavellico avversario numero uno qui appare nient’altro che patetico, un gracile ottantenne che non ha saputo fare altro se non crogiolarsi nell’odio verso un uomo che negli ultimi trent’anni ha vissuto la propria vita. L’aura di pericolo che l’ha sempre accompagnato scompare, e lo si può notare nella riproduzione della celebre scena dell’aliante, che qui viene semplicemente bloccato da Peter e frantumato a mani nude come fosse di carta, quasi a voler fare da specchio alla debolezza del proprietario, che infatti di lì a poco muore per un attacco di cuore, pronunciando «ti odio» come ultime parole.

«I’ll take you down the only road I’ve ever been down»

L’epilogo, con Peter che sceglie di riprendersi la sua felicità, difficilmente non disegnerà un sorriso sul volto del lettore; un vero e proprio lieto fine per il nostro eroe e i suoi cari, e sarebbe credibile immaginare che la storia possa concludersi qui, non fosse per la triste consapevolezza che questa gioia ovviamente non durerà, ma d’altronde se così non fosse i rimanenti due numeri sarebbero piuttosto noiosi, e Chip Zdarsky, ormai lo sappiamo, non ci fa annoiare mai.

«It’s just I can’t change my violence, melody and violence»

Posted by Francesco Aufiero in Cultura Geek
Spider-Man Life Story #3 – La guerra a casa

Spider-Man Life Story #3 – La guerra a casa

«Qui giace Spider-Man, ucciso dal cacciatore».

Fu con queste parole che, nel lontano 1987, il capolavoro di J.M. De Matteis, L’Ultima Caccia Di Kraven, aggredì i lettori di tutto il mondo.

Gli 80s rappresentarono un periodo essenziale per la crescita del fumetto. È il decennio della Dark Age of Comics e della British Invasion, termine riferito appunto al prominente avvicinamento di autori inglesi all’industria dei comics americani, come Neil Gaiman, Grant Morrison o Alan Moore, ciascuno dei quali contribuì ad una totale reinvenzione della natura del medium: si prediligevano atmosfere cupe e mature, la libertà creativa era ai massimi storici e, parallelamente a quanto accadeva nel cinema, l’approfondimento psicologico era il cuore di ogni storia. E pioggia, tanta, tantissima pioggia.

Fu una sorpresa più che gradita quando anche Spider-Man, tendenzialmente lontano da atmosfere dark, si guadagnò uno spazio su questo Olimpo, lo stesso di  Watchmen e The Dark Kight Returns, grazie a quella che è ancora oggi considerata, con pochissimi obiettori, la miglior storia mai scritta sull’Uomo Ragno.

Con questo terzo numero, Chip Zdarsky firma il mash-up più brillante fatto finora, riuscendo a mescolare abilmente l’impegnativa Ultima Caccia con le altre storie che caratterizzarono il personaggio durante il decennio, ovvero Secret Wars (primo crossover della Marvel Comics) e la mitica saga del costume alieno, senza dimenticare, come in ogni numero, le tensioni politiche e sociali degli anni presi in esame. Torna ancora una volta il tema della guerra, leitmotiv dall’inizio della miniserie, che in questo numero trova finalmente il suo porto, manifestandosi in due incarnazioni: Fredda, realistica e casalinga, e Segreta (dalla già citata Secret Wars), fantascientifica e interplanetaria.

«There’s so many different worlds
So many different suns
And we have just one world
But we live in different ones
».

Così cantava Mark Knopfler in Brothers In Arms, le cui parole prendo in prestito per rappresentare al meglio il rapporto fra micro e macrocosmo di cui vive quest’opera, che mescola le carte e modifica le prospettive, partendo da una lotta per il pianeta Terra e facendo così apparire la nostra guerra, persino se fra americani e sovietici, fratricida.

Peter Parker, che per vent’anni e due numeri ha disperatamente cercato di tenersi lontano dalla guerra, si ritrova catapultato in ben due di esse, fino a realizzare che la guerra più grande l’ha sempre avuta dentro di sé. Dopo tre numeri diventa palese che il personaggio scritto da Chip Zdarsky è fortemente diverso dalla controparte classica; ciò non è solo ovvia conseguenza dell’invecchiamento in “tempo reale”, ma anche e soprattutto del microscopio dell’autore: non ci viene mai mostrato l’Uomo Ragno sotto una veste eroica, non c’è spazio per civili salvati da incendi o borsette recuperate, la serie gira unicamente intorno agli errori e ai dilemmi morali di un melanconico Peter Parker quarantenne, alle prese con la sua guerra personale. Una guerra contro le sue responsabilità, divise fra famiglia, costume e le interessanti Parker Industries; una guerra fra le mura domestiche, verso l’incapacità di gestire un matrimonio in crisi, l’arrivo di due gemelli e una zia May novantenne in piena demenza senile (schiaffo in faccia di una certa violenza ai lettori affezionati), e, soprattutto, una guerra contro se stesso.

Il concetto di lato oscuro, altra tematica chiave degli anni 80, si incarna nel più didascalico che mai costume nero, il quale non ha bisogno di alterare in negativo la personalità di Peter, ma funge da abito a tema per la caratterizzazione di quella che già di per sé non sembra, a conti fatti, una brava persona, bensì un uomo che fatica a esibire il suo lato umano e più e più volte è causa diretta della sofferenza di chi lo ama. Tuttavia, la storia è abile nel giocare con la nostra percezione e non fatica a farci empatizzare con il protagonista quando questo esce sconfitto da una battaglia sul tetto con Kraven il Cacciatore e prega l’avversasio per la sua vita o, per antitesi, quando a un passo dall’essere trascinato nell’abisso, implora la donna che ama di premere il grilletto, e lei, fra la pioggia e le lacrime, lo fa. «Like tears in rain.».

Spider-Man si ritroverà, al termine di questa storia, privato di ogni cosa, solo, ad affrontare i suoi demoni. Morte e rinascita, cadere e rialzarsi, come detta la miglior tradizione supereroistica di quegli anni, seguendo quanto fatto da Frank Miller con Daredevil e da David Micheline con Iron Man; Chip Zdarsky getta le basi di quella che, nei prossimi numeri, dovrà essere una vera e propria ricostruzione di un personaggio che ha toccato il fondo e che non è detto sia disposto a risalire.

Il meraviglioso epilogo ci mostra Kraven mentre, terminata la sua caccia, osserva il calar del sole con malinconia e, dicendo addio alla sua defunta madre, si accinge a togliersi la vita, guidando di nuovo la mente del lettore verso la canzone dei Dire Straits, la cui penultima strofa risuona:

«Now the sun’s gone to hell and
The moon’s riding high
Let me bid you farewell
Every man has to die
».

Poi, il Cacciatore prende il fucile e lentamente se lo porta alla bocca, il tutto gestito con un ritmo al cardiopalma da Mark Bagley, le cui vignette, quasi cinematografiche, sembrano scandite da un immaginario ma assordante battito cardiaco, che non permette all’occhio di staccarsi dalla pagina fino al sorprendente, terrificante cliffhanger finale, confermando, se ce ne fosse stato ancora bisogno, il perfetto inserimento della storia nei canoni che hanno reso gloriosi gli anni 80.

Posted by Francesco Aufiero in Cultura Geek
Spider-Man Life Story #2: The Grand Parade Of Lifeless Packaging

Spider-Man Life Story #2: The Grand Parade Of Lifeless Packaging

Del primo numero di Spider-Man Life Story abbiamo parlato a fondo nel precedente articolo: la storia dell’Uomo Ragno che invecchia davvero ha raccolto i consensi di moltissimi lettori grazie al suo efficace debutto, ed è interessante come metà di questi siano stati messi in discussione dopo l’uscita del peculiare secondo episodio.

Chip Zdarsky raccoglie ciò che ha seminato nelle battute finali del primo capitolo per dar vita a quella che è, ora più visibilmente, una rielaborazione molto personale della mitologia del personaggio.

Ci troviamo nel 1977, al tramonto del decennio. In questa America reimmaginata dall’autore la guerra del Vietnam ancora persevera, attraverso un rimaneggiamento storico-politico che ricorda quanto fatto da Alan Moore nel suo Watchmen: mentre nel capolavoro del 1986 il conflitto trova una prematura quanto sanguinosa conclusione grazie all’abnegazione del Dottor Manhattan (di cui in questo numero troviamo anche una citazione visiva), qui la durata dello stesso viene prolungata dalle azioni di Capitan America, il quale, paradossalmente, ha agito affinché la guerra mietesse meno vite possibile.

Il paese, quindi, ancora sanguina, ma i giovani si sono stancati di gridare: l’America hippie è morta lungo la strada, da qualche parte, uccisa da Nixon e dall’eroina. Ciò che resta è una «grande parata di imballaggi senza vita», citando la canzone dei Genesis di Peter Gabriel, il cui messaggio di denuncia all’alienazione della classe operaia può essere esteso anche all’indolente disillusione della gioventù di ieri, quella che, scappando dalla crescita, le è distrattamente corsa incontro.

«I see no sign of free will», non c’è traccia del libero arbitrio.

È con queste premesse che ritroviamo i nostri protagonisti, il trentenne Peter Parker e sua moglie Gwen Stacy, mentre rendono omaggio alla tomba dell’amico Flash Thompson, deceduto in guerra.

I colori di Frank D’Armata diventano freddi, spenti, come la città che Zdarsky racconta. Gli sfondi semivuoti di Bagley aiutano il lettore ad afferrare l’idea di una New York che si nasconde, spesso in discoteca. Persino quest’ultima viene spogliata della sua veste ludica e vivace, simbolo di quegli anni, fungendo semplicemente da scenario per un’intensa conversazione fra due personaggi, in cui la musica non soffoca le grida e le luci psichedeliche non mascherano le lacrime. Un’atmosfera, insomma, drasticamente diversa dai dettami de La Febbre Del Sabato Sera, che proprio nel ’77 vede la sua uscita nelle sale.

Come nell’episodio precedente, l’immagine iconica dello Spider-Man eroico viene messa da parte a favore di un Peter Parker dalla morale tormentata. Buona parte del numero è composta da dibattiti di natura etica fra il protagonista ed il genio Reed Richards, l’ex Mister Fantastic dei non più esistenti Fantastici Quattro, riguardanti quale debba essere il ruolo del supereroe nella società contemporanea. Questo e altri momenti offrono una panoramica su personaggi classici in vesti inedite, che molto probabilmente getta le basi per diramazioni inaspettate della trama futura, ma la mitologia di Spider-Man deve avere tappe imprescindibili, e i 70 ne presentano una.

La morte di Gwen Stacy è stata indicata dagli storici come la fine della Silver Age of Comics, chiave della maturazione del personaggio di Spider-Man, fungendo da punto di partenza per una nuova era del personaggio, esattamente come la morte dello zio Ben fece alle sue origini.

A Chip Zdarsky spetta qui il difficile compito di raccontare nuovamente questa storia, a distanza di quasi cinquant’anni, mantenendone intatto il dramma ma eludendo il pericoloso effetto flashback, facilmente suscitabile da un’immagine così nitida nelle menti degli appassionati.
Se ci è riuscito è difficile da stabilire, siccome il risultato ha scontentato buona parte dei lettori, ma a molti altri, tra cui il sottoscritto, ha lasciato non pochi spunti di riflessione.

L’evento viene svestito di tutti i suoi elementi iconici: niente battaglia sul ponte, niente caduta, niente snap. Zdarsky sceglie di fondere la Morte di Gwen Stacy con la famigerata Saga del Clone, anch’essa, malgrado molti, storia cardine degli anni Settanta; in questa revisione, i protagonisti scoprono che lo scienziato Miles Warren custodiva in segreto tre cloni in animazione sospesa, tra cui uno di Gwen, che sarebbe poco dopo caduto vittima di un’esplosione. Warren, in preda al dolore, rivela che la Gwen nella vasca di stasi era in realtà l’originale, e che lui, folle d’amore, l’aveva rapita e ibernata, affinché rimanesse sempre con lui. In ascolto, sconvolti, vi sono Peter e sua moglie, il clone di Gwen.

Lo svolgimento della vicenda potrebbe risultare freddo, anche rapido, ma a parer mio vincente per più di un motivo. Il senso di colpa di Spider-Man, il quale nella storia classica dà accidentalmente all’amata il colpo di grazia, spezzandole il collo nel tentativo di salvarla da una caduta mortale, viene qui tradotto in una chiave inaspettata: «Quell’… quell’abominio!» sono le parole con cui Peter si riferisce ai cloni, prima di sapere la verità, spingendo inavvertitamente Harry Osborn, qui nuovo Goblin, a causare l’esplosione del laboratorio, a cui l’eroe assiste quasi con passività. Quando, subito dopo, viene spinto dall’ancora inconsapevole clone di Gwen a cercare di salvare i “creepy experiments”, “disgustosi esperimenti”, così appellati da Peter, a stento guarda il cadavere della donna che amava, trafitto dai pezzi del vetro che la incarcerava, per poi tornare da questo, scoperta la verità, per abbracciare tra le grida e le lacrime lo stesso corpo, il cui peso è ora differente.

Le implicazioni etiche sono persino di maggiore impatto rispetto alla storia classica: è giusto che la rivelazione sul cadavere faccia la differenza fra la noncuranza e il dolore? E il clone di Gwen? Il titolo di Peter Gabriel trova qui un’ancor più macabra lettura. D’altrone, la fabbrica descritta nella canzone non sforna forse esseri umani, confezionati su misura? «La Grande Parata Degli Imballaggi Senza Vita»: la donna che poco prima Peter avrebbe giurato di amare viene istantaneamente privata della sua identità e dei suoi affetti, nonostante potrebbe essere stata lei stessa, il clone, a farlo innamorare e ad unirsi a lui in matrimonio. La storia non ci dice in che momento avviene la sostituzione: forse due anni prima, forse cinque, forse nel 73, anno in cui La notte in cui morì Gwen Stacy viene pubblicata. In ogni caso, in entrambe le versioni alla donna viene negata la possibilità di dire addio all’amato, morendo inconsapevole di ciò che le accade, priva di sensi, ma se nella versione classica lo era da pochi minuti, nella storia di Zdarsky da chissà quanti anni.

Uno scenario che riesce a cogliere alla perfezione l’essenza del cinema distopico di fantascienza degli anni Settanta, quello de La Fuga Di Logan o di Westworld: disperato pessimismo, finale deprimente, la crescente paura verso il progresso e le corporazioni, cloni, e l’irrimediabile patto con il diavolo scientifico. Chip Zdarsky riesce ancora una volta a sposare abilmente la mitologia dell’Uomo Ragno con un sempre più vivo contesto storico e culturale, dando qui vita ad un vero e proprio fumetto di genere, coerente con gli anni raccontati.

Posatasi la polvere della tragedia, a condividere l’epilogo con Peter troviamo Mary Jane Watson, la quale viene brevemente introdotta all’inizio del numero. La resa del personaggio da parte di Zdarsky costituisce un altro elemento che ha incontrato lo scontento dei lettori, i quali accusano l’autore di aver caratterizzato in maniera impropria la mitica Rossa. Anche qui mi ritrovo a spezzare una lancia a favore dello scrittore, suggerendo una differente analisi: per anni MJ ha avuto come caratterizzazione quella della ragazza festaiola della porta accanto, superficiale, sicuramente raggiante ma lontana dalla natura compunta di Peter. La morte di Gwen Stacy segnò il momento in cui si decise a crescere quando, vedendo nel volto dell’amico un dolore più grande di quanto lei potesse immaginare, resistette all’impulso di scappare e gli restò accanto, dando inizio al processo di maturazione che, anni dopo, avrebbe permesso ai due di innamorarsi. Questo momento lo troviamo riproposto qui in maniera identica ma, a differenza della versione classica, Mary Jane ha trent’anni, e l’inizio della sua crescita arriva solo adesso.

“Show, don’t tell”, ed è quanto fa Chip Zdarsky, la cui penna è capace di parlare al lettore sia da dentro che da fuori la vignetta, attraverso un albo che ha saputo condensare in maniera soddisfacente un intero decennio, sia nelle influenze culturali che nella storia editoriale, descrivendo con la sua trentina di pagine una meravigliosa punta dell’iceberg, e lasciando che un sapiente non detto raccontasse tutto il resto. La curiosità, a questo punto, va tutta al terzo numero, il cui salto in avanti ci porterà nel cuore degli anni Ottanta: una riesumazione, quindi, della Dark Age of Comics.

Posted by Francesco Aufiero in Cultura Geek
Spider-Man Life Story #1 – I Sessanta fra Bob Dylan e le bombe

Spider-Man Life Story #1 – I Sessanta fra Bob Dylan e le bombe

Il 2018 è stato un anno fortunato per Spider-Man, l’eroe simbolo della Marvel Comics. Fra la sua partecipazione al film evento Avengers: Infinity War, il videogioco della Insomniac e il premiatissimo Spider-Man: Un Nuovo Universo, il personaggio si è ritrovato al centro di una sovraesposizione mediatica. Molti riflettori, alcuni potrebbero dire molto rumore, ma in mezzo al rumore non è difficile udire una sinfonia; questa è l’opera che da nome all’articolo. Il compositore si chiama Chip Zdarsky.

Autore che ha attirato su di sé attenzioni e consensi grazie al lavoro su una testata secondaria dell’Uomo Ragno, Peter Parker: The Spectacular Spider-Man, è tornato il mese scorso sugli scaffali delle fumetterie  americane, insieme al disegnatore “di casa” Mark Bagley, con il primo numero di un’ambiziosa miniserie chiamata, appunto, Spider-Man Life Story.

Sei numeri, uno per decennio, attraverso i quali Zdarsky tenta di riscoprire e revisionare la mitologia del personaggio, ma con una particolarità: attraverso questo percorso vedremo Peter Parker invecchiare coerentemente rispetto al passare degli anni, dalla sua prima apparizione su Amazing Fantasy 15 del 1962 in poi, siccome i decenni della storia editoriale del personaggio verranno unificati allo scorrere del tempo diegetico.

Leggendo il primo numero si comprende subito come questa trovata sia ben più di una gimmick; gli anni 60 non si limitano a mostrare pubblicità della Coca-Cola e blue jeans, ma fanno da vera premessa narrativa per la vicenda. Ma come ridurre l’intero decennio di genesi del personaggio ad una trentina di pagine? Zdarsky, da grande amatore dell’eroe in rosso e in blu, ha individuato il momento che incarna alla perfezione l’alfa dell’Uomo Ragno.

E’ il 1966.

E’ il momento in cui i giovani stanno, per la prima volta, affermando la propria identità. Bob Dylan canta «madri e padri, spostatevi dalla nuova strada se non volete dare una mano, perché i tempi stanno cambiando», e lo stesso urla una generazione arrabbiata, che pianta i piedi e impone a questa nuova America una gioventù che esiste in quanto status, e non più solo come fase di transizione, destinata a finire.

Spider-Man è figlio di questi anni, della controcultura e degli inni alla pace, ma è figlio anche della guerra.

L’America che non vuole crescere condivide il letto con l’America che è costretta a crescere troppo in fretta, quella in cui giovani adulti vengono mandati oltreoceano a combattere una guerra e ad uccidere, senza aver ben chiaro il perché.

La guerra del Vietnam è uno dei momenti più controversi della storia Americana, ed è vera protagonista di questo primo numero, occupando per gran parte del tempo le didascalie dei pensieri di Peter.

Chip Zdarsky riporta Spider-Man su strade già battute da Lee, Ditko e Romita, ma ponendo interrogativi possibili solo per chi osserva la storia americana da lontano.

Se da un grande potere derivano grandi responsabilità, non è quindi suo dovere gettare la maschera e recarsi sul fronte, dove tanti americani stanno morendo? Non è forse un modo più saggio di sfruttare un potere sovrumano, piuttosto che sventare una rapina in banca? Domande che l’autore sfrutta per ripercorrere le più iconiche storie di quell’anno giocando con dinamiche inedite, come lo stordimento di Peter nel vedere crollare la sua superiorità morale nei confronti di Flash Thompson, il bullo del liceo, quando questi si arruola ed è in procinto di partire per il Vietnam, mentre lui non ha il coraggio di lasciare la zia.

Per placare le perplessità di Peter, Chip Zdarsky si affaccia sul resto dell’Universo Marvel e scrive un magnifico Capitan America, inevitabile viste le tematiche trattate. Forse la parte migliore di tutto il numero, l’autore coglie l’occasione per riscrivere la Bandiera Vivente in quei controversi anni senza che le necessità propagandistiche del secolo scorso limitino la genuinità del personaggio. Risvegliatosi dopo un sonno di 20 anni (e non 70), Steve Rogers ha lasciato un paese in guerra per trovarne una nuova, una che non riesce a sentire giusta. Un personaggio dallo sguardo lungimirante, che riusciva a vedere tante possibili My Lai all’orizzonte.

La splash page che chiude il numero ci mostra Capitan America in un villaggio del Vietnam il quale, dopo aver disarmato alcuni marines, chiarisce la sua posizione offensiva nei confronti dell’esercito degli Stati Uniti. “Questa gente è sotto la mia protezione!”, urla, il tutto con i colori americani ben visibili sul petto. Un paradosso reso possibile dall’essenza stessa del personaggio. Così come Bruce Springsteen che scrive Born In The U.S.A., il personaggio di Capitan America viene più volte frainteso come manifestazione di cieca fedeltà verso gli Stati Uniti, quando in realtà incarna un sentimento ben più patriottico, ossia l’aspettarsi qualcosa di meglio dal paese, il quale è un messaggio attuale oggi quanto lo era allora.

Posted by Francesco Aufiero in Cultura Geek