recensione

La lunga catena parassitaria in cui viviamo. “Parasite” di Bong Joon-ho

La lunga catena parassitaria in cui viviamo. “Parasite” di Bong Joon-ho

Parassita: In origine, denominazione in uso nell’antica Atene per designare funzionarî cultuali di alcune divinità, con attribuzioni non ben chiare, che avevano come caratteristica di partecipare alla divisione della vittima sacrificata alle divinità stesse; più tardi (almeno dal sec. 4° a. C.) il termine assunse il significato di scroccone sfrontato, amante della buona cucina, spesso incaricato di allietare con buffonerie gli invitati a un banchetto. Nell’uso odierno, anche come s.f., chi mangia e vive alle spalle altrui. Più genericamente, persona che vive senza lavorare, sfruttando le fatiche altrui, o che vive alle spalle degli altri, senza alcun contributo personale sul piano del lavoro e della produttività.dizionario Treccani

Quando si parla della società e delle classi sociali nella storia a scuola ci fanno vedere una piramide. Una piramide che parte larga e tozza e pian piano diventa sempre più snella e piccola. Nella parte bassa vengono sempre messi le classi ritenute più povere o che “contano meno”, e pian piano che andiamo in alto i soldi aumentano e le persone dimuniscono; quindi più si sale e quasi più non si parla di popoli e gruppi ma di pochissimi interessati. La forma della piramide rende bene l’idea, è vero, e schematizza visivamente quello che vuol raccontarci, ma siamo proprio sicuri che sia la forma più giusta per rappresentare la società in cui viviamo?

Bong Joon-ho firma “Parasite”, la sua ultima fatica che ha vinto la Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes. Una pellicola dove commedia e tragedia si mischiano in un mix perfetto di situazioni e battute scritte in maniera sopraffina, mantenendo sempre un buon ritmo e riuscendo a ribaltare completamente la situazione verso metà film, spiazzando completamente lo spettatore e riuscendo a trasformarsi da un film bello a bellissimo. Non voglio dirvi la trama, neanche l’incipit, va visto a scatola chiusa, senza sapere assolutamente niente di quello che succederà.

Il regista ci descrive una società dove esistono delle lunghe catene di parassiti, una sequenza di organismi che vivono non dei loro sforzi ma grazie a quelli di qualcun altro, parassiti di parassiti di altri parassiti e così via, non si sa dove sia il capo e dove arrivi la coda, e probabilmente questa lunga catena forma in realtà un gigantesco cerchio infinito.

Non posso far altro che consigliarvi la visione di questo gioiello, che è sicuramente tra i migliori film di quest’anno. Se siete amanti della commedia grottesca lo amerete.

Voto 8,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
Una società in frantumi

Una società in frantumi

Schianto, regia di Stefano Cordella

Un uomo cinico e disilluso. Un tassista sgangherato, fumatore incallito, che ha da poco scoperto che diventerà padre. Sono i protagonisti di Schianto, spettacolo della compagnia Oyes, ideato e diretto da Stefano Cordella su drammaturgia collettiva, scritta cioè dagli interpreti stessi.

Lo spettacolo in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, si presenta come un on the road allucinato, contraddistinto da atmosfere notturne stranianti contrapposte a colori pop accesi e saturati. Oltre a una pesante e, forse, troppo ingombrante presenza di uno spinto immaginario lynchiano.

Ad animare la scena, si alternano personaggi senza nome, con identità fragili e insicure, celati dietro a cliché e luoghi comuni. Una serie di incidenti, reali e immaginati, riempiono la scarna ma evocativa scenografia, arricchita dai riflessi di un grande specchio in frantumi al centro del palcoscenico.

Nel viaggio notturno in taxi, i protagonisti vivono una scoperta del loro inconscio, la ricerca del lato oscuro che li anima. E l’improvviso schianto con un animale misterioso, dal corpo di donna e testa di canguro, segna il cambiamento. Un simbolo indecifrabile, incomprensibile, un incidente di vita e di percorso, inspiegabile come tanti.

Lo spettatore fino alla fine non comprende se quello che avviene è reale o solo un incubo, ma ciò che lo attrae è la capacità di mostrare con immagini forti e simboliche un’umanità che ha smesso di credere nel cambiamento.

Allo stesso tempo però, lo spettacolo si rivela carente a livello drammaturgico, forse proprio a causa di quel collettiva che anticipa la parola drammaturgia. Una tendenza che ormai spesso abita gli spettacoli a teatro, ma con risultati tutt’altro che positivi. La mancanza infatti di una linea precisa nella scrittura, porta a un troppo esile sviluppo dell’intreccio, che galleggia in un limbo di trovate geniali, soffocate da riferimenti già visti e rivisti.

Chiaro e provocatorio è il messaggio di fondo, che colpisce forte allo stomaco e mantiene vivo lo spettacolo.

Perchè Schianto è una surreale autocritica a quella parte di noi che ha smesso di credere. Un riflesso di una generazione in frantumi, frustrata e senza ideali, che può salvarsi solo nelle condivisione di una crisi da cui ripartire.

Da cui si può e si deve ripartire.

Voto: 6/10

Teatro Franco Parenti, Milano

Dal 8 al 17 Novembre 2019

Posted by Edoardo Maione in Arte
Ricalcare Kubrick e dimenticarsi del resto. “Doctor Sleep” di Mike Flanagan.

Ricalcare Kubrick e dimenticarsi del resto. “Doctor Sleep” di Mike Flanagan.

Guardarsi alle spalle non è facile, soprattutto quando dietro di te c’è un monumento della storia del cinema. Avere la responsabilità, e l’onore, di girare il seguito di un film come “Shining” farebbe tremare qualsiasi cineasta, sfido chiunque a dire il contrario. Il signor Flanagan, già autore del riadattamento di un altro romanzo di King, “Il gioco di Gerald”, questa volta si deve confrontare con un materiale molto più difficile da riadattare rispetto al suo penultimo lavoro.

Il romanzo di King ha un preambolo molto lungo, tre linee narrative differenti da gestire e un arco di tempo di 15 anni da ricoprire. Ecco perché King ingrana la quarta solo a circa metà del romanzo, dopo aver creato delle fondamenta molto solide alle spalle dei protagonisti e delle loro storie.

Più volte mi sono domandato come Flanagan sarebbe riuscito a gestire tutta questa parte, e nel mentre guardavo il film, le difficoltà di tale lavoro si sono viste. Tutta la prima metà della pellicola stenta a partire veramente, e molte scelte di scrittura non hanno un sostegno forte dietro da determinare tali scelte. I personaggi, tranne quello di Dan e Rose (Rebecca Ferguson), sono davvero tutti molto abbozzati e privi di spessore.

Proprio quando il film deve accelerare e scalare in terza, fa una grattata di marcia allucinante, fallendo due scene fondamentali per la storia e chiudendo le linee di alcuni personaggi con delle scelte narrative che lasciano un po’ perplessi. Difficile sorpassare la visione di quei minuti non domandandoci “Ma veramente?”

Il tutto sembra voler arrivare velocemente alla parte finale del film, l’ultimo atto, il ritorno all’Overlook Hotel. Questa è senza dubbio la parte che funziona meglio, ma, e c’è un grosso ma, lo è anche perchè ricalca completamente in tutto e per tutto la pellicola di Kubrick, non aggiungendo quasi mai niente di personale o una rilettura diversa. “Perché sforzarsi di fare altro se si può ricopiare i movimenti di macchina del maestro?” Sembra essere un po’ questo il pensiero di Flanagan.

Detto ciò il film comunque rimane godibile, e le due ore e mezzo di durata passano velocemente, rimane il rammarico di veder un potenziale narrativo così eccelente non sfruttato a dovere, perchè “Doctor Sleep” poteva e doveva essere ancora meglio, peccato.

Voto: 6,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
In retromarcia verso la libertà. “El Camino: A Breaking Bad Movie” di Vince Gillian

In retromarcia verso la libertà. “El Camino: A Breaking Bad Movie” di Vince Gillian

Esistono tante parole che sono sinonimi di strada. Se andate su un qualsiasi vocabolario, ne troverete almeno una decina: tragitto, cammino, percorso, itinerario, sentiero…Ognuna di queste parole però, ha delle piccole differenze nel significato di ognuna che chiunque di noi a ben in mente. Ci hanno sempre parlato della vita come di un viaggio su una lunga strada. Quello che è passato rimane passato, e quello che arriverà lo scopriremo solo camminando ed andando avanti, chilometro dopo chilometro, passo dopo passo. Ma detto francamente, non mi sembra proprio così. Quello che ci accade e ci forma ci colpisce da tutte le direzioni possibili, non cadere mai è impossibile, i tormenti e le paure ci circondano a trecentosessanta gradi. Per come la vedo io, la vita è più come un parcheggio a piani. Beh sì lo so, è molto meno affascinante della strada dritta circondata da bellissimi alberi. Un parcheggio a piani è molto meno confortante e fa molta più paura, soprattutto se non si ha idea di dove sia l’uscita. Se al piano di sopra o a quello di sotto. O se magari per cercare l’uscita, ci perdiamo, e siamo costretti a passare in degli angoli che non volevamo più rivedere, in della zone di ombra che speravamo di aver dimenticato da tempo.

Vince Gillian non aveva finito con Jesse, no affatto. Lo avevamo lasciato mentre urlando sfondava un cancello verso la libertà, dopo settimane di prigionia e ormai vittima di una situazione immensamente più grande di lui. L’autore della serie, ci riporta esattamente a quel momento.

Gillian confeziona una pelliccola che è una lettera di addio. Una fuga in retromarcia di Jesse verso la libertà. Perché per ripartire bisogna scontrarsi con il passato, e il passato è lì ad aspettarlo e pronto a guardarlo dritto negli occhi. Niente è dimenticato e perduto.

Mentre si guarda il film, si ha la sensazione di sentire parlare un amico che non sentivamo da tanto tempo. E in questo suo monologo, non ha paura di dirci niente, neanche i segreti più nascosti. Noi vorremmo solo abbracciarlo e dirgli che andrà tutto bene, che dovrà solo fare un ultimo sforzo, un ultimo passo indietro per andare avanti. Cancellare, e riscrivere.

Per me, in questo film, c’è tutto l’amore che speravo di trovarci, e tanto mi è bastato.

Voto: 7,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
L’inferno nel cuore degli Stati Uniti. “Nell’erba alta” di Vincenzo Natali.

L’inferno nel cuore degli Stati Uniti. “Nell’erba alta” di Vincenzo Natali.

Il cuore è un muscolo involontario. In un’intera vita batte circa tre miliardi di volte. E’ al centro del nostro corpo, e da sempre è associato alle emozioni più belle e buone. Quando sentiamo dire “quella è una persona di buon cuore”, capiamo subito a cosa ci si sta riferendo. Ma se al posto di un cuore rosso e pulsante avessimo una pietra nera e fredda? Una roccia sontuosa ed immobile che congela ed imprigiona tutto quello che si ha intorno?

“Nell’erba alta” di Vincenzo Natali, tratto da un racconto di Stephen King scritto a quattro mani insieme al figlio Joe, ci troviamo nel centro degli Stati Uniti, nel suo cuore. Cal e Becky, fratello e sorella, sono in viaggio in auto nel bel mezzo del Kansas diretti verso la California. Lungo una strada statale solo verde, chilometri quadrati di erba altissima circondano la via sperduta. Becky è incinta e perciò saranno costretti a sostare con l’auto nei pressi di una chiesa abbandonata lungo la strada. Mentre sono fermi, la voce di un bambino provienente dall’erba chiederà loro aiuto. Sembra essersi perso e non è in grado di uscire. Becky e Cal, si addentreranno tra la vegetazione cercando di aiutare il piccolo, ma finiranno per perdersi a loro volta.

Il film parte subito in quarta, ed in pochi minuti lo spettatore si sentirà smarrito come i protagonisti del film. Un uroboro temporale darà alla trama una struttra davvero imprevedibile, i minuti della pellicola passeranno senza che eneanche ve ne accorgiate.

Già come Scorsese ci raccontò anni fa nel suo splendido “Gangs of New York”, anche qua, seppur in maniera molto più modesta e semplice, si parla dell’America e del suo passato. Un circolo vizioso nella quale la nazione a stelle striscia sembra non poter aver via d’uscita, ed è condannata a commettere i suoi stessi errori per sempre.

Davvero interessante e ricca di sorprese quest’ultima opera di Vicenzo Natali, che merita assolutamente una visione se siete amanti del genere horror.

Voto: 7/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
Una fatiscente città di morte – Die Tote Stadt

Una fatiscente città di morte – Die Tote Stadt

Du weißt, dass ich in Brügge blieb,
um allein zu sein mit meiner Toten.
Die tote Frau, die tote Stadt
flossen zu geheimnisvollem Gleichnis

Tu certo sai che rimasi a Bruges
per restare solo con la mia morta.
La donna morta, la città morta
scorrevano in una misteriosa somiglianza.

Un ampio baldacchino bianco, spettrale copertura dei mali del mondo. Una stanza disabitata da lungo tempo. Uno scrigno trasparente che custodisce una treccia di capelli dorati. Una porta  misteriosa sulla sinistra e un grande televisore.

Si apre così Die Tote Stadt, la città mortaopera composta nel 1920 da Erich Wolfgang Korngold e messa in scena, per la prima volta in assoluto, al Teatro alla Scala

Definito da Mahler «un genio musicale», Korngold, ebreo di Moravia (oggi Repubblica Ceca), a 11 anni stupisce la corte dell’imperatore asburgico Francesco Giuseppe. Acclamato come nuovo Mozart, a 19 anni è  compositore d’opera e direttore d’orchestra nei più grandi teatri. Vent’anni  di successi musicali in Europa e nel 1935 viene chiamato in America dalla Paramount e dalla Warner Bros. Sfugge così al nascente nazismo e compone le prime colonne sonore della storia del cinema. Vincerà due Oscar decretando  per sempre la fondamentale importanza della composizione musicale nei film. 

Non è dunque un caso se Die tote Stadt è un’opera completamente e profondamente “cinematografica”. La musica è al servizio dell’azione scenica, esalta le entrate dei personaggi, commuove ed emoziona. Cresce e si spegne come un mare in tempesta, in un’atmosfera che unisce la realtà al sogno

Il direttore Alan Gilbert è magnifico e riesce a trasformare le difficoltà delle armonie di una musica dagli equilibri estremamente complessi in un trionfo suggestivo di bellezza, aiutato da un cast in stato di grazia. Il tenore Klaus Florian Vogt interpreta con sicurezza Paul, un uomo che vive in eterno culto e venerazione della defunta moglie Marie, per la quale ha costruito «un tempio di ciò che è stato», una camera della casa eletta a santuario, dove ha mantenuto e conservato tutto ciò che gli ricorda la sua amata scomparsa. Cimeli e fotografie, un liuto e una treccia dei suoi capelli, mantenuti come reliquie in uno scrigno di vetro, un grande ritratto di quando era in vita, qui rappresentato come un video proiettato all’infinito su un grande schermo. Tutta la sua vita è un continuo rimando a ricordi del passato, sempre a contatto col mondo dei morti, dimentico dei vivi. 

Un giorno però, lungo la riva di un fiume di Bruges, la città morta del titolo, Paul ha una visione che lo sconvolge: riflessa nell’acqua vede una donna che sembra Marie reincarnata. La giovane è Marietta, ballerina di Lille. La soprano Asmik Grigorian, artista dalla vocalità ricca di armonici, graffiante a tratti nel carisma e nella disinvoltura, fa di Marietta una fascinosissima femme fatale, perfetta resa del ruolo come pensato e scritto.

Il visionario regista Graham Vick regala una regia spietata nelle immagini, prendendosi dei rischi, ma evitando di cadere in banali scene persuasive. Il grande drappo bianco che copre la scena, un «baldacchino ondeggiante», riproduzione visiva e fisica di quel velo di Maya che obnubila le menti degli uomini, è solo all’apparenza semplice. Nella realtà dei fatti è un involucro che nasconde un mondo dove a trionfare è il piacere carnale, fatto di danze tribali di ballerini che non temono di mostrare le loro forme e di lasciarsi andare ad un piacere sfrenato e, quasi, orgiastico. Una realtà rappresentata da una città decadente, morta nell’anima, abbandonata a se stessa, dove ognuno fa quello che vuole, senza badare a leggi o costumi.

Una città dove iniziano a vedersi soldati in uniforme, con fasce rosse sul braccio. Una visione apocalittica del mondo, che esplode nell’atto finale nella grandiosa immagine della processione religiosa. 

Un coro di bambini fuori scena, solo intravisti nella penombra attraverso un angolo di drappo alzato,  invoca a gran voce Oh mio adorato salvatore, preghiera di conforto e redenzione.

Il velo resta abbassato in lunghi attimi di tensione e attesa, fino a essere definitivamente sollevato in una visione di puro terrore. Il corteo porta infatti in trionfo un teschio incoronato di spade luminose, idolo della morte, elevata  a nuovo dio. Sullo sfondo un gruppo di uomini in larghe palandrane a righe, vengono scortati da soldati in divisa, trionfo di un’umanità dedita ormai solo alla guerra e alla desolazione, come se Die Tote Stadt fosse in qualche modo e all’insaputa dell’autore stesso, premonitrice dell’immediato futuro di totalitarismo e di guerra. Ipotesi  registica forse azzardata , ma senza dubbio suggestiva.

E come in ogni film che si rispetti, non manca il colpo di scena finale. La visione disappare, il velo si squarcia: è stato tutto un sogno, o meglio un incubo, del protagonista, «un sogno di amara realtà», un illusione che ne annienta un’altra, più nobile, quella di poter ritrovare la gioia e tornare nuovamente ad amare.

Perché, come rivela Paul nella sua aria finale, « i morti mandano sogni del genere quando viviamo troppo con loro e in loro ». Comprende che la vita è disgiunta dalla morte, « voglio… voglio provarci » , e decide di abbandonare la città morta per cominciare un nuovo viaggio, per vivere davvero. 

La scenografia di fondo si alza lentamente, facendo vedere l’ossatura delle quinte con tutti i suoi argani e i suoi sostegni, mentre cala il sipario, in un quadro maestoso e fatiscente, nella speranza di vedere una nuova luce.

Voto: 9/10

Posted by Edoardo Maione in Arte
L’ultima, bellissima Carrozzeria Orfeo

L’ultima, bellissima Carrozzeria Orfeo

ATTO III – Thanks for vaselina regia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi

È possibile esportare Marijuana dall’Italia al Messico? Questo l’obiettivo che si fissano i due amici Fil, cinico-disilluso, e Charlie, determinato animalista e difensore dei diritti civili, trasformando il loro piccolo appartamento in un laboratorio dove coltivare grandi quantitativi di Marijuana. Il loro piano per tentare il colpo della vita nasce dopo che gli Stati Uniti d’America decidono di bombardare il Messico, distruggendo tutte le piantagioni di droga con il pretesto di «esportare» la propria democrazia.

Su questo pretesto surreale si fonda la trama di Thanks for vaselina, ultimo tassello della Trilogia della Carrozzeria Orfeo, in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano. 

La penna di Gabriele Di Luca regala ancora una volta una storia spinta all’estremo nei toni e nello stile, capace di sorprendere e divertire, di emozionare e far riflettere. Non è facile riuscire a realizzare tre testi così particolari e grotteschi senza cadere nella ripetitività o nella noia di gag già viste e prevedibili. Anche in questo caso, però, lo spettacolo brilla di una cristallina ironia, una travolgente originalità che non può che essere apprezzata e applaudita.

Le immagini sono evocative, di apparente semplicità, ma complesse per le dinamiche psicologiche che intercorrono tra i personaggi. Un’armonia simulata, pronta ad esplodere in ogni momento, che culmina nel dirompente monologo finale di Fil, bellezza sopraffina per una conclusione perfetta

Il dialogo gioca gran parte dell’azione, ininterrotto e continuo, di tutti i protagonisti in scena, che svelano a poco a poco, le loro reali intenzioni, i loro desideri e bramosie. Personaggi che levano le loro maschere, annullano le ipocrisie, rivelandosi nei loro istinti più profondi e selvaggi. Un mondo dove non c’è spazio per speranza o redenzione, ma solo per egoismo e guadagno.

Eppure un modo per uscire da questo circolo vizioso c’è, una soluzione appare, quasi come un segno del destino. 

Una grande e grossa donna, Wanda, entra nelle vite di Fil e Charlie, e le sconvolge. Sarà lei a portare a compimento la trama, lei il deus ex machina capace di trasformare Fil da delinquente a uomo onesto. L’«obesa» Wanda,  a metà tra la Venere di Willendorf e la Donna cannone di De Gregori, la «balena» Wanda che tutti prendono in giro e sbeffeggiano, l’innocente e pura Wanda, ingenua e ancora bambina nell’animo, ultima speranza di un mondo corrotto e putrefatto. 

Thanks for vaselina è l’apice di tutta la trilogia, lo spettacolo che segna la fine ma anche l’inizio di tutte le precedenti storie. 

Perché la speranza di un cambiamento è più viva che mai, la rabbia si tramuta in amore. E una nuova speranza abbraccia il cuore, per uscire dall’infernale vortice della corruzione e dell’abbrutimento dell’uomo. 

Affacciarsi alla finestra, confidando infin di riveder le stelle.

Voto: 8.5/10

P.S. A settembre è prevista l’uscita del film ispirato a questo spettacolo, con la regia dello stesso Gabriele Di Luca e con Luca Zingaretti nel cast. A seguire possibili aggiornamenti. Stay tuned 

In questa serie:

Cous Cous Klan

Animali da bar

Posted by Edoardo Maione in Arte
Bellezza ed eleganza: una fiaba che conquista il cuore

Bellezza ed eleganza: una fiaba che conquista il cuore

La bella addormentata nel bosco di Pëtr Il’ič Čajkovskij

La musica avvolgente di Čajkovskij, il racconto di una favola senza tempo. La bella addormentata nel bosco, quarto balletto della stagione del Teatro alla Scala di Milano, viene riportato in scena secondo la coreografia e la regia di Rudolf Nureyev, spettacolo eseguito per la prima volta assoluta nel 1996, proprio sul palco scaligero.

La trama è nota a tutti. Alla corte del re Florestano viene indetta una festa per il battesimo della piccola principessa Aurora: vengono invitati cavalieri, dame e le sette fate buone del regno, che portano con sé doni per la principessina. Tra gli invitati però manca la malvagia fata Carabosse; per vendicarsi, nonostante le suppliche della corte, la fata getta una maledizione alla piccola: al sedicesimo anno di età, Aurora morirà pungendosi con un fuso. La fata dei Lillà, non avendo ancora pronunciato il suo dono, modifica la maledizione: non morirà, ma sprofonderà solamente in un lunghissimo sonno insieme con tutta la corte e avrà fine solamente grazie al bacio di un giovane principe.

La magia delle note che compongono il balletto è esaltata dalle meravigliose scenografie e i preziosi costumi di Franca Squarciapino, che permettono di sentirsi immersi nel mondo fiabesco raccontato da Charles Perrault e di volare con la fantasia in quegli sfarzosi palazzi luccicanti, di essere avvolti dai sinuosi movimenti e dalla leggiadria dei ballerini.

Bellissima e di straordinaria eleganza Nicoletta Manni nelle vesti di Aurora, non a caso, prima ballerina della Scala. Entrata in corsa per il ruolo, a causa dell’infortunio capitato alla collega Svetlana Zakharova, la Manni restituisce al personaggio quella dimensione di fanciullezza che lo caratterizza. Non bisogna infatti dimenticare che la principessa Aurora ha solo sedici anni e Nicoletta Manni, grazie alla ancora giovane età e a un physique du rôle minuto e delicato, incarna perfettamente le qualità musicali e di danza presenti nella partitura, oltre a una vera gioia per gli occhi nella perfezione degli Adagi e nello splendido Pas de deux del finale del terzo atto.

Mirabile anche Claudio Coviello nei panni del principe Désiré. La coreografia di Nureyev mette a dura prova tutti i ballerini, ma risulta parecchio faticoso il ruolo del principe, crescendo continuo di Variazioni senza sosta. Coviello regge bene il peso dell’opera, senza perdere di intensità fisica ed emotiva, regalando Arabesque e Grand Jeté tecnicamente impeccabili.

Di particolare fascino anche la direzione di Felix Korobov, direttore dotato di una mirabile mole e di una simpatia e una passione unica. Assolutamente da non perdere di vista durante l’esecuzione del finale di terzo atto: lo vedrete infatti librarsi in aria dal suo “podietto” a tempo con i ballerini sulla scena, trasportato completamente dal fervore e dalla potenza musicale di Čajkovskij (alla faccia di chi crede che i russi siano gente fredda).

Una fiaba che conquista il cuore e riempie di gioia. Un’esecuzione pressoché perfetta. Un’opera che restituisce tutta la splendore e la bravura di un artista, Nureyev, che oltre a essere stato un eccelso ballerino, si rivela padroneggiare magnificamente anche tutti gli aspetti coreografici e registici e regala al ruolo maschile del principe Désiré, un’importanza mai presente nelle precedenti coreografie.

Aggiungete l’emozione di una musica strepitosa e avrete raggiunto il risultato perfetto: una serata che difficilmente dimenticherete.

Voto: 9/10

Prossime repliche:

Teatro alla Scala

Martedì 2 luglio ore 20

Mercoledì 3 luglio ore 20 – ScalAperta tutti i biglietti scontati del 50%

Venerdì 5 luglio ore 20

Martedì 9 luglio ore 20

Posted by Edoardo Maione in Arte
Una vita al bar

Una vita al bar

ATTO II –  Animali da bar regia di Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti

Una barista incinta, che affitta il suo utero a una coppia sposata, dove il marito, buddista e melariano (mangia infatti per scelta solo e soltanto mele che siano cadute dall’albero), viene picchiato ogni giorno dalla moglie. Uno scrittore, con un perenne blocco per la scrittura, passa le sue giornate a bere e a insultare la vita e l’universo intero. Uno scassinatore depresso che, in quanto depresso, non fa altro che deprimersi tutto il giorno. Un proprietario di pompe funebri per animali di piccola taglia, che organizza le cremazioni e i funerali per cavie e criceti dei padroni in lutto. Un vecchio, proprietario del bar, burbero, volgare, razzista, guarda tutti dall’alto della sua camera sopra al locale, o meglio, comunica con loro attraverso una radiolina, senza scendere o farsi mai vedere, per non mischiarsi «con le miserie del mondo». Una selezione varia e particolareggiata di esemplari umani unici, con i quali confrontarsi, contemplandoli nel loro “habitat naturale”, un minuscolo ecosistema fatto di birre e banconi trasandati.

Animali da bar è una vera e propria esposizione umana, che il drammaturgo e regista Gabriele Di Luca, mostra con spietata ironia, sottolineando la meschinità di uomini intenti a passare la propria vita in un bar dei bassifondi, in una perpetua paralisi che impedisce loro di liberarsi e vivere. 

Lo spettacolo costituisce il secondo capitolo della Trilogia della Carrozzeria Orfeo in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano, e continua il viaggio all’interno della psiche e delle dinamiche umane, con la consueta dose di tragica ironia, marchio di fabbrica della compagnia friulana. 

Ancora una volta viene affermata un’umanità sospesa tra la realtà e il sogno, dove i personaggi, paradossali e grotteschi, si limitano a sopravvivere all’interno di una realtà indifferente a loro, che li rigetta e li lascia abbandonati a una noiosa e volgare routine.  Nonostante un inizio che fatica a decollare e a trovare una via netta e incisiva, Di Luca riesce a tenere in mano le fila di un intreccio costellato di sorprese e cambi di ritmo. L’opera, infatti, con le sue imperfezioni, trova il punto di forza nel racconto di un’assurda e triste vicenda umana, capace di commuovere e spiazzare. Bandita ogni sorta di intellettualismo, lunghi momenti tragici e riflessivi, fanno da contraltare ed esaltano l’ironia della gran parte delle scene. L’empatia con i personaggi è come un bruciore improvviso, quasi un pugno nello stomaco.

Il bar viene eletto a luogo simbolico dove si ritrovano e  concentrano spaccati di umanità, una società-zoo cruda e feroce, dove tutti sono contro tutti, volano offese, si impreca contro i cinesi, si discute di sesso, violenza, eutanasia, politica. Si vivono sbalzi di umore, si compiono viaggi mentali: ricerca di rifugio da debolezze e delusioni.

I sei “animali”  da bar, illusi e perdenti, aggrappati ai loro piccoli squallidi sogni, ad una speranza che resiste troppo a lungo, combattono nonostante tutto, ma invano. Come quelle erbacce infestanti e velenose che crescono e ricrescono, e non si estirpano mai.

La regia, quasi a non voler risolvere o alterare la situazione, lascia completo spazio agli interpreti, veri e propri narratori interni, che hanno il compito di gestire le loro esistenze, di scegliere il proprio destino, di decidere come concludere le loro personali storie. Pregio assoluto di uno spettacolo che mette in scena, vivo e reale, il riflesso della vita

Voto: 7/10

Prossime repliche:

Teatro Elfo Puccini

24, 25, 26, 27, 28 giugno ore 21

In questa serie:

Cous Cous Klan

Thanks for vaselina

Posted by Edoardo Maione in Arte
Il Cous Cous salverà il mondo

Il Cous Cous salverà il mondo

ATTO I – Cous Cous Klan regia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi

In un futuro, neanche troppo lontano,  l’acqua è stata privatizzata. Ogni fiume o sorgente di tutto il pianeta è sorvegliato da guardie armate che sparano a chiunque tenti di trasgredire le regole, cercando di bere un po’ del prezioso e vitale liquido. La popolazione è fortemente divisa: i ricchi abitano nelle «recinzioni»,  le città recintate da filo spinato, i poveri tentano di sopravvivere al di fuori di queste, combattendo ogni giorno contro la mancanza di cibo e acqua.

Ambientata in un mondo post apocalittico e distopico,  Cous Cous Klan è l’ultima tragicommedia firmata dalla Carrozzeria Orfeo, compagnia nata nel 2007 dai registi Massimiliano Setti e Gabriele Di Luca, anche drammaturgo di tutte le loro produzioni. Lo spettacolo va a comporre il primo tassello di una vera e propria trilogia della commedia umana, tragica ironia dell’esistenza terrena,  in scena fino al 5 luglio al Teatro Elfo Puccini di Milano.

Protagonista è una micro comunità di senzatetto, costretta ad abitare in un parcheggio abbandonato dietro a un cimitero,  dove due roulotte fatiscenti e una vecchia Fiat Punto trasandata e affondata nel terreno, fungono da loro abitazioni.

Nella prima abitano tre fratelli orfani: Caio, ex prete, nichilista e depresso, Achille, sordo e con qualche problema mentale, e Olga, la sorella maggiore con un occhio solo e una benda da pirata. Nell’altra roulotte vive Mezzaluna, compagno di lei, musulmano, immigrato in Italia da dieci anni,  che per sopravvivere seppellisce rifiuti tossici di giorno e lavora come venditore ambulante di notte. 

Il loro è un fragile equilibrio, logorato continuamente da conflitti razziali  a causa soprattutto di Achille, attivo membro, o forse meglio, estimatore,  del Ku Klux Klan,  e da scontri interpersonali per la sopravvivenza.

A tutto questo si aggiunge l’improvviso arrivo di Aldo, un elegante medio borghese, costretto a dormire per strada a causa di un grave problema famigliare, il quale creerà nuovi problemi e contrasti. Ma a sconvolgere definitivamente gli equilibri sarà Nina, giovane donna indomabile, ribelle e imprevedibile, capace di vedere il futuro, allo stesso tempo il più grande dei loro problemi, ma anche soluzione per il loro riscatto finale.

Una commedia brillante, una trama anticonvenzionale per un palco teatrale, una scenografia molto elaborata e curata nei dettagli, che crea un’atmosfera ricca di tensione e realismo. I dialoghi colpiscono per la crudezza e irriverenza, ma risultano fortemente poetici, divertenti e drammatici.  

A rendere pregevole il tutto, è la completa assenza di retorica o moralismo: il mondo che ritrae l’autore Gabriele Di Luca è estremamente reale, ogni personaggio è costruito con minuzia e caratterizzato da tratti esagerati, paradossali e assurdi in alcuni momenti, ma che, a ben guardare, risultano profondamente umani.

La loro vita è un ritratto forte e estremo dell’esistenza, uomini costretti a una dimensione di bestialità, dove a sopravvivere è chi riesce a dominare l’altro, dove vince chi è più forte. Uno specchio deformato di vizi e manie, disperazione e solitudine, sopraffazione e cinismo, che sfocia in un realismo provocatorio e in un divertimento mai fine a se stesso.

La regia, oltremodo attenta a tutto ciò che accade, è pronta a spostarsi da una roulotte all’altra, a fare il fuoco su ogni situazione intima che si crea, senza ostacolarla in alcun modo, ma esaltandola e facendone vedere tutti i dettagli. Uno sguardo acritico e attento, ma allo stesso tempo commosso e paterno.

A tratti si ha però l’impressione di un sovraffollamento di emozioni e situazioni: il ritmo vorticoso della commedia provoca momenti di confusione, che non guastano il clima generale dell’opera, ma generano nello spettatore una sensazione di smarrimento e incertezza. Fortunatamente gli attori riescono sempre a riprendere  presto in mano la situazione, permettendo così di avere una visione chiara della trama fino a fine spettacolo.

Unico altro neo che salta all’occhio è l’irrequietezza nel concludere. Il finale della commedia appare un po’ troppo compresso nella tempistica, quasi a voler a tutti i costi arrivare a un termine, senza rispettare il ritmo generale dell’opera.  Il risultato è un dialogo finale frettoloso, che, seppur molto commovente, lascia l’amaro in bocca per la mancanza di tempo concessa per comprenderlo e apprezzarlo adeguatamente.

Considerazioni inattuali a parte,  si può sicuramente dire che Cous Cous Klan, nome che i protagonisti scelgono per il loro gruppo di ribellione creato per reagire alla situazione avversa della società in cui vivono,  è uno spettacolo emozionante e ben congegnato, in continuo alternarsi fra realtà e assurdo. Con la rara capacità di raccontare storie di uomini che si muovono sul sottile e fragile confine dove tutto può inevitabilmente risolversi o precipitare tragicamente

E questo assolutamente ci basta.

Voto: 8/10

Prossime repliche: 

Teatro Elfo Puccini

18, 19, 20, 21 giugno ore 21

In questa serie:

Animali da bar

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Posted by Edoardo Maione in Arte