Dedalo

Quando Facebook supera la realtà. Il caso “Ebbw Vale”.

Quando Facebook supera la realtà. Il caso “Ebbw Vale”.

La politica si sta trasformando sempre di più in una campagna elettorale continua. Creare problemi e dare la colpa a quello accanto è diventato il marchio di fabbrica del momento politico attuale. Non si cercano soluzioni, ma problemi. Perché sono i problemi che fanno votare le persone, ed ogni punto percentuale guadagnato è un successo. Non importa quanto sia grande il problema, basta metterci accanto una soluzione folle ed il gioco è fatto.

Vi parlo di un caso molto interessante. Vi voglio parlare di “Ebbw Vale”. Non la conoscete? Neanche io la conoscevo prima della Brexit e dello scandalo Facebook. “Ebbw Vale” è una piccola cittadina del Galles che conta circa 20.000 abitanti. In passato, la maggior parte della popolazione viveva grazie alle miniere di carbone e alle acciaierie. Ma negli anni ’80 tutto cambiò. Le acciaierie chiusero e ben presto anche le miniere di carbone. Una lunga agonia che ha portato la piccola cittadina del Galles quasi alla sua morte. Fortunatamente è intervenuta l’Unione Europea per salvare la zona, dando molti soldi alla comunità locale per riqualificare la città: 33 milioni di sterline per l’apertura di un nuovo college, un tratto stradale che collega Ebbw Vale alle autostrade principali della Gran Bretagna per un costo di circa 77 milioni di sterline, un nuovo centro sportivo, biblioteca, un finanziamento per riqualificare le attività lavorative da circa 350 milioni di sterline. “Ebbw Vale” grazie all’UE rinasce. In città ci sono cartelli ovunque davanti alle strutture finanziente dalla comunità europea. Nonostante ciò, a “Ebbw Vale”, quando ci furuno le votazione per il referendum della Brexit, oltre il 60% della popolazione votò per il “Leave”, ovvero lasciare la comunità europea. Dopo quello che vi ho scritto fino a qua, sembrerebbe un controsenso, ma andiamo con ordine.

Questo risultato così assurdo, non riusciva a spiegarselo neanche Carole Cadwalladr, giornalista britannica del “The Guardian. Quando Carole andò ad “Ebbw Vale” indagando su cosa fosse successo nelle menti dei cittadini, racconta di un’atmosfera strana ed irreale che si respirava tra le vie della città. Gli abitanti parlavano di problemi di immigrazione, di mancanza di lavoro e che l’Unione Europea non aveva mai fatto nulla per loro. Tutto quello che si sente dire Carole, è completamente opposto alla realtà. Sapete quanti immigrati ha “Ebbw Vale”? Uno. Una signora polacca. Non me lo sto inventando, è tutto nei registri cittadini. Ma allora, come è possibile tutto ciò? Come è possibile che si parli di problemi di immigrazione quando l’unica abitante straniera è una signora polacca? Sapete cosa si è sentita rispondere a questa domanda la giornalista del “The Guardian”? “L’ho letto su Facebook”.

Ebbene sì signori miei, i cittadini di “Ebbw Vale” hanno creduto di più alle fake news inventate sui social per promuovere la campagna elettorale del “Leave” che alla realtà che li circonda. Nonostante avessero cartelli ovunque che testimoniavano i finanziamenti europei per la riqualifica della città si sono sentiti abbandonati. Notizie false di ondate di migranti che avrebbero fatto perdere il posto agli abitanti locali; notizie sull’Europa che non ha mai mandato una sola sterlina per la cittadina; pericoli di guerra addirittura. Una situazione ai limiti del grottesco.

I social sono potenti e pericolosi se usati in maniera sbagliata. Ormai promuovere falsità ed odio è di una facilità disarmante, ma attenzione a pubblicare la foto di un culo nudo che vi bannano subito. Viviamo in un momento storico dove la realtà agli occhi di molti è più falsa di quello che si sentono raccontare. I social alimentano sempre di più le convinzioni degli stupidi, e tutti quelli che una volta venivano definiti come “scemi da bar” oggi non si sentono più soli. E la compagnia fa la forza, e se una cavolata la pensiamo in due allora forse è meno falsa, e se la pensiamo in 10 mila allora è la verità assoluta. Ed è così che la valanga si allarga sempre di più, che prende velocità e forza. Prima o poi questa valanga arriverà a valle, e siamo sicuri che la città sottostante riuscirà a resistere all’urto?

Posted by Dario Albano in Attualità e Informazione, Politica
La lunga catena parassitaria in cui viviamo. “Parasite” di Bong Joon-ho

La lunga catena parassitaria in cui viviamo. “Parasite” di Bong Joon-ho

Parassita: In origine, denominazione in uso nell’antica Atene per designare funzionarî cultuali di alcune divinità, con attribuzioni non ben chiare, che avevano come caratteristica di partecipare alla divisione della vittima sacrificata alle divinità stesse; più tardi (almeno dal sec. 4° a. C.) il termine assunse il significato di scroccone sfrontato, amante della buona cucina, spesso incaricato di allietare con buffonerie gli invitati a un banchetto. Nell’uso odierno, anche come s.f., chi mangia e vive alle spalle altrui. Più genericamente, persona che vive senza lavorare, sfruttando le fatiche altrui, o che vive alle spalle degli altri, senza alcun contributo personale sul piano del lavoro e della produttività.dizionario Treccani

Quando si parla della società e delle classi sociali nella storia a scuola ci fanno vedere una piramide. Una piramide che parte larga e tozza e pian piano diventa sempre più snella e piccola. Nella parte bassa vengono sempre messi le classi ritenute più povere o che “contano meno”, e pian piano che andiamo in alto i soldi aumentano e le persone dimuniscono; quindi più si sale e quasi più non si parla di popoli e gruppi ma di pochissimi interessati. La forma della piramide rende bene l’idea, è vero, e schematizza visivamente quello che vuol raccontarci, ma siamo proprio sicuri che sia la forma più giusta per rappresentare la società in cui viviamo?

Bong Joon-ho firma “Parasite”, la sua ultima fatica che ha vinto la Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes. Una pellicola dove commedia e tragedia si mischiano in un mix perfetto di situazioni e battute scritte in maniera sopraffina, mantenendo sempre un buon ritmo e riuscendo a ribaltare completamente la situazione verso metà film, spiazzando completamente lo spettatore e riuscendo a trasformarsi da un film bello a bellissimo. Non voglio dirvi la trama, neanche l’incipit, va visto a scatola chiusa, senza sapere assolutamente niente di quello che succederà.

Il regista ci descrive una società dove esistono delle lunghe catene di parassiti, una sequenza di organismi che vivono non dei loro sforzi ma grazie a quelli di qualcun altro, parassiti di parassiti di altri parassiti e così via, non si sa dove sia il capo e dove arrivi la coda, e probabilmente questa lunga catena forma in realtà un gigantesco cerchio infinito.

Non posso far altro che consigliarvi la visione di questo gioiello, che è sicuramente tra i migliori film di quest’anno. Se siete amanti della commedia grottesca lo amerete.

Voto 8,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
Ricalcare Kubrick e dimenticarsi del resto. “Doctor Sleep” di Mike Flanagan.

Ricalcare Kubrick e dimenticarsi del resto. “Doctor Sleep” di Mike Flanagan.

Guardarsi alle spalle non è facile, soprattutto quando dietro di te c’è un monumento della storia del cinema. Avere la responsabilità, e l’onore, di girare il seguito di un film come “Shining” farebbe tremare qualsiasi cineasta, sfido chiunque a dire il contrario. Il signor Flanagan, già autore del riadattamento di un altro romanzo di King, “Il gioco di Gerald”, questa volta si deve confrontare con un materiale molto più difficile da riadattare rispetto al suo penultimo lavoro.

Il romanzo di King ha un preambolo molto lungo, tre linee narrative differenti da gestire e un arco di tempo di 15 anni da ricoprire. Ecco perché King ingrana la quarta solo a circa metà del romanzo, dopo aver creato delle fondamenta molto solide alle spalle dei protagonisti e delle loro storie.

Più volte mi sono domandato come Flanagan sarebbe riuscito a gestire tutta questa parte, e nel mentre guardavo il film, le difficoltà di tale lavoro si sono viste. Tutta la prima metà della pellicola stenta a partire veramente, e molte scelte di scrittura non hanno un sostegno forte dietro da determinare tali scelte. I personaggi, tranne quello di Dan e Rose (Rebecca Ferguson), sono davvero tutti molto abbozzati e privi di spessore.

Proprio quando il film deve accelerare e scalare in terza, fa una grattata di marcia allucinante, fallendo due scene fondamentali per la storia e chiudendo le linee di alcuni personaggi con delle scelte narrative che lasciano un po’ perplessi. Difficile sorpassare la visione di quei minuti non domandandoci “Ma veramente?”

Il tutto sembra voler arrivare velocemente alla parte finale del film, l’ultimo atto, il ritorno all’Overlook Hotel. Questa è senza dubbio la parte che funziona meglio, ma, e c’è un grosso ma, lo è anche perchè ricalca completamente in tutto e per tutto la pellicola di Kubrick, non aggiungendo quasi mai niente di personale o una rilettura diversa. “Perché sforzarsi di fare altro se si può ricopiare i movimenti di macchina del maestro?” Sembra essere un po’ questo il pensiero di Flanagan.

Detto ciò il film comunque rimane godibile, e le due ore e mezzo di durata passano velocemente, rimane il rammarico di veder un potenziale narrativo così eccelente non sfruttato a dovere, perchè “Doctor Sleep” poteva e doveva essere ancora meglio, peccato.

Voto: 6,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
In retromarcia verso la libertà. “El Camino: A Breaking Bad Movie” di Vince Gillian

In retromarcia verso la libertà. “El Camino: A Breaking Bad Movie” di Vince Gillian

Esistono tante parole che sono sinonimi di strada. Se andate su un qualsiasi vocabolario, ne troverete almeno una decina: tragitto, cammino, percorso, itinerario, sentiero…Ognuna di queste parole però, ha delle piccole differenze nel significato di ognuna che chiunque di noi a ben in mente. Ci hanno sempre parlato della vita come di un viaggio su una lunga strada. Quello che è passato rimane passato, e quello che arriverà lo scopriremo solo camminando ed andando avanti, chilometro dopo chilometro, passo dopo passo. Ma detto francamente, non mi sembra proprio così. Quello che ci accade e ci forma ci colpisce da tutte le direzioni possibili, non cadere mai è impossibile, i tormenti e le paure ci circondano a trecentosessanta gradi. Per come la vedo io, la vita è più come un parcheggio a piani. Beh sì lo so, è molto meno affascinante della strada dritta circondata da bellissimi alberi. Un parcheggio a piani è molto meno confortante e fa molta più paura, soprattutto se non si ha idea di dove sia l’uscita. Se al piano di sopra o a quello di sotto. O se magari per cercare l’uscita, ci perdiamo, e siamo costretti a passare in degli angoli che non volevamo più rivedere, in della zone di ombra che speravamo di aver dimenticato da tempo.

Vince Gillian non aveva finito con Jesse, no affatto. Lo avevamo lasciato mentre urlando sfondava un cancello verso la libertà, dopo settimane di prigionia e ormai vittima di una situazione immensamente più grande di lui. L’autore della serie, ci riporta esattamente a quel momento.

Gillian confeziona una pelliccola che è una lettera di addio. Una fuga in retromarcia di Jesse verso la libertà. Perché per ripartire bisogna scontrarsi con il passato, e il passato è lì ad aspettarlo e pronto a guardarlo dritto negli occhi. Niente è dimenticato e perduto.

Mentre si guarda il film, si ha la sensazione di sentire parlare un amico che non sentivamo da tanto tempo. E in questo suo monologo, non ha paura di dirci niente, neanche i segreti più nascosti. Noi vorremmo solo abbracciarlo e dirgli che andrà tutto bene, che dovrà solo fare un ultimo sforzo, un ultimo passo indietro per andare avanti. Cancellare, e riscrivere.

Per me, in questo film, c’è tutto l’amore che speravo di trovarci, e tanto mi è bastato.

Voto: 7,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
L’inferno nel cuore degli Stati Uniti. “Nell’erba alta” di Vincenzo Natali.

L’inferno nel cuore degli Stati Uniti. “Nell’erba alta” di Vincenzo Natali.

Il cuore è un muscolo involontario. In un’intera vita batte circa tre miliardi di volte. E’ al centro del nostro corpo, e da sempre è associato alle emozioni più belle e buone. Quando sentiamo dire “quella è una persona di buon cuore”, capiamo subito a cosa ci si sta riferendo. Ma se al posto di un cuore rosso e pulsante avessimo una pietra nera e fredda? Una roccia sontuosa ed immobile che congela ed imprigiona tutto quello che si ha intorno?

“Nell’erba alta” di Vincenzo Natali, tratto da un racconto di Stephen King scritto a quattro mani insieme al figlio Joe, ci troviamo nel centro degli Stati Uniti, nel suo cuore. Cal e Becky, fratello e sorella, sono in viaggio in auto nel bel mezzo del Kansas diretti verso la California. Lungo una strada statale solo verde, chilometri quadrati di erba altissima circondano la via sperduta. Becky è incinta e perciò saranno costretti a sostare con l’auto nei pressi di una chiesa abbandonata lungo la strada. Mentre sono fermi, la voce di un bambino provienente dall’erba chiederà loro aiuto. Sembra essersi perso e non è in grado di uscire. Becky e Cal, si addentreranno tra la vegetazione cercando di aiutare il piccolo, ma finiranno per perdersi a loro volta.

Il film parte subito in quarta, ed in pochi minuti lo spettatore si sentirà smarrito come i protagonisti del film. Un uroboro temporale darà alla trama una struttra davvero imprevedibile, i minuti della pellicola passeranno senza che eneanche ve ne accorgiate.

Già come Scorsese ci raccontò anni fa nel suo splendido “Gangs of New York”, anche qua, seppur in maniera molto più modesta e semplice, si parla dell’America e del suo passato. Un circolo vizioso nella quale la nazione a stelle striscia sembra non poter aver via d’uscita, ed è condannata a commettere i suoi stessi errori per sempre.

Davvero interessante e ricca di sorprese quest’ultima opera di Vicenzo Natali, che merita assolutamente una visione se siete amanti del genere horror.

Voto: 7/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
Citarsi addosso… alla Xavier Dolan

Citarsi addosso… alla Xavier Dolan

Matthias e Maxime, o più amichevolmente Matt e Max, sono due inseparabili amici. Si conoscono fin dall’infanzia e i loro ricordi si intrecciano con le loro esperienze di vita. Ragazzi giovani e sempre alla ricerca di sensazioni ed emozioni nuove, conducono una vita più o meno tranquilla: Matt ha una carriera ben avviata; Max, nonostante un rapporto conflittuale con la madre ex tossicodipendente, si sta preparando a partire per l’Australia, dove spera di trovare lavoro e sistemarsi. Tutto sembra andare per il meglio, quando all’improvviso una gita al lago con gli amici scatena una vera e propria tempesta: per accontentare le pretese di una giovane regista sorella di un loro amico, Matt e Max si prestano come attori per girare una scena di un bacio fra di loro. La finzione scenica finirà però per influenzare la vita reale. 

Matt infatti rimane profondamente sconvolto da questo gesto innocente ed è incapace di accettare il nuovo sentimento nato in lui, che lo porta a vedere Maxime come qualcosa di più di un amico. Il rifiuto e la paura gli impongono di fuggire via da lui. Da parte sua, anche Max, temendo di rovinare per sempre i loro rapporti di amicizia, preferisce evitare e non vedere più il suo migliore amico.

Si potrebbe riassumere così Matthias & Maxime, il nuovo film del regista Xavier Dolan (qui in veste anche di attore protagonista) presentato in concorso nella selezione ufficiale del Festival di Cannes. La pellicola appare estremamente curata a livello estetico e di tecnica regista, con una particolare attenzione nel portare all’estremo la dimensione della solitudine, esaltata attraverso una continua serie di inquadrature strette e dal forte senso claustrofobico. 

Dolan ritrae un mondo dove a imperare è l’incomunicabilità. I lunghi silenzi dei due protagonisti, sono costantemente sovrastati dagli schiamazzi vacui e frivoli degli amici, dalle chiacchere sgangherate e rumorose delle famiglie. Un mondo incapace di comprenderli, indifferente alle loro sofferenze. Ma, un po’ come i suoi protagonisti, Matthias & Maxime risulta profondamente incompiuto, un alternarsi di momenti intensi e cali di ritmo preoccupanti, dove il gusto estetico troppo sovrasta la dimensione emotiva, cadendo spesso e volentieri in un mero esercizio di stile. La spavalda superbia registica del giovane Dolan impedisce allo spettatore di entrare in empatia con i personaggi che rappresenta sullo schermo e tutta la storia ricalca troppo quei temi già ampiamente presenti e trattati nei suoi precedenti film, cadendo in un déjà vu autocitazionasta che infastidisce e tedia. Errore questo che gli sarebbe potuto essere perdonato nei primissimi film, ma trattandosi dell’ottavo lungometraggio della carriera di Dolan, risulta innegabile la mancanza di una totale e reale maturità artistica, che, nonostante il passare degli anni, sembra non arrivare mai. 

Forse sarebbe anche giunto il momento per lui di cambiare genere e finalmente aprirsi a nuove idee, a nuove aspirazioni e ispirazioni registiche. Ma tutto questo non impedirà, forse, di omaggiare e celebrare il cosiddetto enfant prodige del cinema canadese. La riflessione resta comunque d’obbligo: per quanto ancora dovremo sorbirci questi film sempre identici nello stile e nel racconto? Ai posteri l’ardua sentenza…

Voto: 6/10

Posted by Edoardo Maione in Cinema e Serie Tv
“Ted Bundy – Fascino Criminale” di Joe Berlinger. Il male imperscrutabile.

“Ted Bundy – Fascino Criminale” di Joe Berlinger. Il male imperscrutabile.

Il termine serial killer ha una storia abbastanza recente: è infatti a partire dagli anni Cinquanta che i ricercatori hanno cominciato a distinguere le varie forme di omicidio. Fu il criminologo James Reinhardt che, in un suo libro pubblicato nel 1957, utilizzò per primo la definizione di chain killer per indicare un assassino che lascia dietro di sé una catena di vittime. Nel 1966, John Brophy, uno studioso inglese, darà la definizione allo stesso fenomeno con il termine serial murderer. Nel 1988, il National Institute of Justice statunitense elaborò per la prima volta una descrizione di ciò che in concreto si intende per omicidio seriale, ovvero l’uccisione (effettuata separatamente) di due o più soggetti, ad opera generalmente, ma non sempre, di un unico autore. I vari crimini possono essere commessi in un arco di tempo che varia dalle poche ore agli anni, ed il movente non va ricercato in un guadagno immediatamente identificabile, quanto nella gratificazione di un bisogno psicologico profondo dell’assassino.

Nel 1992 Robert Ressler, agente speciale dell’FBI, pubblicò Whoever Fights Monster. Il libro, frutto di un’esperienza di più di vent’anni per imparare a riconoscere ed identificare il mostro sconosciuto che ci cammina accanto, è un faccia a faccia con alcuni tra i più importanti killer statunitensi. Tale libro ha il merito di raccogliere e riportare importantissime testimonianze sulla personalità dei criminali: d’ora in avanti l’omicida seriale sarà universalmente chiamato serial killer.

Ma chi è un serial killer? Beh, sicuramente non è un normale cittadino che all’improvviso, senza una ragione, decide di cominciare ad uccidere. Il suo comportamento è frutto di una serie di esperienze traumatiche cominciate fin dall’infanzia e proseguite negli anni. Possono essere maltrattamenti fisici e psicologici, traumi cranici, abusi sessuali. Oppure può essere condizionato da una predisposizione alla violenza già presente dalla nascita. È intorno al trauma, però, che si costruisce la personalità del futuro serial killer.

Il film di Joe Berlinger ha come protagonista Ted Bundy, interpretato da Zac Efron. Per chi non lo conoscesse, Ted Bundy è stato un famoso serial killer statunitense, autore di almeno trenta omicidi di ragazze molto giovani. Era un uomo molto affascinante, tanto che sfruttava questa sua caratteristica per conquistare la fiducia delle sue vittime. Aveva un modus operandi abbastanza comune: era solito fingersi disabile o in evidente difficoltà, per esempio simulando un braccio ingessato. Ted adescava le ragazze vicino a college o residenze universitarie, chiedendo aiuto alle vittime per trasportare vari oggetti in auto. Il tipo di tecnica utilizzata da Buffalo Bill nel film Il silenzio degli innocenti.

La pellicola non percorre tutta la vita del killer, ma si sofferma sugli anni che vanno dal suo arresto fino al processo (il primo che fu trasmesso in diretta tv nella storia degli Stati Uniti). Il regista ci presenta Ted Bundy dal punto di vista della sua compagna, Liz Kendall (interpretata da Lily Collins), una donna che per anni si domandò se l’uomo che aveva vissuto al suo fianco fosse un maniaco o no. Non viene mai mostrato nessun omicidio, nessun tipo di violenza. Per lo spettatore Ted Bundy rimane sempre pulito, immacolato, ed è per questo che fino all’ultimo il pubblico si domanderà se Ted sia davvero colpevole dei crimini. Dal momento che in patria, a differenza nostra, Bundy è davvero molto conosciuto, è una scelta davvero singolare e coraggiosa sulla quale strutturare l’intero film. Zac Efron, che ad un primo impatto potrebbe sembrare non troppo consono per la parte, ci regala invece un’interpretazione davvero convincente, ed il suo sguardo rimarrà ambiguo ed imperscrutabile fino alla fine del film.

Perché andare a vedere Ted Bundy – Fascino Criminale? Perché è un film che non vi farà staccare gli occhi dallo schermo, e per quanto possa sembrare semplice e lineare, nasconde tante complessità che lo rendono affascinante come il suo protagonista. Il film è come uno sguardo ammiccante, un sorriso che ti invoglia a guardarlo, ma che improvvisamente potrebbe trasformarsi in un sogghigno agghiacciante.

Voto: 7,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
“Pokémon: Detective Pikachu” di Rob Letterman. Bentornata infanzia

“Pokémon: Detective Pikachu” di Rob Letterman. Bentornata infanzia

Me lo ricordo ancora quel Natale. Era il 2000. Avevo sette anni e aspettavo quel giorno da settimane. La notte della vigilia non riuscivo a prendere sonno dall’emozione. Avevo chiesto a Babbo Natale due cose: il Game Boy e Pokémon Blu. La serie televisiva anime era trasmessa da Italia Uno da diversi mesi ormai, ed io non mi perdevo neanche una puntata. Lo so, era Pokémon Rosso che andava per la maggiore, Charizard in copertina faceva gola a chiunque, ma lo aveva già il mio migliore amico, così optai per il Blu per poter fare gli scambi tra di noi.

Satoshi Tajiri, il creatore della serie dei videogiochi, ebbe l’idea prendendo spunto dal suo interesse di collezionare insetti: passatempo molto popolare tra i bambini giapponesi. Tuttavia, la crescente urbanizzazione ha fatto sì che il numero di insetti diminuisse sempre più, e che i bambini preferissero giocare in casa piuttosto che fuori all’aria aperta. Satoshi allora concepì l’idea di un videogioco che fosse basato sulla cattura di creature che assomigliassero a degli insetti. I bambini avrebbero potuto affezionarsi a loro, crearsi una propria squadra di Pokemon da utilizzare per le battaglie, dargli dei soprannomi personali, collezionarli e scambiarli con i propri amici.

La mia generazione ha vissuto in pieno tutto ciò, ed ecco perché, quando tre anni fa fu rilasciato il videogioco per smartphone Pokémon Go, era più facile vedere giocarci uno della mia età che un bambino. Ed è proprio su questo aspetto che si basa l’idea dello sviluppo di Pokémon: Detective Pikachu: colpire dritto al cuore la mia generazione e riuscire a catturare quella nuova. Non è un caso infatti, che alla proiezione del film alla quale sono stato, ci fosse una percentuale di pubblico adulto molto superiore a quella infantile.

Tim, interpretato da Justice Smith, è un ragazzo solitario che vive fuori città. Fa l’agente assicurativo e, a differenza di tutti gli altri, non ha nessun Pokémon al suo fianco. La sua vita sarà sconvolta da una chiamata che giunge dalla metropoli Ryme City. Suo padre, un detective privato che lavora in città, è deceduto durante un incidente stradale, anche se il corpo di Harry non è stato ritrovato e tutto fa pensare ad una scomparsa. Tim, giunto in città, incontrerà nell’appartamento del padre un esemplare di Pikachu molto particolare e insieme a lui si metterà alla ricerca del padre scomparso.

All’ingresso in sala mi hanno regalato un pacchetto di figurine dei Pokémon e tanto mi è bastato per tornare bambino in poco meno di due secondi. L’effetto nostalgia che si prova guardando il film è piacevole, ma mai esagerato: gli sceneggiatori sono stati bravi a coniugare il vecchio e il nuovo, creando qualcosa di diverso dalle aspettative iniziali dello spettatore. La pellicola non ha niente a che fare con i vecchi videogiochi o con la serie animata, anche se… verrà presa in considerazione ai fini della storia, e non vi dico altro. Ryme City è una metropoli dove Pokémon e umani vivono l’uno di fianco all’altro, aiutandosi a vicenda nella vita quotidiana. Nessun combattimento e nessun Pokémon rinchiuso in una Pokeball. Infatti è proprio quando Tim giunge in città che il film comincia a prendere slancio, dopo i primi dieci minuti non proprio convincenti. Il live action mi ha convinto, ma solo a metà: non tutti i Pokémon riescono ad essere visivamente interessanti, alcuni risultano essere quasi appiccicati sull’inquadratura, altri (e per fortuna la maggior parte) sono completamente integrati nella scena. Aggiungo che Pikachu doppiato dal grande Ryan Reynolds funziona benissimo.

Pokémon: Detective Pikachu è un film per gli adulti che hanno amato i giochi e la serie animata, ma anche per bambini. Se rientrate nella prima categoria come me, andate al cinema, così forse, per cento minuti, tornerete di nuovo bambini anche voi.

Voto: 6,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
“Stanlio & Ollio” di Jon S.  Baird. Due miti al crepuscolo

“Stanlio & Ollio” di Jon S. Baird. Due miti al crepuscolo

Quando nel 1921 Stan Laurel e Oliver Hardy si incontrarono per la prima volta sul set di The Lucky Dog, nessuno dei due era a conoscenza che di lì a pochi anni sarebbero diventati il duo comico più famoso e amato della storia del cinema. Ci vollero altri cinque anni prima che i due attori si incontrassero di nuovo sul set, per il film Get ‘Em Young, di cui Stan Laurel era il regista e Oliver era stato scritturato come attore protagonista. Tuttavia, per colpa di un incidente domestico, Hardy si ustionò e a sostituirlo fu lo stesso Stan. Il duo comico nacque ufficialmente nel 1927 a cavallo tra il cinema muto e quello sonoro, e Hal Roach, che vediamo litigare a inizio film con Stan Laurel, fu il produttore dei loro primi lavori.

La pellicola diretta da Jon S. Baird si apre nel 1937, quando Laurel e Hardy sono all’apice del loro successo. Una bellissima inquadratura iniziale mostra il duo che siede nei camerini, l’uno di fianco all’altro, pronto a recarsi sul set di I fanciulli del West. Davanti a loro lo specchio di Stan mostra il riflesso di Oliver, e viceversa: l’uno è il riflesso dell’altro, i due hanno un legame fortissimo, indissolubile. Stanlio e Ollio devono girare la famosa scena del ballo, ma i rapporti tra Laurel e il produttore Hal Roach sono molto tesi. Stan pretende una retribuzione più adeguata per i loro film, visto che non detengono neanche i diritti su di essi, ma Hal non sembra volersi smuovere di un centimetro dalla sua posizione; d’altro canto Ollio sembra mantenere una posizione calma e abbottonata, e cerca di convincere Stan a trattare solo per un piccolo aumento.

Ci spostiamo subito in avanti di sedici anni, nel 1953, i due sono visibilmente invecchiati e fuori dalla scena cinematografica da due anni. Hanno bisogno di denaro e vogliono produrre ed interpretare un film comico basato sul personaggio di Robin Hood, così accettano di fare una tournée nel Regno Unito e in Irlanda, passando pure per Londra, dove il produttore del loro futuro film dovrebbe andare a vederli.

Siamo al crepuscolo della carriera dei due attori, i bellissimi hotel che una volta li ospitavano sono diventati delle stamberghe da quattro soldi: i teatri all’inizio della tournée sono più che mezzi vuoti. Sono passati solo due anni dal loro ultimo film, ma l’impressione è che siano trascorsi decenni dalla loro ultima apparizione. Tutti pensano che ormai i due siano in pensione, addirittura c’è chi chiede alla biglietteria delucidazioni in merito all’identità degli attori che interpreteranno il duo, come se fossero deceduti o impossibilitati a recitare. I tempi migliori se ne sono andati, non resta altro che recitare i vecchi cavalli di battaglia o provare a scrivere un nuovo film, che forse però non vedrà mai la luce.

Non è solo un film su Stanlio e Ollio, ma un film sulle persone che erano Stan Laurel e Oliver Hardy. Lo spettatore si sentirà completamente immerso nella vicenda, e questo grazie ad un’ottima scrittura della sceneggiatura e alle meravigliose interpretazioni di Steve Coogan e John C. Reilly, che ci regalano delle perle di recitazione assolute, dando ad ogni inquadratura sincera umanità. Una pellicola che racconta l’amore che c’è dietro ad ogni singola scena che viene scritta e provata, al sacrificio e ai riti del teatro. In appena novantacinque minuti il film riesce a dire tutto quello che ci vuole raccontare, senza mai aggiungere niente di troppo. Vi farà sorridere, ma soprattutto commuovere, e probabilmente vi farà venir voglia di riguardare qualche loro film.

Voto: 7,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv