cinema

Midsommar: un ipnotico teatro dell’assurdo

Midsommar: un ipnotico teatro dell’assurdo

Come con la sua opera precedente, Hereditary – Le radici del male, Ari Aster torna ancora all’horror con Midsommar – il villaggio dei dannati.
Più ambizioso rispetto al precedente, e ancora più disturbante, il secondo film di Ari Aster affronta diverse tematiche, da quella del lutto e passando a quella delle relazioni, amichevoli e non.
Si comincia infatti con il trauma da parte della protagonista Dani (Florence Pugh) nell’apprendere dell’improvvisa morte dei genitori e del suicidio di sua sorella. Nel frattempo abbiamo modo di scoprire che il rapporto tra lei e il suo fidanzato Christian (Jack Reynor) è in costante declino a causa della scarsa reciprocità emotiva, e gli effetti del lutto su di lei ne contribuiscono ad accentuare la carenza. Quest’ultimo, poco tempo dopo, viene invitato insieme ad un altro gruppo di amici a partecipare a un rituale svedese di mezza estate (per l’appunto il Midsommar) tenuto dall’Hårga -nonché oggetto di tesi in antropologia dello stesso Christian-, viaggio che per una serie di circostanze coinvolgerà anche Dani, inizialmente non invitata.
L’arrivo in Svezia, riserverà al gruppo sorprese poco piacevoli.


Una delle prime cose che salta all’occhio è la cura in ogni minimo dettaglio dalla fotografia, luminosa e dai colori vivaci, alla impeccabile messa in scena. In maniera fredda e spietata, Aster posiziona ogni sequenza spaventosa alla luce del sole, e non si pone alcun problema a contrastare l’inquietudine di ciò a cui si assiste con l’immagine di un prato verde agghindato di fiori colorati sotto un cielo azzurro e soleggiante. A un certo punto in mezzo a tutto quell’assurdo, il senso comincia a passare in secondo piano, specie trattandosi di una prima visione. L’ipnosi è talmente forte, così come il coinvolgimento, che non ti interessa quasi più dare un senso logico ai fatti, vuoi solo vedere fino a dove può sfociare quel tornado di angoscia e disperazione, rassegnato ormai all’idea che ovunque si arriverà, sarà un punto di non ritorno per tutti i coinvolti.

Pur non mancando di scene eccessivamente dilatate, Midsommar è sicuramente uno dei film più interessanti della stagione, un horror carico e complesso, destinato a dividere tra chi può avere la sensazione di assistere a un qualcosa che gira su sé stesso e chi invece rimane rapito, e di conseguenza incuriosito, dai simboli e dai messaggi che necessitano sicuramente di più di una visione per poterli cogliere.

Posted by Daniele Cifarelli in Cinema e Serie Tv
Edison, l’uomo che illuminò il mondo: è intelligente, ma non si applica

Edison, l’uomo che illuminò il mondo: è intelligente, ma non si applica

Ambientato alla fine dell’800, il biopic di Alfonso Gomez-Rejon mette in luce la concorrenza tra Thomas Edison e George Westinghouse, meglio nota come La guerra delle correnti.
A dare i volti ai due inventori/imprenditori abbiamo Benedict Cumberbatch e Michael Shannon, due colonne portanti di un film vittima di un approccio mediocre e una produzione travagliata.

Ciò che infatti fa sin da subito buca allo schermo, è la carismatica presenza scenica di cui godono i due attori protagonisti, della quale hanno dato più volte prova tra grande e piccolo schermo.
Al di là delle impeccabili prove attoriali di tutti, dai due principali a quelli di contorno (anche il terzo concorrente Nikola Tesla/Nicholas Hoult si rivela essere più un secondario che un principale) al biopic non interessa tanto, o solo, focalizzarsi sullo scontro elettrico più noto della storia, quanto sulla psicologia dei due concorrenti dalla competitività maniacale di Edison alla diplomazia imprenditoriale di Westinghouse. E sebbene sia evidente la professionalità di Rejon e la cura da parte di quest’ultimo nel mostrare i dettagli della psiche di ciascun personaggio, in contrasto a ciò vi è una scrittura mediocre che non contribuisce a dare al prodotto quel mordente che suscita la curiosità nello spettatore, complice la frettolosità con la quale sono narrati gli eventi e un ritmo lento, didascalico e tutt’altro che coinvolgente.
Il risultato è quindi quello di un biopic dove il cast di buon livello non regge la baracca di un film dall’alto potenziale, ma dalla sostanza carente e purtroppo dimenticabile.

Posted by Daniele Cifarelli in Cinema e Serie Tv
Il Traditore: confessioni di un non pentito

Il Traditore: confessioni di un non pentito

Marco Bellocchio, dietro la macchina da presa, porta in scena le confessioni di Tommaso Buscetta. Sono due i mondi dinanzi ai quali ci si trova, quello dei valori e quello della mafia, i cui corrispettivi rappresentanti sono persone oneste e uomini d’onore, spaccatura evidenziata da Buscetta stesso durante i suoi faccia a faccia con la giustizia, a partire da quello con Giovanni Falcone. Pur non definendosi mai un pentito e ribadendo più volte la sua posizione di uomo d’onore presso la grande Piramide di Cosa Nostra,  Buscetta collabora rivelando le azioni commesse da ciascuno dei membri del clan capeggiato da Totò Riina, clan del quale vi è un’immagine spietata e veritiera, senza peli sulla lingua, quanto risibile, quasi come se il fine fosse anche quello di deriderli, deriderli perché incapaci di pronunciare una parola in italiano corretto senza ricorrere al dialetto siciliano, deriderli perché così ignoranti da usare un fantomatico ordine del medico per giustificare l’istinto di accendersi il sigaro in un’aula di tribunale.  Bellocchio quindi si concede anche a un paio di parentesi comiche in un quadro tragico per la giustizia italiana. Ma c’è poco per cui ridere, e il graduale inginocchiarsi della mafia che, per merito delle rivelazioni di Don Masino, porterà allo scatto di ben oltre 300 mandati di cattura procede con una narrazione che non esalta minimamente la criminalità dando a essa un’immagine cruda e sprezzante senza preoccuparsi di conferirne quella spettacolarità di cui abbiamo già goduto in gangster alla Gomorra o Romanzo Criminale. Il fulcro del film non sono sparatorie, indagini e/o colpi di scena, né a Bellocchio interessa fornirgli epicità quanto un senso di malessere, servendosi di un ritmo lento e malinconico, colori cupi e scuri, lunghi silenzi e sguardi di rassegnazione di un uomo che piano piano si rende conto di non aver più nulla da perdere e di essere accompagnato dalla morte –come afferma Giovanni Falcone stesso nella sua prima scena “La morte ci accompagna”– una volta che le sue posizioni con il clan si sono rese avverse.

Niente retorica e niente moralismo (ce ne sarebbe bisogno?)  soltanto una delle più brutte e scomode verità che la storia della mafia si porta sulla coscienza, spiattellata schiettamente da Marco Bellocchio e con forse la miglior interpretazione di un camaleontico Pierfrancesco Favino.

Posted by Daniele Cifarelli in Cinema e Serie Tv