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The Irishman: La malinconica epopea gangster di Martin Scorsese

The Irishman: La malinconica epopea gangster di Martin Scorsese

The Irishman non è tanto o solo un gangster movie, quanto un racconto di amicizia con tutto ciò che ne caratterizza i legami all’interno di un clima gangster. Quest’ultimo non ne è totalmente il fulcro, Scorsese lo mette in chiaro a partire dalla prima inquadratura, ambientata nell’ospizio da cui il vecchio e malato Frank ‘The Irishman’ Sheeran (Robert De Niro) racconta la storia che ne segue. Sappiamo tutti come Martin Scorsese abbia confermato la sua grandezza in racconti del calibro di Goodfellas e Casinò, ma non sono gli anni 90, il tempo scorre per tutti, e con esso anche la grinta. Bisogna quindi concentrarsi su ciò che ormai rimane, come lo scorrimento delle lancette che rafforza o logora i rapporti, e indebolisce i corpi, a prescindere da chi tu sia. Non c’è più spazio per la goliardia, essere un gangster può gonfiare il tuo portafoglio, quanto i macigni sulla coscienza, e il conto arriva più presto di quel che può sembrare.
E quale miglior trio di De Niro – Pesci – Pacino poteva offrire interpretazioni così intense nel rappresentare uomini in balia di lentissime discese? Tutti e tre vivono situazioni che li porteranno a un drastico cambiamento nell’ultimo atto, il tutto sempre visto attraverso lo sguardo sofferente di un impotente Robert De Niro, fino ad arrivare al finale. Un finale che nonostante tutto vuole lasciare uno spiraglio di speranza, come una porta in procinto di essere chiusa, ma che alla fine rimane socchiusa. L’epopea del regista statunitense trova quindi le sue fondamenta principalmente nella nostalgia, nell’emotività, ma soprattutto nell’amicizia. Non è un caso che la sua scelta di ringiovanire attori “attempati” al posto di ingaggiare i più giovani sia dovuta alla volontà di “fare un film coi suoi amici”. Nessun primo piano su alcuno sguardo lascia il tempo che trova, in qualsiasi evento c’è sempre di mezzo il rapporto interpersonale che in diverse situazioni si pone quasi come un bastone tra le ruote in quanto è la coscienza a generare crepe irreparabili come i ricatti morali di chi un tempo ti ha materialmente arricchito o gli occhi di una figlia atterriti dal padre che si manifestano come una barriera definitiva tra le loro vite.

Joe Pesci e Robert De Niro nei corrispettivi ruoli di Russel Bufalino e Frank ‘The Irishman’ Sheeran

Ed eccoci quindi dinanzi a The Irishman, la chiusura dell’era di un genere che il cineasta statunitense ha reso iconico partendo da Mean Streets nel 1973 arrivando a questa unica e monumentale opera intrisa di sentimento e umanità. Una pellicola verso la quale l’esprimersi a parole varcherebbe quel minimo che lo separa dall’essere retorici. Un film che è quello che è. Un capolavoro.

Posted by Daniele Cifarelli in Cinema e Serie Tv
La lunga catena parassitaria in cui viviamo. “Parasite” di Bong Joon-ho

La lunga catena parassitaria in cui viviamo. “Parasite” di Bong Joon-ho

Parassita: In origine, denominazione in uso nell’antica Atene per designare funzionarî cultuali di alcune divinità, con attribuzioni non ben chiare, che avevano come caratteristica di partecipare alla divisione della vittima sacrificata alle divinità stesse; più tardi (almeno dal sec. 4° a. C.) il termine assunse il significato di scroccone sfrontato, amante della buona cucina, spesso incaricato di allietare con buffonerie gli invitati a un banchetto. Nell’uso odierno, anche come s.f., chi mangia e vive alle spalle altrui. Più genericamente, persona che vive senza lavorare, sfruttando le fatiche altrui, o che vive alle spalle degli altri, senza alcun contributo personale sul piano del lavoro e della produttività.dizionario Treccani

Quando si parla della società e delle classi sociali nella storia a scuola ci fanno vedere una piramide. Una piramide che parte larga e tozza e pian piano diventa sempre più snella e piccola. Nella parte bassa vengono sempre messi le classi ritenute più povere o che “contano meno”, e pian piano che andiamo in alto i soldi aumentano e le persone dimuniscono; quindi più si sale e quasi più non si parla di popoli e gruppi ma di pochissimi interessati. La forma della piramide rende bene l’idea, è vero, e schematizza visivamente quello che vuol raccontarci, ma siamo proprio sicuri che sia la forma più giusta per rappresentare la società in cui viviamo?

Bong Joon-ho firma “Parasite”, la sua ultima fatica che ha vinto la Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes. Una pellicola dove commedia e tragedia si mischiano in un mix perfetto di situazioni e battute scritte in maniera sopraffina, mantenendo sempre un buon ritmo e riuscendo a ribaltare completamente la situazione verso metà film, spiazzando completamente lo spettatore e riuscendo a trasformarsi da un film bello a bellissimo. Non voglio dirvi la trama, neanche l’incipit, va visto a scatola chiusa, senza sapere assolutamente niente di quello che succederà.

Il regista ci descrive una società dove esistono delle lunghe catene di parassiti, una sequenza di organismi che vivono non dei loro sforzi ma grazie a quelli di qualcun altro, parassiti di parassiti di altri parassiti e così via, non si sa dove sia il capo e dove arrivi la coda, e probabilmente questa lunga catena forma in realtà un gigantesco cerchio infinito.

Non posso far altro che consigliarvi la visione di questo gioiello, che è sicuramente tra i migliori film di quest’anno. Se siete amanti della commedia grottesca lo amerete.

Voto 8,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
Midsommar: un ipnotico teatro dell’assurdo

Midsommar: un ipnotico teatro dell’assurdo

Come con la sua opera precedente, Hereditary – Le radici del male, Ari Aster torna ancora all’horror con Midsommar – il villaggio dei dannati.
Più ambizioso rispetto al precedente, e ancora più disturbante, il secondo film di Ari Aster affronta diverse tematiche, da quella del lutto e passando a quella delle relazioni, amichevoli e non.
Si comincia infatti con il trauma da parte della protagonista Dani (Florence Pugh) nell’apprendere dell’improvvisa morte dei genitori e del suicidio di sua sorella. Nel frattempo abbiamo modo di scoprire che il rapporto tra lei e il suo fidanzato Christian (Jack Reynor) è in costante declino a causa della scarsa reciprocità emotiva, e gli effetti del lutto su di lei ne contribuiscono ad accentuare la carenza. Quest’ultimo, poco tempo dopo, viene invitato insieme ad un altro gruppo di amici a partecipare a un rituale svedese di mezza estate (per l’appunto il Midsommar) tenuto dall’Hårga -nonché oggetto di tesi in antropologia dello stesso Christian-, viaggio che per una serie di circostanze coinvolgerà anche Dani, inizialmente non invitata.
L’arrivo in Svezia, riserverà al gruppo sorprese poco piacevoli.


Una delle prime cose che salta all’occhio è la cura in ogni minimo dettaglio dalla fotografia, luminosa e dai colori vivaci, alla impeccabile messa in scena. In maniera fredda e spietata, Aster posiziona ogni sequenza spaventosa alla luce del sole, e non si pone alcun problema a contrastare l’inquietudine di ciò a cui si assiste con l’immagine di un prato verde agghindato di fiori colorati sotto un cielo azzurro e soleggiante. A un certo punto in mezzo a tutto quell’assurdo, il senso comincia a passare in secondo piano, specie trattandosi di una prima visione. L’ipnosi è talmente forte, così come il coinvolgimento, che non ti interessa quasi più dare un senso logico ai fatti, vuoi solo vedere fino a dove può sfociare quel tornado di angoscia e disperazione, rassegnato ormai all’idea che ovunque si arriverà, sarà un punto di non ritorno per tutti i coinvolti.

Pur non mancando di scene eccessivamente dilatate, Midsommar è sicuramente uno dei film più interessanti della stagione, un horror carico e complesso, destinato a dividere tra chi può avere la sensazione di assistere a un qualcosa che gira su sé stesso e chi invece rimane rapito, e di conseguenza incuriosito, dai simboli e dai messaggi che necessitano sicuramente di più di una visione per poterli cogliere.

Posted by Daniele Cifarelli in Cinema e Serie Tv
Edison, l’uomo che illuminò il mondo: è intelligente, ma non si applica

Edison, l’uomo che illuminò il mondo: è intelligente, ma non si applica

Ambientato alla fine dell’800, il biopic di Alfonso Gomez-Rejon mette in luce la concorrenza tra Thomas Edison e George Westinghouse, meglio nota come La guerra delle correnti.
A dare i volti ai due inventori/imprenditori abbiamo Benedict Cumberbatch e Michael Shannon, due colonne portanti di un film vittima di un approccio mediocre e una produzione travagliata.

Ciò che infatti fa sin da subito buca allo schermo, è la carismatica presenza scenica di cui godono i due attori protagonisti, della quale hanno dato più volte prova tra grande e piccolo schermo.
Al di là delle impeccabili prove attoriali di tutti, dai due principali a quelli di contorno (anche il terzo concorrente Nikola Tesla/Nicholas Hoult si rivela essere più un secondario che un principale) al biopic non interessa tanto, o solo, focalizzarsi sullo scontro elettrico più noto della storia, quanto sulla psicologia dei due concorrenti dalla competitività maniacale di Edison alla diplomazia imprenditoriale di Westinghouse. E sebbene sia evidente la professionalità di Rejon e la cura da parte di quest’ultimo nel mostrare i dettagli della psiche di ciascun personaggio, in contrasto a ciò vi è una scrittura mediocre che non contribuisce a dare al prodotto quel mordente che suscita la curiosità nello spettatore, complice la frettolosità con la quale sono narrati gli eventi e un ritmo lento, didascalico e tutt’altro che coinvolgente.
Il risultato è quindi quello di un biopic dove il cast di buon livello non regge la baracca di un film dall’alto potenziale, ma dalla sostanza carente e purtroppo dimenticabile.

Posted by Daniele Cifarelli in Cinema e Serie Tv
Il Traditore: confessioni di un non pentito

Il Traditore: confessioni di un non pentito

Marco Bellocchio, dietro la macchina da presa, porta in scena le confessioni di Tommaso Buscetta. Sono due i mondi dinanzi ai quali ci si trova, quello dei valori e quello della mafia, i cui corrispettivi rappresentanti sono persone oneste e uomini d’onore, spaccatura evidenziata da Buscetta stesso durante i suoi faccia a faccia con la giustizia, a partire da quello con Giovanni Falcone. Pur non definendosi mai un pentito e ribadendo più volte la sua posizione di uomo d’onore presso la grande Piramide di Cosa Nostra,  Buscetta collabora rivelando le azioni commesse da ciascuno dei membri del clan capeggiato da Totò Riina, clan del quale vi è un’immagine spietata e veritiera, senza peli sulla lingua, quanto risibile, quasi come se il fine fosse anche quello di deriderli, deriderli perché incapaci di pronunciare una parola in italiano corretto senza ricorrere al dialetto siciliano, deriderli perché così ignoranti da usare un fantomatico ordine del medico per giustificare l’istinto di accendersi il sigaro in un’aula di tribunale.  Bellocchio quindi si concede anche a un paio di parentesi comiche in un quadro tragico per la giustizia italiana. Ma c’è poco per cui ridere, e il graduale inginocchiarsi della mafia che, per merito delle rivelazioni di Don Masino, porterà allo scatto di ben oltre 300 mandati di cattura procede con una narrazione che non esalta minimamente la criminalità dando a essa un’immagine cruda e sprezzante senza preoccuparsi di conferirne quella spettacolarità di cui abbiamo già goduto in gangster alla Gomorra o Romanzo Criminale. Il fulcro del film non sono sparatorie, indagini e/o colpi di scena, né a Bellocchio interessa fornirgli epicità quanto un senso di malessere, servendosi di un ritmo lento e malinconico, colori cupi e scuri, lunghi silenzi e sguardi di rassegnazione di un uomo che piano piano si rende conto di non aver più nulla da perdere e di essere accompagnato dalla morte –come afferma Giovanni Falcone stesso nella sua prima scena “La morte ci accompagna”– una volta che le sue posizioni con il clan si sono rese avverse.

Niente retorica e niente moralismo (ce ne sarebbe bisogno?)  soltanto una delle più brutte e scomode verità che la storia della mafia si porta sulla coscienza, spiattellata schiettamente da Marco Bellocchio e con forse la miglior interpretazione di un camaleontico Pierfrancesco Favino.

Posted by Daniele Cifarelli in Cinema e Serie Tv