Riccardo Cestelli

Laureato in Lettere Moderne presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Specializzando in Filologia Moderna a indirizzo editoriale. Appassionato di attualità, letteratura, arte, cinema e sport.
Laureato in Lettere Moderne presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Specializzando in Filologia Moderna a indirizzo editoriale. Appassionato di attualità, letteratura, arte, cinema e sport.
“Commissione Segre”: esiste un pericolo razzista in Italia?

“Commissione Segre”: esiste un pericolo razzista in Italia?

L’astensione di gran parte dei parlamentari di centro-destra sull’istituzione di una commissione anti-odio proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre non è che l’ultimo atto di un macabro spettacolo. Giorno dopo giorno gli episodi di intolleranza, nelle loro più variegate sfumature, hanno raggiunto numeri preoccupanti e difficilmente calcolabili; ma se un’esatta quantificazione del fenomeno è senza dubbio ardua impresa, è altresì pacifico che il problema esiste, è grave e va affrontato, e sarebbe nient’altro che una pericolosa mistificazione negarlo. La commissione anti-odio vorrebbe andare in questa direzione, proponendosi come un primo, seppur timido, tentativo non tanto di arginare il problema, quanto di rendere consapevoli e partecipi tutti coloro che eludono o fingono di eludere il problema. Perché il reale rischio che stiamo correndo, in primis in Italia ma anche in Europa, è l’incapacità di riconoscere la natura e la gravità della questione, creando come naturale conseguenza una generale indifferenza verso i dilaganti atti di intolleranza, liquidati come episodi isolati e di nessuna importanza. Ecco perché è così significativo che sia stata proprio la Segre a proporre tale commissione, lei che dell’indifferenza ne ha pagato le più folli estremizzazioni. Di fronte a un’iniziativa etica come questa, di buon senso (visto che proprio alla destra piace ammantarsi di questa espressione), abbiamo assistito a qualcosa che, questo sì, dovrebbe essere intollerabile. Passi pure il voto di astensione, ma lo squallido spettacolo dei parlamentari che neppure si degnano di alzarsi in piedi per applaudire una donna come Liliana Segre è indecoroso. Purtroppo ancora una volta, nonostante se ne parli molto, si nota una generale difficoltà a prendere una posizione netta, forte, e a denunciare chiaramente e senza mezzi termini che esiste un fenomeno razzista dilagante, di fronte al quale non solo la destra, ma anche la sinistra rimane soggetto passivo.

Personalmente non sono propenso a reputare certi comportamenti di intolleranza come intrinseci dell’animo del popolo italiano (a questo proposito viene spesso citata la frase di Mussolini, il quale disse di non aver creato il fascismo, ma di averlo semplicemente “estratto” dall’inconscio degli italiani). Piuttosto sarebbe da prendere in considerazione tutto ciò che viene detto, attuato e trasmesso dai politici, perché è la politica che detiene il potere di orientare, o meglio dettare, una “linea comportamentale”. Sentire il leader con il maggior consenso in Italia che taccia come “sovietica” la commissione Segre e invita i suoi colleghi dell’opposizione a rileggere 1984 di Orwell è insieme patetico e vergognoso (senza sottolineare il fatto che in Orwell è presente una “neo-lingua” semplificata, scarna, perfettamente adatta a orientare il consenso e a plasmare le menti: certamente la neo-lingua si avvicina più alla comunicazione salviniana che alle parole della Segre). Sentire subito dopo il suo alter-ego Meloni inanellare fantasiose accuse sul possibile pericolo della commissione di mettere a rischio il principio di famiglia tradizionale dovrebbe invece provocare uno sdegno collettivo, ma sembra che abbiamo tutti perso la capacità di indignarci; è dovuto addirittura intervenire il figlio della Segre sulle colonne del Corriere della Sera per esprimere tutto il suo disappunto e per cercare di palesare una situazione che rischia di diventare irreversibile. È stato anche chiamato in causa, come giustificazione all’astensione, il pericolo di imporre un reato di opinione, come se il pensiero non fosse l’anticamera o meglio ancora la premessa necessaria dell’azione: rimodellando la famosa citazione di Feuerbach, noi siamo quello che pensiamo.

Non possiamo più chiudere gli occhi di fronte a tutto quello che succede ogni giorno nel nostro paese, che siano gli insulti razzisti a Balotelli o le vergognose schermaglie verso gli immigrati, e se un’istituzione presieduta da un personaggio autorevole e scevro da pregiudizi politici come la senatrice Segre può contribuire a fare un primo passo verso la consapevolezza del problema, ben venga. Non possiamo più permetterci di fare finta di nulla e girarci dall’altra parte: peggio del razzismo c’è solo l’indifferenza.

Posted by Riccardo Cestelli in Attualità e Informazione, Politica
Pertini: una concezione mediatica della politica

Pertini: una concezione mediatica della politica

Anche analizzando un aspetto diverso dell’operato di un Presidente della Repubblica come la sua rappresentazione mediatica è possibile trarre interessanti dati circa la concezione del proprio ruolo. Le modalità con cui si comunicano le informazioni sono fondamentali, importanti tanto quanto le informazioni stesse: con la sua politica comunicativa (che però era politica, eccome), Pertini svolse un ruolo di primo piano, andando a trasformare tanto profondamente la prassi comunicativa e le modalità di rapportarsi attraverso i mass media che i suoi successori non poterono esimersi dall’imitarlo. Per dimostrare questa sua capacità di “bucare lo schermo” vorrei ricordare un curioso episodio che ebbe come protagonista l’attore napoletano Massimo Troisi. La notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 un terribile terremoto rase al suolo una vasta area della Sicilia occidentale, la Valle del Belice. In occasione di un altro terremoto, quello dell’Irpinia del 1980, Pertini tenne un duro discorso in televisione, nel quale si augurava che non si ripetesse quello che era accaduto nel Belice: denunciò infatti gravissime inadempienze e speculazioni da parte dell’amministrazione statale che non era riuscita a mettere a frutto il denaro stanziato, tanto che moltissimi terremotati vivevano ancora nelle baracche. Così denunciò i fatti:


su questo punto io voglio soffermarmi, sia pure brevemente. Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice. Io ricordo che sono andato in visita in Sicilia. Ed a Palermo venne il parroco di Santa Ninfa con i suoi concittadini a lamentare questo: che a distanza di 13 anni nel Belice non sono state ancora costruite le case promesse. I terremotati vivono ancora in baracche: eppure allora fu stanziato il denaro necessario. Le somme necessarie furono stanziate. Mi chiedo: dove è andato a finire questo denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere in carcere? Perché l’infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui.

Pertini pronunciò tali accuse guardando fisso in camera, addirittura indicando verso l’obiettivo. Evidentemente questo dettaglio colpì fortemente l’immaginario di Massimo Troisi, che se ne servì per creare uno dei suoi sketch. Prendendo spunto proprio dall’additare del Presidente direttamente in camera, Troisi si difende, giurando di non sapere dove fossero finiti i “soldi del Belice” e assicurando di non avere nulla a che fare con le accuse mosse dal Capo dello Stato. Al di là della scena comica costruita dall’attore napoletano, è interessante notare e cogliere la novità comunicativa introdotta da Pertini. Mai nessuno prima di lui si era rivolto in modo così esplicitamente diretto e spregiudicato verso gli spettatori, creando un ponte che finiva per diventare quasi un contatto concreto con l’ascoltatore. Il suo modo di porsi non era più freddo, standardizzato e rituale come in precedenza: per la prima volta un Presidente svestiva i panni della figura lontana e distaccata per assumere quelli di una persona vicina, tanto vicina da potersi permettere di dialogare con i suoi cittadini, seppur in maniera mediata come attraverso lo strumento televisivo. Mi sbilancerei nel dire che Pertini ruppe quella che Pier Paolo Pasolini definì la “banalissima televisione”. Il suo parlare non rappresentava più “un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico”, non era più un parlare “ex cathedra”: sovvertendo i termini dello standard comunicativo corrente, riuscì davvero a colmare quella distanza tra parlante e ascoltatore e a spezzare quel rapporto di aristocratica superiorità che Pasolini denunciava a proposito della comunicazione televisiva. Credo che non sia un caso che proprio dalla Presidenza Pertini cambiò radicalmente il modo di concepire il medium di massa, e non solo da parte dei politici: da questo momento possiamo avvertire il passaggio alla “neotelevisione” di cui parla Eco. Sarà soprattutto grazie alla televisione che Pertini definì l’opera di personalizzazione della politica: la strada verso il definitivo passaggio allo “Stato spettacolo”, secondo la definizione di Schwartzenberg, era tracciata. La sua polarità era inoltre confermata dai sondaggi, anche i più curiosi: la copertina del “Radiocorriere Tv” del febbraio 1984 mostrava i tre personaggi pubblici più amati del momento: il Presidente appariva insieme a papa Giovanni Paolo II e niente di meno che a Raffaella Carrà, vera icona televisiva degli anni Ottanta. Si può allora definitivamente notare come la televisione, che aveva reso quotidiano il rapporto con la più alta carica dello Stato, determinava ormai un mutamento profondo nel rapporto cittadini-Presidente.

Posted by Riccardo Cestelli in Attualità e Informazione, Politica
“Il Signor Diavolo” di Pupi Avati: è rinato l’horror di genere?

“Il Signor Diavolo” di Pupi Avati: è rinato l’horror di genere?

Pupi Avati torna sul grande schermo con Il signor Diavolo, un film che vuole essere nostalgico, popolare, ma anche complesso, nel senso latino di «abbracciare» varie pulsioni, paure, leggende.

La storia prende le mosse da Roma, dove un giovane funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia, Furio Momenté, viene incaricato di recarsi segretamente a Venezia per indagare su un misterioso omicidio: qui infatti un ragazzino, Carlo, ha ucciso il coetaneo Emilio con l’accusa di essere il diavolo. La situazione è doppiamente delicata, in quanto nel delitto sono coinvolti dei prelati, rei di aver fomentato la superstizione religiosa e aver socraticamente corrotto l’animo dei più giovani. In secondo luogo la vicenda andrebbe a imbarazzare la DC in un fortino elettorale come il Veneto, rischiando di compromettere il consenso in una regione storicamente “bianca”. Momenté viene così incaricato di svolgere un’indagine parallela per scoprire davvero cos’è accaduto e insabbiare la vicenda.

Il punto di vista attraverso cui lo spettatore viene scoprendo la storia è doppio. Da una parte si ha la deposizione che Carlo fa al giudice, la vera ossatura del film: è qui che il piccolo protagonista rivela la sua versione dei fatti, piena di dettagli soprannaturali ed elementi horror, tanto inquietante quanto incredibile: l’arrivo di Emilio, la morte improvvisa dell’amico Paolino dopo essere stato morso da Emilio o la dentatura di quest’ultimo simile a quella di un maiale. Dall’altra parte abbiamo l’indagine di Momenté, un goffo funzionario statale che sembra trovarsi di fronte a qualcosa più grande di lui, che stenta a barcamenarsi tra i documenti ufficiali e il non detto tipico dei piccoli paesi. Eppure è proprio lui l’alter ego dello spettatore, il corpo estraneo gettato forzatamente in un mondo con cui non ha nulla da condividere e di cui ignora le dinamiche profonde.

Il signor diavolo, secondo le parole dello stesso regista, si presenta come una trasposizione, approfondita e romanzata, di quelle storie (di cui Avati è viva testimonianza) che un tempo si raccontavano la sera prima di addormentarsi. Un film “gotico-padano” in cui ci si cala in una cultura popolare, contadina, a tratti surreale, che per secoli ha rappresentato l’unico concreto momento di condivisione e quindi di arricchimento comune: uno spazio dove la cultura, intesa nel suo più ancestrale significato di qualcosa legato alla terra, che viene per l’appunto «coltivato», può fondersi con il suo esatto opposto: la religione, la dimensione eterea della vita. Senonché Avati s’affretta a controbilanciare questa dimensione “alta” nuovamente col “basso”, con Satana, che per definizione sta sottoterra.

Detto questo, c’è da constatare che Il signor diavolo è un film non scevro da difetti (anche se, bisogna dirlo, i pregi sono assai più interessanti e degni di nota dei lati negativi).

Tralasciando il fatto che sia un horror che non fa paura e dagli effetti speciali non all’altezza, a mio parere gli elementi davvero negativi sono due. Il primo è la trama: dopo i primi 5 minuti lo spettatore è già a conoscenza di tutto. La deposizione di Carlo e le indagini di Momenté non fungono da espedienti narrativi attraverso i quali esplorare un mondo e scoprire la verità pezzo per pezzo (creando così una vera simbiosi tra spettatore e personaggio), bensì risultano loro malgrado conferme di una storia che già si conosce. Ciò ha come conseguenza l’inevitabile svalutazione di Momenté e del suo ruolo. Per non parlare della sottotrama che viene a crearsi tra il funzionario romano e l’infermiera dell’ospizio dove è ricoverato il padre: senza nessuna utilità narrativa, ha tutta l’aria di essere stata inserita per diluire un po’ il film.

L’ultima nota negativa rispetto alla trama è il colpo di scena finale (sul quale ovviamente tacerò); il regista ha ammesso che si è trattato di una decisione improvvisata sul momento, e si vede. Purtroppo un occhio attento non può non notare come questo coupe de theatre vada a inficiare tutta la storia, creando vistosi buchi narrativi e fastidiose incongruenze con quanto visto fino a quel momento.

Il secondo difetto riscontrato è una promessa non mantenuta. Le premesse erano buone, anzi buonissime, ma purtroppo un vero e proprio approfondimento della cultura popolare non c’è stato; quella volontà di calare lo spettatore in un folklore atavico e ancestrale è parzialmente sfumata. Oltre a evocare l’eponimo signor diavolo che risiede nel corpo di Emilio, un ragazzo nato dal rapporto di una donna con un maiale, e ad accennare a qualche leggenda sul suo conto, i riferimenti, purtroppo, scarseggiano.

Rimane però una questione lasciata aperta, uno spunto che invoca a gran voce di non essere trascurato, e questo è il grandissimo pregio del film. Un horror di genere nel 2019 è di nuovo possibile, e la scommessa di Pupi Avati è senza dubbio vinta: un film non perfetto ma piacevole, interessante, a tratti accattivante, ma soprattutto di successo: non a caso a due settimane dall’uscita è ancora il primo film italiano al botteghino. Prova che l’interesse per questo genere c’è, è forte, e l’iniziativa di Pupi Avati non merita di restare lettera morta.

Posted by Riccardo Cestelli in Cinema e Serie Tv
La neo-lingua del XXI secolo: un’evoluzione della comunicazione

La neo-lingua del XXI secolo: un’evoluzione della comunicazione

Siamo ormai abituati a concepire il linguaggio come un elemento naturale, intimamente legato al concetto stesso di società, tanto che una comunità umana priva di linguaggio non viene nemmeno considerata, o comunque deputata a una prossima estinzione.  Tuttavia il linguaggio è un aspetto tutt’altro che naturale (ammesso che esista davvero il concetto di “naturale” e non sia anch’esso una creazione culturale) e, anzi, si configura esattamente come quel quid, eminentemente umano e del tutto artificiale, che segna la differenza tra il mondo umano, dotato di parola, e quello animale, che ne è invece privo. Il linguaggio nasce allora come conseguenza al bisogno, primario e istintivo, di comunicare: tanto fondamentale che Primo Levi, nei Sommersi e i salvati, rifletteva sul fatto che i gerarchi nazisti, per raggiungere il loro scopo di annientamento dell’ebreo in quanto persona, misero in atto una sistematica eliminazione della comunicazione (necessaria per la sopravvivenza) attraverso una programmata carenza di informazione. Lo stesso Levi infatti attribuirà non solo alla sua competenza chimica, ma anche alla sua conoscenza della lingua tedesca (era quindi in grado di comprendere e comunicare), un ruolo sostanziale in vista della sua sopravvivenza.

Ma torniamo alla parola comunicazione, che etimologicamente viene dal latino “cum” (assieme a), che indica reciprocità, insieme alla radice di “munus”, che presenta in latino un doppio significato: “compito” ma anche “dono”. Questo perché originariamente munus indicava la carica pubblica di magistrato, il quale oltre a ottemperare ai propri doveri, offriva anche al popolo dei veri e propri regali, ovvero gli spettacoli teatrali. La comunicazione come “processo che mette in comune”  divenne poi presto oggetto della retorica, intesa come lo studio della produzione di un testo o un discorso con funzione persuasiva. Anche approfondire l’etimologia di persuasione è interessante, in quanto lo scopo di un discorso sano sarebbe non quello di convincere (“cum” più “vincla”, ovvero “lacci”, “legami”, volendo alludere alla natura costrittiva di tale processo) ma quello di persuadere: il verbo latino è suadeo, e vi si rintraccia la radice di suavis (“dolce”) a cui viene aggiunto il prefisso per-, che indica compimento. La dolcezza cui fa riferimento la radice di suadeo dovrebbe essere sia nella modalità della proposta che nel suo contenuto, tanto da creare nel destinatario una fides, che non è solo un’adesione del cuore, un passeggero trasporto emotivo, ma prima di tutto un’accettazione razionale e stabile.

Evidentemente quella a cui assistiamo quotidianamente, nei dibattiti politici e pubblici, non è una sana comunicazione, quanto piuttosto una sua degenerazione, una manipolazione tesa a vincere e a convincere, perfettamente inserita e adattata alla realtà contemporanea che sempre più assume le fattezze di un agone. Basta fare un giro sui social (anche sui canali ufficiali dei più importanti partiti politici) per imbattersi in espressioni che nulla hanno a che fare con la suavitas retorica, come “smerdare”, “sputtanare”, “asfaltare”, “massacrare”… Sdoganare un linguaggio pesante, volgare e spesso offensivo è sicuramente una colpa gravissima della politica attuale, avallata dai talk show e dagli ormai imperanti social network. L’azione combinata di questi due fattori, politica e internet, credo sia alla base del contemporaneo mutamento di comunicazione.

Umberto Eco diceva che un tempo la televisione veniva in aiuto dei più poveri (intesi come culturalmente poveri: basti pensare ai programmi di Alberto Manzi) a discapito dei ricchi, mentre oggi il processo appare rovesciato: internet aiuta i più ricchi (nel senso di chi dispone di più mezzi culturali) a discapito dei più poveri, che si trovano spaesati  e senza mezzi per poter gestire un universo così vasto. La possibilità, virtualmente illimitata, di poter esprimere liberamente la propria opinione, senza filtri e senza il pudore che naturalmente si ha quando si parla di fronte a un interlocutore, rappresenta uno snodo cruciale. Da una parte i “poveri” (sempre in rapporto ai mezzi culturali, come li concepiva Eco) non hanno gli strumenti per dominare l’universo informazionale di internet né la capacità critica di discernere i dati: ma, d’altrocanto, non è una colpa, nessuno ha insegnato loro a farlo, e intere generazioni si sono trovate improvvisamente catapultate, se non buttate in un qualcosa di più grande di loro; è mancata l’informazione per l’informazione, l’insegnamento di un approccio verso un mondo nuovo, come invece è normale per qualsiasi altro aspetto della vita. Dall’altra parte internet rappresenta un inconscio palesato, un luogo privilegiato, o considerato tale, in cui esprimere senza remore tutto ciò che passa per la mente. Complice una dicitura evidentemente ambigua, la pagina di facebook diventa il proprio diario personale, un angulus in cui rendere pubblicamente manifeste pulsioni, paure, rabbie, tensioni e sfoghi, che altrimenti rimarrebbero giustamente recondite. Freud immaginava l’animo umano come un iceberg, laddove la parte emersa rappresentava la mente conscia mentre la parte sommersa (che è estremamente più estesa) l’inconscio. Ecco oggi si assiste a un ribaltamento dell’iceberg,  e ad essere inabissata è la parte razionale, la mens, mentre la parte sommersa viene costantemente e pubblicamente ostentata attraverso il medium di internet, che di certo in quest’ottica non predilige la comunicazione come processo di “dare un dono a qualcuno”.

In questa nuova realtà si è inserita a pieno titolo la politica che, intercettate le illimitate potenzialità che ha da offrire una suddetta congiuntura social-virtuale, ha sfruttato a suo vantaggio, e non senza abilità, questo mondo. Ovviamente tali abilità sono controbilanciate da colpe altrettanto significative. All’interno di un più ampio processo di personalizzazione e de-sacralizzazione della politica, un ruolo fondamentale, nel passaggio dalla Seconda alla sedicente Terza Repubblica, è stato giocato proprio dalla comunicazione. Coloro che, per motivi diversi, non sono riusciti ad adeguarsi, sono elettoralmente capitolati (Berlusconi in primis). Ho appena citato la de-sacralizzazione della politica: quale allora il modo migliore per mantenere un’aura di guida e di leadership, mostrandosi però al contempo vicino ai bisogni del popolo, anzi arrivando a fondersi con esso? Utilizzare i medesimi canali e il medesimo linguaggio, ma ovviamente premendo sulla “parte sommersa”, su quella comunicazione distorta che ha origine e punta sulla “pancia” della gente. Di conseguenza vedere un politico, a maggior ragione se del proprio partito di appartenenza, agire in quel modo, utilizzare proprio quel tipo di comunicazione, vale a dire sdoganarla e legittimarla: non è altro che la trasposizione del “se lo fa lui, perché non posso farlo anch’io?” La classe dirigente, nonostante tutto, detiene ancora in sé una notevole rilevanza sociale, funge da exemplum, soprattutto oggi in cui più che consenso si può parlare di vero e proprio tifo. Essere oggetto di una fiducia incontrollata  e ai limiti del morboso significa anche avere su di sé una responsabilità non indifferente. Giustificare certi commenti o certe esternazioni dei propri elettori “fans” solo perché genuini o in virtù di una pseudo-democratica parresia, non solo crea un pericoloso circolo vizioso, ma non fa altro che favorire un determinato linguaggio e il palesarsi di preoccupanti pulsioni. Apostrofare chiunque non esprima opinioni simili alle proprie con “si candidi col Pd” (come se poi il libero pensiero fosse vincolato all’appartenenza a un partito) è la morte del contraddittorio, del dibattito e dell’elaborazione razionale. Innervosirsi e attaccare quotidianamente con durezza i propri avversari denota uno scarso spirito democratico: si ricordi che la tanto agognata democrazia ateniese si fondava su due principi fondamentali: l’accoglienza nei confronti di chiunque e il consenso del dissenso (principio che dovrebbero ripassare un po’ tutti indiscriminatamente, da destra a sinistra).

Riappropriamoci di un linguaggio sano, di una comunicazione autentica che sappia di nuovo favorire il ragionamento e lo scambio critico: non più parole cariche di odio e livore che non portano da nessuna parte, ma ricche di suavitas, che sappiano creare un dialogo costruttivo e illuminante per entrambe le parti. Discostiamoci da certe forme degenerative e volgari, anche a costo di contraddire il proprio leader politico.

Come ho avuto modo di sentire recentemente da Gustavo Zagrebelsky, il vero dibattito non è quello finalizzato a decretare un vincitore (e dovremmo anche liberarci dal lessico agonistico quando si parla di dibattiti e confronti), ma quello in cui una parte, resa consapevole dall’interlocutore di essere nel torto, se ne avvede, e considera il confronto non come una sconfitta, ma come una ricchezza e un’occasione di crescita personale: in quest’ottica la vittoria non può che essere di tutti.

Posted by Riccardo Cestelli in Attualità e Informazione, Filosofia
“Altaforte” no, “Sharjah Authority book” sì. La censura ai tempi delle fake news

“Altaforte” no, “Sharjah Authority book” sì. La censura ai tempi delle fake news

Ancora Sgarbi. Ancora un misto di ingenuità e disinformazione. Ancora una volta tanta, tanta violenza inutile. “Storia di ordinaria follia” verrebbe da dire, se solo l’ignoranza fosse davvero ordinaria.

Siamo ai giorni appena precedenti il famigerato Salone del libro di Torino. La casa editrice Altaforte, tacciata di essere vicina a posizioni di stampo fascista, ha da poco pubblicato un libro-intervista al ministro dell’Interno Matteo Salvini e ottiene l’autorizzazione per presentare il proprio programma editoriale al Salone. Le polemiche sono insistenti e accese, tanto da creare un vero e proprio caso: molti personaggi noti, tra cui Giuseppe Civati e Zerocalcare, decidono di boicottare il Salone in segno di protesta. Intervengono addirittura il Presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e la sindaca di Torino Chiara Appendino per calmare gli animi e trovare una soluzione. Forse un po’ tardi, riescono a revocare l’autorizzazione ad Altaforte, che così, ad appena un giorno dall’inizio della kermesse torinese, è costretta a smontare lo stand.

Ovviamente le polemiche e le proteste continuano ininterrottamente per tutta la durata del Salone, andando a permeare il dibattito pubblico. Si può considerare una censura? Sono stati negati dei diritti alla casa editrice vicina a Casapound? Il nervoso clima di agitazione non sembra placarsi.

Arriviamo al 12 maggio 2019, penultimo giorno di Salone. Vittorio Sgarbi, già contrario alla decisione di allontanare Altaforte, pubblica sul suo profilo facebook un post dove possiamo leggere


Il vero scandalo del Salone non è il libro-intervista di Chiara Giannini al ministro Salvini, edito da Altaforte Edizioni, ma la presenza degli Emirati Arabi (con uno stand generosamente collocato all’ingresso) dove vige ancora la pena di morte, e in cui avvengono gravi violazioni dei diritti umani, come denuncia Amnesty International. 
Gli antifascisti della domenica su questo non hanno nulla da dire?


Apriti cielo. Provocazione puntualmente accolta dai suoi followers, con quasi 7500 condivisioni, che contribuisce ancor di più a esacerbare gli animi. Cercherò ora di fare quello che avrebbe dovuto fare Sgarbi, cioè informarmi e approfondire la questione prima di condividere notizie sul web.

La casa editrice Sharjah Authority book è effettivamente presente con un suo stand al Salone del Libro. Effettivamente lo Sharjah (non Shari’a, si badi, che è tutt’altra cosa) fa parte degli Emirati Arabi, più volte attaccati per negare i diritti umani fondamentali, in primis quelli delle donne (ironico, però, mi verrebbe da dire, che Sgarbi citi proprio Amnesty International, fino a poco tempo fa ampiamente attaccata e screditata dallo stesso critico d’arte perché difendeva l’innocenza di Cesare Battisti). Ma questa, come spesso accade, è solo una parte della verità. L’Emirato di Sharjah rappresenta un’eccezione, un unicum se vogliamo all’interno del mondo arabo. Emirato ultramoderno e commerciale, è stato scelto come Paese ospite d’onore al Salone Internazionale del libro di Torino. D’altronde gli Emirati Arabi sono una confederazione di Stati, ed è piuttosto banale e semplicistico considerarli sempre tutti insieme, come se non ci fossero differenti sensibilità al loro interno. Sharjah può infatti vantare un vasto patrimonio culturale della tradizione arabo-islamica, una ventina di musei, 620 luoghi di preghiera tra moschee e (rara eccezione) chiese, festival artistici, ed è anche sede di una Biennale. È stato nominato dall’Unesco Capitale mondiale del libro 2019 «per il suo ruolo prominente nella diffusione della letteratura, per l’instancabile incoraggiamento alla lettura anche nei più giovani e per la promozione della conoscenza come strumento per il dialogo tra i popoli». A differenza di altri Stati arabi dove alle donne è proibito addirittura guidare, qui hanno la possibilità di pubblicare libri: su 57 titoli presentati dalla Sharjah Authority book ben 21 sono le voci femminili, tanto da convincere importanti autrici italiane in prima linea per i diritti delle donne, tra cui Valeria Parrella, a partecipare agli eventi promossi dalla casa editrice araba e a presentare alcuni libri del loro catalogo.

Con questo non voglio assolutamente considerare lo Sharjah un paese idilliaco, né assurgerlo a paradiso in cui tutti i diritti universali vengono rispettati; tuttavia, concordemente al ragionamento portato avanti finora, trovo perfettamente legittima la scelta di invitare la Sharjah Authority Book al Salone di Torino, permettendole di presentare indisturbata le proprie proposte editoriali.

Ecco però arrivare la nota dolente. Un così elevato numero di condivisioni del post di Sgarbi non può lasciare indifferente la “realtà virtuale”. Iniziano a fioccare vergognose fake news, al solo scopo di screditare la suddetta casa editrice araba, accusandola di pubblicare libri «che spiegano come sposare bambine, picchiare mogli e uccidere infedeli». Più di 2520 condivisioni e quasi 800 commenti, dal tono e dall’aggressività facilmente intuibili, per quelle che si rivelano assurde falsità.

Odio, ancora odio, diventato ormai denominatore della nostra società. Era così difficile, per Sgarbi, verificare ciò che andava condividendo, evitando in tal modo questa lunga scia di fake news a sfondo razziale? Aveva davvero senso paragonare l’esperienza di Altaforte, casa editrice guidata da Francesco Polacchi, dichiarato fascista, pregiudicato e tuttora sotto processo per violenze, a quella della Sharjah Authority Book, che pur nelle mille difficoltà e contraddizioni degli Emirati Arabi, tenta di portare avanti un discorso culturale aperto e disponibile al dialogo? C’è stata davvero una censura ai danni di Altaforte, a discapito di un atteggiamento più clemente assunto nei confronti della Sharjah Authority Book?  Ovviamente no, e un aiuto ce lo può fornire il cosiddetto paradosso della tolleranza, definito da Karl Popper nella Società aperta e i suoi nemici. La democrazia è, per definizione, tollerante. Tuttavia una tolleranza illimitata porterebbe alla scomparsa della tolleranza, in quanto, se non riusciamo a difendere la società dagli attacchi degli intolleranti, i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con loro. E così conclude, lapidario: «Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti». Tollerare la presenza di Altaforte, editore antidemocratico e intollerante per definizione, potenzialmente illegale per Costituzione? No. Tollerare la Sharjah Authority Book? Nella misura in cui rimane una casa editrice sui generis, tollerante nei confronti delle minoranze e aperta al dialogo e al confronto con il mondo occidentale, non vedo perché no.

Condividere un post solo perché l’ha condiviso Sgarbi non è responsabile. In retorica questo procedimento viene chiamato entimema, e pertanto considerato non valido in un’argomentazione sana. Nel 2019 si hanno tutti i mezzi possibili per informarsi autonomamente e verificare le informazioni che ogni giorno troviamo in rete. Il web non è un male. I latini l’avrebbero definito una vox media, qualcosa che non è né positivo né negativo in sé, ma dipende dall’uso che ne sappiamo fare. Facciamone buon uso.

Posted by Riccardo Cestelli in Attualità e Informazione
Quel fascismo multiforme che ha più volti di Ulisse

Quel fascismo multiforme che ha più volti di Ulisse

L’Odissea s’apre con un bellissimo verso, quasi intraducibile in italiano

Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ (Ándra moi énnepe, Musa, polútropon, os mála pollà)

Musa, quell’uom di multiforme ingegno dimmi, che molto errò 

Interessante è soffermarsi sulla particolarità dell’aggettivo polútropon, su cui tanto ebbero a impegnarsi i traduttori dell’opera omerica: per Ippolito Pindemonte divenne il celeberrimo Ulisse «dal multiforme ingegno», mentre Giovanni Pascoli rese l’eroe greco «molt’agile». Ulisse, o meglio Odísseo, in fedele ossequio all’epiteto affibbiatogli da Omero assunse davvero mille forme nel corso della storia. Scioltosi ben presto dai vincoli dell’archetipo che lo volevano modello di eroe virtuoso o di retore ingannatore, Odísseo è indubbiamente diventato multiforme: e così abbiamo l’Ulisse playboy a bordo di uno yacht di Gozzano, l’Ulisse con la «barba posticcia» che si è stancato di recitare la parte dell’eroe in Alberto Savinio, o ancora il clochard milanese di Laura Pariani o il “fico” di Luciano De Crescenzo. Verrebbe da chiedersi, di fronte a tanta eterogeneità di sembianze e comportamenti, se si tratta del medesimo eroe cantato da Omero; la risposta credo sia da considerarsi affermativa, e ne abbiamo la conferma, ancora una volta, dall’origine, da quel polútropon in cui era già tutto rinchiuso. L’uomo dalle molte forme è sopravvissuto e ha saputo resistere nei millenni con sempre rinnovato aspetto, proprio in virtù della sua capacità di cambiare forma, di adattarsi al nuovo tempo e alle nuove circostanze che esso impone. Proprio la sua peculiare capacità di trasformarsi ha consentito a Ulisse di attraversare incolume i secoli, risultando sempre attuale perché capace di incarnare le diverse sensibilità: questo gli ha permesso di essere protagonista dei più vari romanzi e delle più disparate pièce teatrali del XX secolo, sempre diverso ma sempre uguale. Data la mia intenzione di voler individuare un legame tra la figura di Ulisse e il fascismo, consapevole di una certa arduità concettuale, mi affido, per iniziare, alle parole di Umberto Eco:

il Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: “Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!” Ahimè, la vita non è così facile. Il Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo.

(Umberto Eco, Il fascismo eterno, Milano, La nave di Teseo, 2017, pp. 49-50)

Sì, il fascismo è polútropon, «molt’agile e multiforme», novello Odísseo che ha superato le colonne d’Ercole del Novecento per approdare, naufrago in patria, con mutati panni ma con inalterato animo, alle soglie del XXI secolo. Il Fascismo con la “f” maiuscola (non casuale in Eco) non è un’entità morta, estinta, ma solo trasformata, riadattata ai nuovi tempi. L’errore forse più grave ravvisabile in buona parte del dibattito politico e pubblico è proprio quello di negarne l’esistenza, di non coglierne i segnali (d’altra parte, dopo essersi «turati il naso», agli italiani viene quasi automatico coprirsi anche gli occhi). Pensare che il Fascismo possa tornare in tutto e per tutto identico al se stesso del 1922, rinnovando meccanicamente modalità e situazioni, è profondamente ingenuo. Del resto Mussolini è morto, nessuna guerra è all’orizzonte, nessuna “marcia su Roma” è in programma e fortunatamente proclamazioni di stati d’assedio non sono all’ordine del giorno. Ma davvero questo può bastare a considerare anacronisticamente irrealizzabile la possibile ricomparsa del Fascismo? Davvero possiamo semplicisticamente ridurlo a un partito o a favorevoli condizioni storiche? E allora l’idea tutta gentiliana di “cultura fascista”, che avrebbe dovuto permeare la società tutta, andando a colorar di nero tutti gli aspetti della vita comunitaria? L’«Ur-Fascismo», sempre per citare Eco, è qualcosa di più, che non si è reincarnato nel piatto Achille sempre uguale a se stesso, ma nel multiforme Odísseo, a cui la dea Atena (ognuno, fuor di metafora, ci trovi la corrispondenza che reputa più appropriata) ha donato un aspetto più pulito e presentabile e abiti meno sgualciti, rendendo apparentemente più complicato il suo processo di riconoscimento. Eppure non è così difficile. Sarebbe sufficiente un po’ di intraprendenza e attento impegno per captare tutto il Fascismo che oggi, purtroppo, ci circonda. Il Fascismo ha assunto la forma del politico che indossa con visibile orgoglio e arroganza divise militari, salvo poi proteggersi dietro il Parlamento quando il timore di essere processato supera il coraggio di affrontare le leggi. Il Fascismo ha assunto la forma del disprezzo per il corpo altrui, quando la dignità dell’individuo (perché sì, lo stupratore in uno Stato di diritto deve essere trattato come tutti gli altri) viene calpestata da una bieca brama di vendetta. Il Fascismo lo vediamo negli slogan odierni, in quella «difesa sempre legittima» che non fa onore alle miriadi di lotte per ottenere una giustizia vera e non approssimativa. Lo vedo infine nelle sterili polemiche del 25 aprile, ingiustamente svilito, ridotto a uno scontro politico che rischia di trascurare quella che è stata invece una lotta per la Libertà, grazie alla quale, del resto, è possibile anche farsi sostenitori di tali polemiche.

Purtroppo però, se da una parte il mito omerico ci illumina e ci aiuta a comprendere più a fondo la vicenda contemporanea, dall’altra non manca di fornirci disillusioni: Ulisse, una volta tornato in patria trasformato dalla dea e dal lungo viaggio, fu riconosciuto solo da quelli che lo amavano, primi fra tutti il figlio Telemaco e il vecchio cane Argo, mentre i suoi avversari, i Proci, non si accorsero di lui e ne pagarono le conseguenze con la morte. Il Fascismo oggi viene sì riconosciuto, ma non tanto da coloro che vi si dovrebbero opporre, bensì dai suoi stessi sostenitori, circostanza che evidentemente non crea nessuna preoccupazione. La speranza è che non sia già troppo tardi, e che una certa ingenuità da “proci” non impedisca di trascurare quei sintomi e quei segnali che contribuiscono a far precipitare nel baratro la società. Se poi tutto questo discorso non fosse stato sufficiente per corroborare la mia ipotesi comparativa, basti sapere che l’epiteto che Alberto Savinio utilizza per chiamare il suo Ulisse e intitolare il suo dramma è, sardonicamente, “Capitano”.

Posted by Riccardo Cestelli in Filosofia, Politica
“Leonardo” di Vittorio Sgarbi: il fallimento della divulgazione

“Leonardo” di Vittorio Sgarbi: il fallimento della divulgazione

C’è una regola aurea che ogni divulgatore dovrebbe avere bene fissa in testa: la responsabilità. Responsabilità in primis verso se stessi e la propria conoscenza, ma soprattutto (e di conseguenza) nei confronti del pubblico, il quale confida e si affida totalmente alla persona del divulgatore: dico persona proprio perché si instaura un rapporto anomalo e se vogliamo atipico nel campo dello scambio culturale, caratterizzato da una fiducia e da un’empatia che portano lo spettatore, di norma pagante, ad aprirsi completamente e a prendere per vero tutto ciò che esce dalla bocca del divulgatore-persona, considerato esperto di indubbia validità. Ecco, proprio in questo senso Leonardo è uno spettacolo irresponsabile. Non credo che Vittorio Sgarbi abbia bisogno di presentazioni: eccentrico critico d’arte (o almeno tale dovrebbe essere), politico trasformista e sempre di più showman televisivo. Da ottobre 2018 gira l’Italia con Leonardo, il suo nuovo spettacolo teatrale, in cui tra una battuta (facciamo anche due) di discutibile gusto e un’altra dovrebbe, con la sua retorica e ormai celebre affabulazione, illuminare sulla vicenda storica e artistica di Leonardo da Vinci. Procederò per punti, cercando di sintetizzare e spiegare perché, a mio avviso, lo spettacolo di Sgarbi risulti irresponsabile.

1. Tutta la prima parte (40 minuti) è dedicata a un ardito paragone tra Duchamp e il genio toscano, al fine di dimostrare la stretta correlazione che intercorrerebbe tra i due. Non solo presentare Leonardo come «il primo dadaista» credo sia un’ipotesi falsa, ma la prova finale che dovrebbe corroborare tale tesi e dissipare ogni dubbio sarebbero i famosi baffi che Marcel Duchamp appose alla Gioconda, da Sgarbi interpretati come segnale di intima sintonia tra i due e non (correttamente) come simbolo di sovvertimento contro quell’arte umanistica, stilisticamente perfetta e ineccepibile (di cui la Gioconda è modello assoluto) che Duchamp voleva criticare, contrapponendo invece la sua irriverente e dissacrante casualità. Non credo che il padre del Dadaismo sarebbe contento di annoverare tra le sue fila il campione del Rinascimento.

2. Prendendo le mosse dalle Vite di Giorgio Vasari, il critico ferrarese ci mostra un Leonardo svogliato, inconcludente, un «cazzone che non ha voglia di fare nulla e che quindi lascia tutto a metà». Forse la questione risulta leggermente più complessa, e la sua attitudine a lasciare tutto inconcluso è dettata da una spinta alla sperimentazione, da una voglia inesauribile di cominciare nuovi progetti senza avere sempre la forza e il tempo di concluderli, piuttosto che da una puerile neghittosità. Del resto lo stesso Vasari sottolinea più volte la sua indole sì volubile, ma anche accompagnata da un «intelletto tanto divino e meraviglioso» che lo portava a «imparare molte cose e, cominciate, poi l’abbandonava». Leggere un po’ più a fondo l’autore delle Vite non sarebbe stata una cattiva idea.

3. Ma spostiamoci dal campo delle interpretazioni per approdare a quello dei dati di fatto, la ragione principe per cui reputo questo spettacolo irresponsabile; perché non solo Sgarbi ha elucubrato interpretazioni a dir poco ardite, ma, fatto ancor più grave, ha dispensato senza nessuna vergogna o remora assolute falsità. Esempio emblematico il fatto che Leonardo non ci abbia lasciato nessun tipo di scritto, né teorico né pratico: e allora i suoi famosissimi «scritti speculari», ad esempio, sul volo degli uccelli? E i suoi scritti artistici e tecnici, tra cui spicca in primo piano il Paragone delle arti? Davvero un critico del calibro di Vittorio Sgarbi ignora completamente l’esistenza di tali documenti, fondamentali non solo per la vicenda personale del pittore in questione, ma anche per la storia dell’arte tutta?

L’elenco sarebbe ancora lungo, dal momento che lo spettacolo è durato ben tre ore. Si potrebbe ancora parlare della totale mancanza di giudizi squisitamente tecnici, sempre attentamente evitati per far posto a banalissimi apprezzamenti estetici al limite del ridicolo, tra cui «guardate che bello questo panneggio», «i colori qui sono usati benissimo», «questo ritratto è davvero bellissimo», e così via (come se poi ci fossero realmente dei dubbi sulla presunta bellezza delle opere vinciane); non ha toccato nemmeno una volta la questione della prospettiva, eppure importantissima e rivoluzionaria in Leonardo (ad esempio nella sua Annunciazione), forse per paura di addentrarsi in un territorio troppo complicato, come se la divulgazione non fosse il tentativo di rendere disponibile e alla portata di tutti la bellezza della difficoltà, senza pregiudizi e timori. Evidentemente non ha compreso a pieno la lezione del Maestro, allorché Vasari dice che Leonardo (in questo senso non tanto primo dadaista, ma davvero proto-divulgatore) aveva «tanta e sì fatta virtù, che dovunque l’animo volse nelle cose difficili, con facilità le rendeva assolute». Da stendere un velo pietoso poi sulle proiezioni delle opere, con i colori completamente falsati e le ombre eccessivamente marcate, tipiche di uno schermo a cristalli liquidi non orientato correttamente: in uno spettacolo dedicato all’arte, un errore imperdonabile. Per chiunque abbia una cultura base della storia dell’arte uscire insoddisfatti è inevitabile. Tre ore di pura improvvisazione (questa almeno è l’impressione) in cui viene a decadere quel senso di responsabilità di cui parlavo all’inizio: la divulgazione fallisce proprio nel momento in cui quel pubblico, uscendo, si illude di aver appreso qualcosa di nuovo, di essere cresciuto culturalmente, essendosi fidato di un individuo che ha solo sfruttato una serata per produrre una propria performance e godere dell’unica linfa vitale a lui nota, il plauso della gente.

Posted by Riccardo Cestelli in Arte