Leonardo Rinella

Appassionato di cinema e serie tv, cresciuto a pane e cultura geek e studente di Lettere Moderne, nel tempo libero. Non ha mai smesso di stupirsi per l'immensità dell'audiovisivo, tanto da sentire il bisogno di sfruttare l'amore per la scrittura per raccontare questa meravigliosa passione.
Appassionato di cinema e serie tv, cresciuto a pane e cultura geek e studente di Lettere Moderne, nel tempo libero. Non ha mai smesso di stupirsi per l'immensità dell'audiovisivo, tanto da sentire il bisogno di sfruttare l'amore per la scrittura per raccontare questa meravigliosa passione.
Thor: Ragnarok e la transtestualità

Thor: Ragnarok e la transtestualità

Sebbene abbia fatto discutere non poco, è innegabile riconoscere nel film Thor: Ragnarok un superamento del genere supereroistico tout court, e delle dinamiche che ruotano attorno a questo tipo di narrazione.

Partiamo da alcune definizioni semplici. Quando parliamo di transtestualità intendiamo il rapporto che intercorre fra un testo (cioè l’unità minima di un prodotto mediale, nonché il contenuto, che può essere un libro, un film, un fumetto o un videogioco) ed un altro testo, fu elaborato da Gerard Genette, nel suo saggio Palinsesti. La letteratura al secondo grado, divenuto fondamentale negli studi di Rick Altman per l’elaborazione della teoria di generificazione di un testo filmico.

Rientra in quest’ottica la nostra analisi di Thor: Ragnarok e come esso si collochi rappresenti anche il genere parodico ed il simile travestimento burlesco.

Genette parla di ipertesto quando un testo B (ipertesto) si relazione ad un testo A (ipotesto) precedente. L’ipertesto si ottiene o per traformazione, se viene emulata e richiamata solo la struttura del testo di partenza (si veda ad esempio il rapporto fra l’Odissea e l’Ulisse di Joyce), oppure per imitazione, in cui il testo viene imitato o ricalcato direttamente (come l’Eneide con l’Odissea).

Questa parentesi tecnica ci serve per capire il vero rapporto con fra Thor: Ragnarok ed il genere cinecomic. Sempre Genette sostiene che c’è una differenza fra Genere Parodico e travestimento burlesco:

  • Parodia: viene modificato soggetto di partenza senza modificare lo stile dell’ipotesto.
  • Travestimento burlesco: modifica lo stile del testo senza modificare il soggetto.

Chiaro che da questo punto di vista, il collocamento di Thor: Ragnarok è abbastanza chiaro: si tratta ovviamente di una Parodia. Ovviamente bisogna fare delle precisazioni su determinati parametri, se con “testo di partenza”, Genette faceva riferimento ad un singolo testo letterario, oltre che al genere, bisogna tener conto del cambiamento caratteriale dei personaggi che lo stesso regista, Taika Waititi, ha attuato partendo dalla mitologia Marvel (filmica e fumettistica) di partenza.

Come da sempre accade, nella letteratura e nella narrativa, la modifica di un testo di partenza, implementando elementi di carattere comico e parodistico, presuppone una conoscenza viscerale del testo di partenza. Il risultato è ovviamente una rete di omaggi a situazioni e caratteristiche topiche del genere preso in esame. In quest’ottica risulta chiaro il lavoro di Taika Waititi: il suo lavoro non solo prende la forma di un lavoro strutturato e citazionistico su materiale pre-esistente, ma di conseguenza si rivela un omaggio tout court, una rielaborazione ed un ribaltamento del mondo narrativo di partenza, il chè, dal punto di vista industriale si rivela un’arma a doppio taglio.

Da un lato la produzione può tranquillamente venderlo come commedia, aumentando così la curva della domanda del pubblico, mentre dall’altro può permettersi di riformulare nuovi aspetti dei personaggi, potendo affrontare con “leggerezza” anche aspetti maggiormente tragici che avrebbero potuto allontanare parte del pubblico alla ricerca di uno svago dai toni più leggeri.

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Un ideale film sui Beatles

Un ideale film sui Beatles

La recente visione di Yesterday, al di là di tutto, mi ha fatto sorgere un pensiero che si è rilevato essere un timore tangibile molto forte: un futuro possibile biopic sui Beatles. Se è possibile un film con le loro musiche, allora presto – ma magari non così tanto – sarà possibile un loro film biografico. Per carità, ce ne sono già molteplici, ma Nowhere Boy si sofferma sulla giovinezza di Lennon e non va oltre, mentre Backbeat racconta la storia di Stuart Sutcliffe, utilizzando i Fab Four solo come contorno, senza approfondire le loro dinamiche interne.

Quindi, per sfizio e per gioco, immaginiamoci insieme il film ideale sui Beatles, soprattutto in un contesto come il nostro in cui i biopic musicali sono diventati la tendenza del momento, mettendo in luce numerosi problemi strutturali.

Innanzitutto bisogna capire cosa si vuole raccontare con un film del genere. L’ascesa e la caduta di un gruppo musicale? Troppo poco, dato che si tratta del Gruppo musicale per eccellenza.

Bohemian Rapsody ha dimostrato quanto la formula dei biopic musicali sia ormai stata fissata con una tale rigorosità strutturale da mandarla in cortocircuito. Patrick Willems ne parla molto bene in un suo video.

Prendiamo come riferimenti diversi film: Ray, Get On Up, Bohemian Rapsody e Walk the Line e mettiamo a nudo la loro struttura:

  • il film comincia con la vicenda in medias res, nel momento del “concerto della vita” del protagonista-genio musicale in questione. Addosso ha molta pressione.
  • torniamo immediatamente nel passato e ripercorriamo la tragedia che da giovane l’ha colpito per renderlo il genio-ribelle che è oggi.
  • ha un primo approccio con la musica
  • poi, su un palco, subito mette in mostra il proprio talento.
  • a seguire abbiamo una scena cruciale in sala di registrazione, la prima sfida su cui la narrazione si sofferma, dato che il protagonista deve fare i conti con un producer molto cinico.
  • il disco produce almeno una hit e parte il tour mondiale che sancirà il suo successo.
  • abbiamo montaggi di transizione per mostrare i luoghi toccati dalla tourneè, come si traduce il suo grande successo – che ovviamente si manifesta con donne-soldi e uso-abuso di sostanze stupefacenti.
  • la droga, appunto, può essere uno dei modi che ha il cantante per spingere la propria musica e la propria creatività ad un livello successivo, ma sarà la causa dei suoi problemi.
  • fra questo e la crisi delle proprie relazioni, abbiamo una vera e propria crisi creativa che fa cominciare il “periodo nero della sua vita. Il suo viaggio dell’eroe, in pieno secondo atto, fa emergere le ombre più grandi. Per citare Kingdom Hearts, “più ti avvicini alla luce, più grande sarà la tua ombra“.
  • in questo frangente, ovviamente, il protagonista non è mai lucido, ha delle crisi e spesso va in riabilitazione.
  • nel terzo atto si riprende e torna in perfetta forma e motivato.
  • realizza il concerto finale, o più importante, della sua carriera (ovvero quello visto all’inizio della pellicola)
  • il film si chiude con un freeze-frame.
  • …ah e ovviamente compare una scritta-tappabuchi prima dei titoli di coda che ci comunica tutto ciò che il cantante ha fatto nel resto della sua carriera, ovviamente off-screen.

Dunque, coi Beatles è impossibile schematizzare il tutto con questo paradigma, per diverse ragioni:

  • innanzitutto il loro ultimo concerto si colloca a metà della loro carriera.
  • il produttore “cinico”, Sir George Martin, nel loro caso ha un valore creativo quasi paragonabile a quello della band.
  • non c’è un genio-creativo leader, ma tre grandi geni – e due braccia probabilmente strappate alla miniera – che devono lavorare in armonia totale per il bene della LORO musica.
  • non sono un gruppo, sono un movimento culturale, l’espressione di una determinata generazione e degli effetti che hanno avuto sulla storia (non solo!) musicale.

Ora è un po’ più chiaro che cosa il film debba raccontare. Non la semplice STORIA di tre geni (anzi 4, dimentico sempre George Martin, mannaggia…), ma la storia di una CULTURA e di come essa si sia creata e manifestata, tra beatlemania e controcultura-hippie, fino a sfociare nella disgregazione del gruppo, e nella disgregazione quindi di determinate speranze di una generazione giovanile sempre più alla ricerca di una nuova identità.

Andando con ordine, il film dev’essere per forza diviso in due parti. L’intera carriera dei Beatles può essere scissa in due linee narrative: ascesa e beatlemania da una parte e controcultura-hippie, problematiche relazionali interne ed il loro canto del cigno – che ha piena espressione nel Rooftop Concert – dall’altra.

Parte 1:

  • la storia dev’essere equamente spartita. È facile cadere nella tentazione di mettere Lennon ed il suo ego come protagonista solo perchè dopo aver lasciato il gruppo ha cavalcato “una certa onda“. Quindi come si sono conosciuti, le prove, ma soprattutto Liverpool in tutta la sua essenza: una malinconica città portuale colma di lavoratori operosi e 3 amici che si distanziano dal grupp
  • non c’è un genio creativo e non ce n’è bisogno. Quello che bisogna mostrare c’è già in Backbeat, dei giovanissimi che suonano per 16 ore al giorno con degli orari e dei tempi di lavoro quasi da operai. Sudore, fatica, lavoro. Non c’è spazio per il genio artistico, solo esperienza acquisita sul campo. Sicuramente qualcosa di meno retorico – ma più dignitoso dell’ideale romantico dell’artista solitario, oggi irreale e poco credibile.
  • poi arrivano i live, la beatlemania che spopola.

Apriamo una piccola parentesi sulla Beatlemania: come la si racconta? La scelta più populista imporrebbe degli artificiali giochi di montaggio accompagnati da un ottovolante dei loro brani secondari.

Attenzione: questo sistema potrebbe addirittura portarci all’Oscar per il miglior montaggio.

Raccontare la Beatlemania, implica che questa debba esser respirata e vissuta nel corso della narrazione. Parallelamente alla vita dei Beatles, si deve inserire la vita di persone comuni e mostrare come effettivamente un intero movimento, una coppia magari – con una storia d’amore classica – ma influenzata e magari perfettamente simmetrica alle loro dinamiche interne dalla vita e dalle opere dei nostri cari John, Paul, George e Ringo.

Qui si può anche fare il richiamo più populista e facilone chiamandoli Desmond e Molly (da Ob-la-dì Ob-la-dà per i profani) legando così la loro relazione magari a qualche riferimento all’interno delle canzoni dei Beatles.

È possibile che questi si fossero conosciuti ad un concerto, lei una ragazzina urlante e lui fan che abbraccerà da un momento all’altro la controcultura trascinando pure lei, prima di giungere al loro secondo atto in cui li vediamo metter su famiglia.

Tornando a noi, la prima parte avrà un arco temporale tale da poter raccontare l’ascesa ed il declino della beatlemania, la formazione del primo movimento-pop-di-massa. Il finale a questo punto, non può che essere il momento in cui la band ha la prima crisi, la loro epifania chiave che segnerà un loro radicale cambiamento culturale e musicale, durante l’ultimo concerto del 29 Agosto 1966 al Candlestick Park. Certamente a livello temporale si percorre un lasso di tempo maggiore in questa parte rispetto alla seconda.

Ruolo chiave sarà ovviamente George Martin. Il successo prematuro di questi giovani si traduce in disorganizzazione e confusione per dei giovani lasciati in quasi totale libertà. Il produttore allora interviene con un ruolo molto più simile a quello del mentore piuttosto che di antagonista. Di certo questa è una novità nei biopic musicali, ma le dinamiche si sono già manifestate nel rapporto fra Thomas Wolfe e Max Perkins in Genius.

George Martin è indiscutibilmente il Mentore di questi quattro eroi. Colui che seda la confusione e permette al genio creativo dei quattro protagonisti posti sullo stesso piano.

La seconda parte, invece, è più complicata. Dato che narrativamente, contando entrambi i film, deve raccontare il declino, il punto focale dell’avventura dei nostri eroe, ovvero la controcultura.

La regia può dunque permettersi momenti maggiormente onirici poiché diegetici con l’intera narrazione, permettendo così un’organica confluenza delle ideologie radicali di quel periodo e della partecipazione ad esso dei nostri protagonisti. Questa fase avrà un carattere maggiormente beatlesiano, psichedelico e coreografico nei momenti in cui i brani del gruppo subentrano nella storia. Per citare un esempio, le situazioni musicali devono essere più simili a quanto visto in Rocketman piuttosto che Bohemian Rapsody.

Abbiamo diverse linee narrative che possono procedere parallelamente alla storia portante dei 4 eroi. Ad esempio ora hanno tutti messo su famiglia, sviluppato con loro un rapporto particolare di riconciliazione soprattutto in una situazione in cui la beatlemania sta scemando. Ovviamente, Molly e Desmond, saranno la loro immagine speculare, rimanendo perennemente legati alle vicende del gruppo.

Le vicende reali dei Fab Four permettono inoltre una modifica sul piano narrativo standard del genere biopic musicale. Oltre ad avere molteplici scene in studio, piuttosto che in tour, ampio spazio dev’esser dedicato a tutti gli effetti al loro viaggio spirituale dal mistico Maharishi, il Mid-Point della nostra storia. Esso non solo darà un definitivo colpo alla crisi relazionale del gruppo, le cui pratiche ideologiche e produttive svilupperanno pieghe differenti sul livello individuale, ma permetterà il definitivo ingresso nel terzo ed ultimo atto. I desideri dei protagonisti muteranno talmente tanto grazie a quest’esperienza da creare un conflitto elevato che necessiterà una definitiva risoluzione. Non solo, metterà anche in risalto il vero “need” dei personaggi:

  • John Lennon comprenderà che il piano spirituale non è di suo interesse se non viene declinato nella produzione artistica o sul piano politico.
  • Paul McCartney rimane quello più colpito dalla figura del Maharishi, sebbene debba seguire i suoi compagni per una questione legata all’immagine del gruppo da parte dei media, non esplicitando la loro crisi.
  • George Harrison comprende che ha una forte debolezza sul piano spirituale che grazie al mistico riesce a colmare. Il problema sorgerà nel momento in cui il gruppo svilupperà dei dubbi sulla figura di riferimento nel loro viaggio in India, causando in George una frattura.
  • Ringo Starr è quello meno coinvolto dal piano spirituale, e si accorge che ciò che vuole veramente è stare vicino alla sua famiglia.

Sarebbe facile mettere in risalto la figura di Yoko Ono come il villain, ma lei non sarà altro che la bomba legata alla miccia che si è accesa fra i protagonisti. Ella è la manifestazione fisica della crisi, che mai toccherà il piano creativo, ma solo quello relazionale, dato che la storia del gruppo è tanto breve quanto intensa, ma centrale sarà l'”ego” di Lennon, che emergerà qui con grande prepotenza, mascherato da motivazioni ideologiche e politiche.

Ovviamente, la nostra coppia d’innamorati, continuerà ad emularli nelle proprie azioni. In questo caso ci sarà una rottura fra di loro e bisognerà comprendere se la risoluzione può esser lieta o meno.

Infine ci troviamo d’innanzi alla conclusione. Il “combattimento finale“, la resa dei conti del gruppo. La loro separazione è ormai fuori da ogni controllo, quasi imminente, ma decidono di affrontarla a viso aperto con un’ultima grande apparizione, il loro canto del cigno: il Rooftop Concert.

A questo punto, perchè no, ci può essere una riconciliazione fra la nostra coppia innamorata, che hanno capito quanto non possano stare insieme, ma si regalano alcuni momenti di pace e di ricordo del loro rapporto proprio sotto il Rooftop Concert. Proprio come il rapporto che intercorre fra i membri dei Beatles, anche il loro è sul filo di un rasoio ed inconciliabile con quello che sono ora diventati. Il cambiamento ideologico e sentimentale di quest’epoca, di questa cultura, è ben manifesto in tutti i personaggi.

Il Rooftop Concert non è da intendersi come il loro “concerto della vita”, poiché ogni singola azione o performance dei Beatles ha avuto il suo influsso nella storia e nella cultura di massa. Ciò che conta è come dei ragazzi, cresciuti artisticamente insieme fin da quando erano molto piccoli, riescono a mettere da parte le controversie ora più forti che mai, per creare, un’ultima volta, qualcosa che il mondo categorizzerà, nuovamente, come qualcosa di straordinario.

E qui si chiude la loro vicenda. Una vicenda che non ha seguito, che non segue cosa sia successo dopo ai singoli membri, poiché i Beatles sono morti nel 1970, non i singoli membri, ma a noi di loro non importa, importa solo del segno che questo collettivo ha lasciato col suo passaggio.

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La controcultura fra Tarantino, Hollywood, Mad Men ed i Beatles

La controcultura fra Tarantino, Hollywood, Mad Men ed i Beatles

Il punto che sicuramente ho trovato maggiormente intrigante ed interessante nella nuova pellicola di Quentin Tarantino, è uno degli elementi motrici della narrazione in questa grande allegoria fiabesca: la controcultura.

Perché sì, è giusto specificarlo, il film di Tarantino altro non è che una fiaba, che – ricordiamo – non è sinonimo di favola, poiché quest’ultimo termine è utilizzato per racconti brevi d’intento morale, mentre quello in questione non implica una funzione paternalistica, ma solo la presenza di elementi magici o extra-naturali ai fini della costruzione di una narrazione destinata all’intrattenimento. Per intenderci, le favole sono quelle di Esopo, le fiabe sono quelle ricostruite dai Fratelli Grimm attraverso l’analisi dei racconti popolari.

E proprio la cultura popolare è il centro del nostro discorso, o meglio, una sottospecie ben precisa. La controcultura, in termini generali, fa riferimento ad una serie di movimenti specifici nati negli anni ’60 che vedevano la propria ideologia dominante nella lotta rivoluzionaria contro l’ordine costituito. In contesti capitalistici ed anti-radicali come gli Stati Uniti, è naturale che fossero visti nel peggiore dei modi, come una minaccia ai valori portanti dell’istituzione. La Manson Family, in quest’ottica, aggiunge anche una struttura assimilabile alle sette, più che ad un vero e proprio movimento culturale,

Eppure, i loro ideali si sparsero a macchia d’olio per tutto il (fu) Nuovo Mondo, avendo come principali simpatizzanti una nuova generazione di giovani, cresciuti sull’onda della vittoria nel secondo dopoguerra e spinti da dei genitori conservatori alla ricerca di una nuova identità. Emersero immediatamente nuovi fenomeni come i Luna Park, i Drive-in e nuovi tipi di sostanze stupefacenti.

Persino l’industria di Hollywood sentì la pressione di questa nuova generazione, tanto che fu costretta a rivedere i suoi assetti, la sua estetica e le sue ideologie per far presa su di essa, con pellicole quali Easy Rider o Il Laureato.

Serie televisive come Mad Men hanno mostrato l’emergere di una cultura “di sostrato” rispetto ai protagonisti. I personaggi della serie, infatti, sono molto lontani dalle idee della nuova generazione che nel corso delle sue stagioni vede lentamente prendere sempre più piedi. Viene rappresentato sia attraverso uno spirito di ribellione da parte della figlia di Don Draper (il protagonista della serie), che aumento sempre di più col suo avvicinarsi all’età adolescenziale, sia attraverso dei personaggi di grande fama che diventano veri e propri protagonisti di quest’era: i Beatles. Abbiamo infatti un momento in cui la figlia di Don, vittima naturale della beatlemania, desidera più di ogni altra cosa vedere i fab four dal vivo. Persino Draper, volente o nolente, finirà per fischiettare “I Want to Hold Your Hand“. Dulcis in fundo, una puntata della serie si concluderà con Tomorrow Never Knows. Insomma, la beatlemania, in quest’epoca, è entrata pienamente nella vita di chiunque, persino in quella di conservatori senza scrupoli come i mad men.

Questo excursus è servito per mostrare quanto effettivamente l’emergere di nuovi gusti di una fascia di pubblico totalmente nuova e di uno stile di vita maggiormente radicale fossero una realtà culturale tangibile per quei tempi.

Con C’era una Volta a… Hollywood avviene un totale ribaltamento di questa situazione presente nell’immaginario comune. Abbiamo già visto in Bastardi Senza Gloria come per Tarantino la realtà storica non sia minimamente un valore cruciale ed indissolubile per la costruzione di una narrazione, anzi, rientra perfettamente nel messaggio che la stessa narrazione intende comunicare.

Nel finale del film, infatti, non solo la serie di omicidi in casa Polanski non avviene, raggiungendo nell’epilogo un vero e proprio happy ending, ma i personaggi principali rappresentanti la radicalizzazione cieca causata dalla controcultura vengono neutralizzati in maniera quasi comica, facendoli trasparire come figure ridicole.

Non solo nell’universo fiabesco di C’era una Volta a… Hollywood, il cambio culturale non è avvenuto, e probabilmente non avverrà mai, dato che l’epilogo vede il Cinema-di-Serie-A ed il Cinema-di-Serie-B – un tempo solo vicini di casa – conciliarsi fisicamente e spiritualmente in qualcosa di unico attraverso le figure di Rick Dalton e Sharon Tate.

Non è la prima volta che in una narrazione di finzione in un contesto storico ben preciso, le figure dei movimenti radicali e hippie vengono “sconfitte” dai protagonisti-antagonisti. Prima infatti si è accennato a Mad Men. Nel finale della serie, infatti, Don Draper non può che accettare ed addirittura partecipare a questi movimenti, anche a causa della propria crisi creativa nel suo ambito professionale. Negli ultimi istanti, grazie al primo piano del protagonista sorridente e alla storica pubblicità della Coca Cola – “Hilltop” – a seguire, intuiamo che Don ha utilizzato questi movimenti radicali come obiettivo principale del target di quelli che saranno suoi nuovi clienti.

Perché sì, in fin dei conti, il cambiamento principale apportato dalla controcultura non è stato altro che riassestare il sistema industriale, modificandone le pratiche di produzione del contenuto mediale e delle principale tipologie di pubblico da integrare nel proprio orizzonte distributivo. È esattamente il caso della New Hollywood, per quanto riguarda la produzione cinematografica.

Alla luce di questo contesto culturale, risulta chiaro come effettivamente la pellicola di Tarantino sia portatrice di un sentimento che nulla ha che vedere con la rivoluzione storica o con la critica a determinati ideali. Il suo punto è voler riproporre un ambiente fiabesco ed utopico della Hollywood-pre-rivoluzione-culturale, che modifica la storia e la cultura anche grazie all’integrazione spirituale con un determinato tipo di cinema autoriale e di “Serie A“, in questo caso rappresentato da Polanski e dalla Tate, con uno maggiormente di genere e di diverse fasce di pubblico.

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I richiami all’11 Settembre nei film Marvel

I richiami all’11 Settembre nei film Marvel

L’elemento interessante dei personaggi coinvolti nelle vicende del Ciclo dell’Infinito è sicuramente la peculiare natura eroica già mostrata e sviluppata nei rispettivi franchise, e – nonostante gli eventi di Captain America: Civil War (2016) – la loro decisione di riunirsi con coloro con cui hanno avuto delle divergenze. Questo ovviamente sarebbe stato molto più complicato se Tony Stark e Steve Rogers si fossero rincontrati immediatamente nel corso di questa pellicola, poiché avrebbero irrimediabilmente bloccato il corso degli eventi in favore di un loro secondo conflitto o di una riconciliazione. I personaggi secondari invece mettono da parte i loro conflitti per il bene superiore dell’universo.

I fratelli Russo in questo nuovo capitolo della saga ed il loro secondo evento team-up hanno nuovamente decostruito l’andamento narrativo dell’intreccio classico di stampo supereroistico, ribaltando non solo la mitologia che sta alla base del Marvel Cinematic Universe, ma anche gli elementi predittivi topici dei film e delle serie tv commerciali.

Le dipartite rappresentate nel finale del terzo atto non riguardano esclusivamente personaggi secondari, ma veri e propri protagonisti delle loro relative saghe, alcune delle quali estremamente efficaci al botteghino, come Black Panther, dimostrando di aver rappresentato un personaggio con il quale il pubblico è riuscito immediatamente ad affezionarsi. Ciò che secondo gli autori colpisce immediatamente lo spettatore, non è l’azione in sé, l’evento tragico, ma la reazione che hanno quelli che restano, come ad esempio il personaggio di Okoye – protettrice del re di Wakanda che deve proteggere a costo della vita – che vede Black Panter smaterializzarsi fra le sue braccia dopo gli eventi di Avengers: Infinity War.

Per l’arco narrativo di Tony Stark, vedere morire fra le sue braccia il ragazzo, l’Eroe, a cui ha fatto da Mentore è ciò che definirà maggiormente il suo personaggio d’ora in avanti.

Thor, al contrario degli altri, ha portato a termine il ciclo completo del suo viaggio, che però non ha portato il risultato sperato, non riuscendo ad ottenere il suo elisir: la vendetta nei confronti di Thanos.

L’avventura di Thanos, invece, si è pienamente compiuta e vede la propria conclusione su un fertile pianeta in cui, proprio in vista del suo ruolo messianico, si riposerà. È infatti molto interessante la simmetria costituita da una parte dalla frase detta da Loki, prima di venire brutalmente assassinato, dire a Thanos «Non sarai mai un Dio» e dall’altra l’epilogo del film che invece vede il Titano Pazzo riposarsi, come se fosse l’equivalente del riposo che Dio ha compiuto il settimo giorno della creazione della terra descritto nel libro della Genesi, facendo raggiungere l’apoteosi al proprio complesso messianico con un sorriso tragico d’innanzi al suo operato. In altri termini, il film mostra una serie di sacrifici che gli eroi-supereroi devono affrontare durante il film. In diversi momenti si sono ritrovati costretti a dover mettere a rischio le loro vite e sono disposti a farlo per la salvezza dello status quo.

L’innegabile status di divinità di Thanos (presente già nei fumetti originari di Jim Starlin, che lo creò nel 1977) rende più evidente che “Our Gods Wear Spandex” (trad. i nostri dei vestono le tute in lattice), come recita il titolo di un noto saggio del 2007.

Il nome dell’antagonista rimanda infatti a thanatos, la morte come entità divinizzata, e il pianeta Titano, da cui proviene, è un richiamo ai Titani, le divinità spietate che dominavano il mondo prima dell’avvento degli dei olimpici.

Come riportato nell’articolo sopra citato, se Thanos è, appunto, un titano ed una forma divinizzata della morte, allora gli eroi, in quest’allegoria, sono associabili alle figure presenti nel pantheon greco in quanto prossimi alla sconfitta da parte di una forza dominatrice. Da questo punto di vista, più volte la pellicola ha mostrato una loro crisi.

Quasi tutti gli eroi qui presenti sono in possesso di una componente in grado di trasmetter loro lo status di divinità o delle semi-divinità. Basti pensare ad esempio a Thor, il cui contesto è ripreso quasi fedelmente dai miti norreni, ma anche altri personaggi subiscono un trattamento analogo:

Star-Lord dei Guardiani della Galassia è figlio di un dio, Tchalla (Black Panther) ricorda da vicino Tshaka, storico fondatore degli Zulu la cui storia si ammanta però di leggenda. Il Dottor Strange, umano, è però un occultista in grado del dare del tu agli dei (non a caso il confronto con la sua nemesi, Dormammu, vedeva similmente il confronto con un’entità divina). Il più umano dei protagonisti principali (a parte comprimari che si limitano a una, magari riuscita, comparsata) è probabilmente Iron Man, magistralmente interpretato da Robert Downey Jr., uomo di incredibile intelligenza, coraggio e competenza tecnologica che si trova però costretto a confrontarsi con un piano superiore rispetto al quale non ha nessun reale controllo. Meno “in parte”, volutamente, i due altri grandi eroi umani (che almeno hanno dalla loro una più o meno evidente mutazione): il supersoldato Capitan America (qui senza le sue insegne) e il moderno Jekyll/Hyde, Bruce Banner/Hulk, che non riesce più a risvegliare il proprio distruttivo alter-ego.

https://www.unionemonregalese.it/2018/04/29/infinity-war-i-nostri-dei-sono-i-
superuomini/

Ognuno di loro, a suo modo, è prossimo ad una caduta fino al più volte citato schiocco che porterà inesorabilmente alla dipartita della maggior parte di essi. Un tale sentimento di totale perdita non solo d’identità, ma di valori – di cui gli stessi superuomini in questo caso sono portatori – è ormai facilmente riscontrabile in una narrativa cinematografica che più volte ha voluto raccontare il sentimento di un trauma collettivo come quello dell’attentato terroristico dell’11 Settembre 2001 e l’immaginario fumettistico e filmico dei supereroi si è potuto spesso prestare ad una tale metafora. La battaglia di New York in The Avengers (2012) ha certamente dei riferimenti di natura estremamente esplicita al’11 Settembre:

The Avengers, which last week enjoyed the biggest North American opening in history, recasts 9/11 in the Bush years’ dominant movie mode, namely the comic book superhero spectacular – albeit with a heavy dose of irony and added stereoscopic depth.

https://www.theguardian.com/film/2012/may/11/avengers-hollywood-afraid-
tackle-9-11

Invece Avengers: Infinity War, benché mantenga il topos dell’invasione e dell’attacco di natura aliena, presenta due particolari sequenze legate semioticamente ad altri prodotti della cultura dell’intrattenimento. La prima di queste mostrata in ordine cronologico si svolge durante l’attacco a New York tra il primo ed il secondo atto del film. Si tratta di un riferimento esplicito, dichiarato dagli stessi registi Joe ed Anthony Russo, di La Guerra dei Mondi di Steven Spielberg.

Hulk, Doctor Strange, Tony Stark e Wong hanno appena appreso dell’esistenza di una minaccia della portata di Thanos, già in possesso di due gemme dell’infinito e gli eroi – in un momento che ricorda il topos epico del concilio degli dei – stano discutendo del loro prossimo piano di azione all’interno del Sancta Sanctorum.

Vengono interrotti da un boato, un rumore di bassa frequenza che colpisce immediatamente l’attenzione dello spettatore. Successivamente Tony Stark e gli altri eroi escono dall’edificio accompagnati da questo suono continuo che aumenta col passare del tempo d’intensità. È da notare che in questa sequenza l’inquadratura mira a seguire i personaggi ad una distanza ravvicinata così da aumentare la tensione mentre si avvicinano all’obiettivo, contrastati dalle figure dei civili, i quali si stanno muovendo nella direzione opposta alla loro, mentre un’intensa polvere si solleva sull’intero quartiere. Man mano che i protagonisti proseguono, emerge una macroscopica astronave nel campo visivo sia dei protagonisti che di quello dello spettatore.

Questa scena presenta molte analogie con quella del film di Spielberg, che lo stesso regista ha definito come il proprio film sull’evento terroristico dell’11 Settembre 2001. Il personaggio interpretato da Tom Cruise, dopo essersi diretto nell’epicentro di un’intensa scarica elettrica provocata da una tempesta, è costretto a fuggire per via di quello che hai suoi occhi appare come un movimento sismico, mentre in realtà si tratta del Tripode che emerge dalla superficie terrestre. Nel suo percorso, le sue azioni molto simili a quelle compiute da Tony Stark/Iron Man, sebbene presentino una componente eroica meno marcata in quanto il personaggio si ritrova costretto alla fuga.

La Guerra dei Mondi

In particolare ciò che avvicina le due pellicole è lo stile visivo e le tecniche di ripresa utilizzate. All’interno dell’inquadratura vi sono in entrambi i casi numerosi soggetti intenti alla fuga al fine di trovare sicurezza allontanandosi da dove ha luogo l’invasione aliena all’interno di un contesto urbano in cui sono presenti in grande quantità detriti ed edifici in frantumi, dato che la polvere è entrata a far parte, grazie all’attentato, di un immaginario collettivo.

Oltre a ciò è fondamentale notare che un’innovazione stilistica data proprio dalla volontà di Hollywood di rappresentare un’iconografia analoga alle immagini di repertorio dell’evento dell’11 Settembre 2001, è caratterizzata da un movimento di camera impreciso così da ricalcare lo stile delle riprese di tipo amatoriali compiute dai civili per documentare in diretta l’attacco.

Un articolo del The Telegraph spiega come questo trauma americano si sia tradotto in uno stile visivo estremamente efficace. Afferma che la conseguenza diretta di questo fenomeno è un’inquadratura in contro-plongee (dal basso) nei momenti in cui è mostrato il punto di vista del soggetto e in plongee (dall’alto) nei momenti in cui l’attenzione da parte del soggetto è rivolta verso l’oggetto di minaccia imminente, e ciò è riscontrabile in numerose pellicole, anche di stampo commerciale, fra cui il già citato La Guerra dei Mondi (War of the Worlds, 2005) di Steven Spielberg, Cloverfield (2008) diretto da Matt Reeves e Batman V Superman: Dawn of Justice di Zack Snyder. È curioso notare che le tre principali pellicole citate nell’articolo vedono nel proprio intreccio narrativo un attacca di tipo extra-terrestre.

L’artista Damien Hirst a questo proposito ha detto:

Penso che il nostro linguaggio visivo sia stato modificato da quello che è successo l’11 settembre […]. Un aereo diventa un’arma e se vola vicino agli edifici, la gente inizia a farsi prendere dal panico. Il nostro linguaggio visivo cambia continuamente in questo modo, ed io penso, come artista, che tu sia costantemente alla ricerca di cose del genere.

https://www.telegraph.co.uk/film/batman-v-superman-dawn-of-justice/world-trade-
centre-9-11-movies/

La seconda sequenza che richiama un prodotto legato all’11 Settembre 2001, si ritrova invece dopo lo show-down che ha portato gli eroi alla sconfitta e nella scena post-credit, con la già in precedenza si è fatto riferimento alla smaterializzazione e della dipartita di alcuni personaggi.

L’ispirazione per questo determinato effetto visivo e stilistico nel mostrare le varie morti all’interno della pellicola deriva sicuramente dalla serie televisiva The Leftovers (2014), che vede come showrunner Damon Lindelof – co-creatore, insieme a J. J. Abrams e Jeffrey Lieber, di Lost -, tratta dal romanzo omonimo di Tom Perrotta. La serie è ambientata ai giorni nostri e racconta le vicende di alcuni personaggi in un mondo in cui, nella fatidica data del 14 Ottobre, il due per cento della popolazione è scomparsa, anch’essa smaterializzatasi improvvisamente, con la differenza che in questa serie la sparizione – o dipartita come viene chiamata – non ha lasciato alcuna traccia di tipo materico, a differenza di Avengers: Infinity War.

Come detto dallo stesso autore del romanzo e dallo sviluppatore della serie in più occasioni, la serie ha un legame profondo con gli eventi avvenuti l’11 Settembre 2001, nonostante le tematiche sembrino aprirsi verso un’interpretazione degli eventi che oscilla tra il piano materiale e quello più spirituale, The Leftovers racconta in una prima istanza come i propri protagonisti affrontano la dipartita dei propri cari, in base alla propria morale e tenendo anche in considerazione la propria condizione sociale; ad esempio il personaggio interpretato da Justin Theroux, Kevin Garvey, in quanto membro delle forze dell’ordine ha il dovere morale di non far prevalere il caos nonostante sia avvenuto un fatto completamente irrazionale, ancora senza spiegazione, dall’aspetto quasi paranormale.

Se questo riferimento non appare evidente in una prima istanza, diventa estremamente esplicito nella scena post-credit, la quale presenta delle dinamiche simili al prologo della puntata pilota della serie televisiva. Una volta conclusi i titoli di coda, come accade di norma in ogni film appartenente al Marvel Cinematic Universe, è presente una particolare sequenza che narrativamente non collega solo l’intreccio all’episodio successivo degli Avengers, Avengers: Endgame (2019), ma anche ad un film stand-alone a sé stante, ovvero Captain Marvel (2019). Come illustrato dai registi della pellicola, la scena post-credit ha una funzione specifica: serve a mostrare il livello della tragedia che non ha coinvolto unicamente un ambiente limitrofo agli eroi, bensì anche centri urbani di grandi dimensioni così da dimostrare le conseguenze su scala universale delle azioni di Thanos.

Due figure rimaste ancora al di fuori degli eventi narrati, Nick Fury e Maria Hill, si trovano in una vettura mentre discutono degli eventi che hanno sconvolto il Wakand, impegnati a decidere come agire. Improvvisamente il loro veicolo si scontra con una vettura che li precede. Nick Fury scende dalla macchina per accertarsi delle condizioni del passeggero insieme alla collega Maria Hill, ed entrambi notano che il conducente con cui hanno effettuato la collisione non si trova all’interno nel veicolo. Come accade anche nel prologo dell’episodio pilota, qualcuno che ha causato un incidente automobilistico non si trova all’interno dello stesso veicolo. Nella serie, una madre visibilmente nervosa, mentre parla al telefono si volta verso i sedili posteriori dei passeggeri, dove aveva posto la culla del neonato figlio, si accorge della scomparsa del proprio figlio. Una volta scesa dalla macchina, comincia a chiamare ad alta voce il nome del proprio figlio smarrito, richiamando l’attenzione di coloro che si accorgono della sua disperazione. Parallelamente, un bambino si chiede dove sia finito suo padre, chiamandolo anch’egli a gran voce, mentre un carrello della spesa colmo di alimenti, non essendo mantenuto da nessuno, procede lentamente lungo una discesa verso le macchine parcheggiate. Dietro la donna in lacrime, intanto, avviene un incidente stradale con le stesse dinamiche precedentemente descritte in Avengers: Infinity War (2018). La sequenza si chiude con il pianto disperato della madre che aumenta man mano d’intensità. Tornando alla scena post-credit, il personaggio interpretato da Samuel L. Jackson, si accorge che diversi civili attorno a lui si stanno smaterializzato davanti agli occhi increduli di coloro che sono stati risparmiati dallo schiocco di dita di Thanos.

The Leftovers

A rendere ancora più stretto il legame fra questa scema e le sue implicazioni in un contesto culturale post-11 Settembre, vi è la rappresentazione di un velivolo, un elicottero, che in quanto privo di pilota si abbatte contro un edificio alle spalle di Nick Fury. Questo personaggio, colto anche di sorpresa dalla disintegrazione di Maria Hill, recupera il più velocemente possibile un cercapersone per contattare una figura ancora misteriosa, che si rivelerà essere Captain Marvel.

Un ultimo riferimento che quest’universo ha infine rivolto alla serie ed allo stato d’animo evocato dalla serie poc’anzi citata è reso manifesto dallo spot di un minuto rilasciato durante l’evento del Super Bowl, in cui viene mostrato un manifesto che recita «Where do we go, now that they’re gone?», e nella parte inferiore riporta la silhouette di diverse figure che si tengono per mano. Questa reazione è analoga a quella presente fin dalle prime puntate della serie televisiva di Damon Lindelof, in cui è presente un movimento denominato i Colpevoli Sopravvissuti. Questo gruppo, infatti, si comporta come una sorta di manifestazione collettiva della sindrome del sopravvissuto, tale sintomo si manifesta in coloro che hanno sperimentato un trauma e maturano un forte senso di colpa dato dall’esser sopravvissuto ad esso.

È un tematica particolarmente matura quella sviluppata nell’epilogo di Avengers: Infinity War, matura soprattutto per esser trattata da uno dei film che in assoluto si è dimostrato tra i più rilevanti al botteghino globale. Secondo gli stessi registi della pellicola, la contaminazione di diversi generi narrativi è particolarmente funzionali per film che presentano toni così eterogenei proprio a causa dei diversi franchise di genere differente da cui derivano. Hanno infatti descritto lo schiocco di dita come una componente fortemente orrorifica, funzionale per un ampio sviluppo dei caratteri dei personaggi attraverso le loro rispettive reazioni a quest’evento traumatico collettivo.

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Brian De Palma all’evento Mastercard di Venezia 76

Brian De Palma all’evento Mastercard di Venezia 76

Per il secondo anno consecutivo, la Mostra del Cinema di Venezia e Mastercard hanno siglato una collaborazione, realizzando un incontro che ha come tema principale: See life through a different lens.

Gli ospiti protagonisti sono stati: Brian De Palma (ScarfaceCarlito’s Way, Blow OutCarrie), Valeria Golino, Nadine Labaki e Rossy De Palma.

(Photo by Daniele Venturelli )

Quando è stata la prima volta che avete visto la lente attraverso una lente diversa?

Brian De Palma: Il film che più di tutti mi ha fatto capire come raccontare una storia attraverso le immagini è stato Scarpette Rosse di Micheal Powell ed Emeric Pressburger. Mio padre, fra l’altro, era chirurgo e dunque son stato abituato fin da subito alla vista di sangue e violenza durante i suoi interventi in sala operatoria.

Valeria GolinoIl primo film che davvero mi ha fatto capire il potere del cinema è Bambi, che tutt’ora considero un capolavoro. Era molto forte il modo in cui raccontava il dolore.

(Photo by Daniele Venturelli )

Ci sono esempi nella tua filmografia in cui la posizione della macchina da presa era importante? (Per Brian De Palma)

Brian De Palma: Il bello del cinema è il punto di vista del personaggio a trasmettere l’informazione, che coincide con quello del pubblico. È una caratteristica unica di questo mezzo, ma può essere utilizzata anche nel mondo dei videogiochi. Ad esempio, quello che i film di Hitchcock mi hanno insegnato, è che per girare una scena action devi presentare per bene l’ambiente in cui la sequenza si svolgerà, proprio come in Intrigo Internazionale nella celebre scena dell’aereo. Io stesso l’ho fatto ne Gli Intoccabili, nella sequenza ambientata in stazione, mostrandola completamente prima che iniziasse la sparatoria.

(Photo by Daniele Venturelli )

Qual è l’ultimo film che vi ha colpiti per quanto riguarda il futuro del cinema?

Brian De PalmaCredo sia Marriage Story, un film incredibile che affronta il tema del divorzio, che purtroppo conosco bene. Sono da anni un grande ammiratore di Noah Baumbach. Per quanto concerne il futuro della settima arte, credo che il problema stia nel fatto che l’industria è nelle mani di produttori e sceneggiatori maschi, ma sono sicuro che l’ascesa delle donne dietro la macchina da presa possa cambiare i meccanismi in gioco. Una storia sempre con lo stesso punto di vista risulterebbe alla lunga noiosa.

GolinoSono sicura di aver visto film molto belli di recente, ma il primo che mi viene in mente è di dieci anni fa, ovvero The Tree of Life, film stupendo e libero, che mi ha fatto percepire quanto il cinema avesse un futuro.

LabakiNon posso citare film precisi, ma amo particolarmente quelli che affrontano il confine tra realtà e finzione. Secondo me è questo che ci riserverà il futuro.

Rossy De PalmaCafarnao e Roma sono i miei film preferiti dell’anno passato, mentre quest’anno ho amato molto anche Dolor y Gloria, perché Antonio Banderas ha realizzato una performance pazzesca nei panni di questo alter ego di Pedro Almodovar. Anche l’ultima pellicola di Quentin Tarantino (C’era Una Volta a… Hollywood, ndr) mi è piaciuto molto e Il Figlio di Saul, film che ho potuto vedere a Cannes nel 2015.

(Photo by Daniele Venturelli )
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La nostra classifica dei film visti alla Mostra del Cinema di Venezia | Venezia 76

La nostra classifica dei film visti alla Mostra del Cinema di Venezia | Venezia 76

Per la redazione di Dedalo, il festival è giunto alla sua conclusione. In questa settimana di festival abbiamo visto molti film, inclusi soprattutto nel concorso ufficiale.

Ci sembra quindi d’uopo tirare le somme su quelli che sono stati i nostri film preferiti. Ecco una tabella che schematizza le nostre opinioni.

Di certo, è stata una grande manifestazione, sebbene l’affluenza a causa del Joker abbia causato non pochi problemi, poiché ha impedito ad alcuni di noi poter visionare i film a seguire quella proiezione.

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American Skin di Nate Parker | Venezia 76

American Skin di Nate Parker | Venezia 76

Dopo la sfortunata vicenda legata al #meetoo che ha coinvolto Nate Parker e la sua possibile conquista di qualche statuetta agli Oscar con The Birth Of a Nation, l’attore-regista ha faticato molto a tornare sul grande schermo.

Grazie all’intervento di Spike Lee, però, ha potuto riscattarsi, riuscendo a realizzare una pellicola dalla complicata produzione e dal budget limitato, ma che si è rivelata una meravigliosa sorpresa.

Il film è un mockumentary, realizzato da dei giovani studenti di filmmaking che intendono raccontare la storia di un uomo di colore che ha perso di recente il figlio una volta fermatosi ad un posto di blocco della polizia. Molto presto, però, la vicenda sfocia in un’operazione di vendetta contro gli stessi poliziotti che fermarono l’uomo e suo figlio in quella circostanza, assaltando armato quel distretto insieme ad alcuni amici che supportano la sua causa.

Queste sono le premesse per un film dalla durata breve (intorno ai 90 minuti), che deve fare i conti con un genere talmente realistico da risultare pesante in caso di una durata maggiore.

Si tratta di un tema politico-sociale di grande attualità e che sicuramente é in grado di toccare determinate corde del pubblico americano e non. In questo infatti, grazie alla scarsità di mezzi, si rintraccia perfettamente non solo la passione che regista e crew hanno espresso per la realizzazione del progetto, ma anche l’abilità registica di Nate Parker, che esplora una vicenda ricca di contenuti, seppur messa in scena in una maniera documentaristica lineare.

La cosa che sicuramente stupisce è il come una storia con tali tematica sia stata rappresentata totalmente sviscerata da ogni artificio retorico che sarebbe risultato forzato, o di troppo.

É un film che è riuscito a commuovere, a giocare con i racconti di stampo procedural, simulando un processo con tutti gli elementi che lo accompagnano, così che il protagonista potesse vendicarsi della mancata giustizia nei suoi confronti.

Avendolo visto in anteprima, non è certo se il film avrà una data d’uscita oppure no, ma senz’altro speriamo davvero che sia possibile recuperare quest’opera, che non ha nemmeno elaborato una campagna marketing tanto è la sua incertezza nella distribuzione.

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Venezia 76| La terra di 2001 Odissea nello spazio nel trofeo per l’ambiente del Green Drop Award 2019

Venezia 76| La terra di 2001 Odissea nello spazio nel trofeo per l’ambiente del Green Drop Award 2019

Ogni anno il trofeo del Green Drop Award contiene la terra di un luogo diverso del Pianeta, ognuna simbolo di una urgente questione ambientale.

La Terra nel Green Drop Award 2019 arriva dalla Gola di Olduvai, la culla dell’umanità, il luogo dove Stanley Kubrick ambientò tutto il primo capitolo di 2001 Odissea nello spazio.

Il Green Drop Award è il riconoscimento che Green Cross Italia assegna al film, tra quelli in gara nella selezione ufficiale della Mostra Internazionale d’Arte cinematografica, che interpreta meglio i valori dell’ecologia, dello sviluppo sostenibile e della cooperazione fra i popoli.

La terra contenuta nel Green Drop Award 2019 – la Goccia di vetro di Murano soffiata dal maestro Simone Cenedese – quest’anno arriva dalla culla dell’umanità ovvero dalla gola dell’Olduvai, l’area della Tanzania nella quale i primi ominidi hanno imparato a vivere e cooperare insieme e sono poi migrati per raggiungere ogni parte del Pianeta.

Milioni di anni fa, questa vasta regione caratterizzata dal clima arido ospitava invece, un lago, un bosco ricco di varietà vegetali e un’ampia area per il pascolo.

UN’EDIZIONE SPECIALE CON L’OSSIDIANA DEL MONTE ARCI IN SARDEGNA

Un’edizione speciale del Green Drop Award 2019 conterrà invece l’ossidiana proveniente dal ricco giacimento di Monte Arci, formata circa 3,25 milioni di anni fa, raccolta dal Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna. L’edizione speciale sarà riservata ad un film uscito nella stagione 2018-2019 di particolare significato civile e ambientale e sarà consegnata il 4 settembre 2019 alle 18 presso la Villa degli autori alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

 

I PROSSIMI APPUNTAMENTI GREEN ALLA MOSTRA DEL CINEMA:

    Martedì 3 settembre 2019 ore 12 – Italian Pavilion – Hotel Excelsior

SUSTAINABLE SCREENS: efficienza energetica e sostenibilità per il sistema delle sale cinematografiche italiane
Partecipano: Green Cross Italia, ANEC – Associazione nazionale esercenti cinema, Sardegna Film Commission, GSE – Gestore dei Servizi Energetici, ENEA – Agenzia nazionale per l’efficienza energetica

  • Mercoledì 4 settembre 2019 ore 18 – Villa degli autori


THE GREEN DREAM: sostenibilità, scienza e cinema per un domani migliore
Aperitivo sostenibile con TERRY GILLIAM
Partecipano: Valerio Rossi Albertini, Claudio Bonivento, Bepi Vigna, Tarcisio Agus, Paola Comin, Nevina Satta, Elio Pacilio, Marco Gisotti. In occasione dell’evento sarà presentata anche la mostra “Il cinema rovinato dal cambiamento climatico”: 12 grandi autori del fumetto italiano rileggono il cinema attraverso la crisi ambientale.

  • Venerdì 6 settembre 2019 ore 13,30 – Sala Tropicana 1 – Hotel Excelsior


CONSEGNA DEL GREEN DROP 2019
Partecipano 
STEFANIA SANDRELLI, presidente della Giuria, Claudio Bonivento, Bepi Vigna, Tarcisio Agus, Paola Comin, Nevina Satta, Elio Pacilio, Marco Gisotti

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Joker di Todd Phillips | Venezia 76

Joker di Todd Phillips | Venezia 76

È difficile non uscire stupefatti dalla sala dopo un film di questo tipo. Joker non ha di certo deluso le aspettative che gravavano su di lui, sia per via del fardello del suo nome – associato ad un’ampia mitologia fumettistica – sia alla promessa di tradire questa mitologia, allontanatosi dalle storie originali.

Arthur Fleck è un uomo di mezz’età in totale smarrimento all’interno di un contesto urbano-politico che ha lasciato i cittadini più “umili” in uno stato di totale abbandono. Questo naturalmente causa non pochi problemi ad Arthur, soprattutto per via di un trauma misterioso ed irrisolto che verrà sviscerato nel corso della narrazione.

Sulla trama non ci addentriamo oltre. Basti pertanto sapere che questa sarà la linea di partenza dell’intera vicenda.

Si tratta di una delle prime volte nella storia dei cinecomic in cui abbiamo di fronte a noi una storia quasi completamente originale che prende più distanze possibili dagli sviluppi ormai ridondanti e conosciuti dagli spettatori. Il Joker centra pertanto il suo obiettivo, ma non con precisione millimetrica.

Si potrebbe dire che il suo più grande difetto sia proprio la mancanza di decisione e di coraggio nell’abbandonare la complessa mitologia della DC comics. Il tutto viene fatto con un intreccio che non sorprende per la sua originalità, poiché estremamente lineare nella sceneggiatura, almeno fino al secondo atto, ed il suo nodo centrale in queste sezioni è chiaro fin dal trailer – salvo naturalmente un paio di colpi di scena imprevedibili, che scatenano gli eventi che porteranno al climax finale.

Se la storia ha quindi uno sviluppo lineare, la messa in scena, invece, è il vero fiore all’occhiello, in particolare per via della “furbizia” magnificamente orchestrata da Todd Phillips. Quasi tutte le sequenze sono incentrate sul personaggio di Arthur, ed è quindi naturale che ci si concentri sul lento declino del personaggio di Joaquin Phoenix e che la sua risata ci accompagni per gran parte di esso.

La sua interpretazione è senza ombra di dubbio magistrale, resa ancora più evidente da tutti gli intensi primi piani del suo volto, tramite un ampio utilizzo di focali lunghe. La profondità di campo in questo gioca un ruolo cruciale, evidenziando infatti l’isolamento del personaggio rispetto al resto del mondo.

Il tutto è accompagnato da lente carrellate, atte a guidarci in questa sorta di catabasi negli oscuri meandri della follia che si manifesta appieno nella danza. Maggiore consapevolezza acquisirà il personaggio, maggiore sarà la sua sicurezza nei movimenti, che diventa un elemento fondamentale della sua psiche ed in grado di caratterizzarlo.

Volendo sintetizzare, il film è un’ottima fusione fra Taxi Driver e Re Per Una Norte – entrambi di Scorsese, che misteriosamente si è chiamato fuori dal progetto dopo esser stato intenzionato a produrlo – con l’aggiunta di un’iconografia del personaggio chiara in partenza solo a livello generale. Senza rivelare troppo, uno dei punti interrogativi è sull’effettiva necessità dell’ultimo atto di richiamare un immaginario già visto, ovvero il suo abbraccio all’anarchia (con tutte le sfumature che questo termine comporta) nonostante i metodi per arrivarci abbiano preso direzioni completamente diverse.

Insomma, stiamo sicuramente parlando del film più attesto della Mostra del Cinema di Venezia. Già la scelta di questa pellicola si è rivelata fondamentale per la manifestazione, dato l’elevato afflusso di pubblico e critica, ed inoltre anche per il peso che comporta inserire un cinecomic all’interno di un festival storico e rinomato come quello del Lido.

Dopo nemmeno un giorno d’uscita, numerosi quotidiani e critici già esaltano questo film definendolo subitamente come un capolavoro, nonostante la brevità dei tempi data per elaborare pienamente un giudizio ed il suo impatto sulla cultura di massa. Sia chiaro, l’impatto ci sarà, ed anche molto forte e sarà anche un successo buono – se non ottimo – al botteghino.

Ma come detto in precedenza, a mente fredda, le perplessità aumentano. Soprattutto per quanto riguarda la definizione di “autoriale“, termine che Jason Mittell identifica come un tentativo da parte del pubblico di dare una manifestazione antropomorfa al prodotto artistico, così da collegarlo direttamente al suo singolo creatore secondo un ideale prettamente romantico.

Da questo punto di vista, risulta chiaro fin da subito anche a quale tipo di pubblico tenderà a rivolgersi un’opera così impacchettata, tentando una sintesi fra la solita dialettica fra populismo e mondo intellettuale, nonostante che tale schieramento sarà, a conti fatti, inevitabile, in particolare fra chi elogerà il tentativo di aver creato un cinecomic per il piccolo pubblico, dandogli una forma “nobile“, e chi invece lo accuserà di avere uno sviluppo eccessivamente ridondante e confuso, non adatto al grande pubblico. Questo ovviamente nella peggiore delle ipotesi.

Per concludere, è un film che parla molto alla pancia dello spettatore – motivo per cui non compie scelte coraggiose di totale distacco dalla mitologia fumettistica – e che sicuramente sarà in grado, anche se furbescamente, di stupire, ma soprattutto anche d’influenzare il genere stesso.

Si ringrazia Michele Innocenti per gli splendidi spunti su questo film.

Posted by Leonardo Rinella in Cinema e Serie Tv
Ema di Pablo Larraìn | Venezia 76

Ema di Pablo Larraìn | Venezia 76

Di nuovo una storia d’amore tormentata in questo Festival di Venezia. Il giovanissimo regista Pablo Larraìn porta su schermo una storia incredibilmente destrutturata fin dai primi minuti, portando l’intreccio ai limiti della comprensione.

Sarà infatti normale per lo spettatore ritrovarsi immediatamente spaesato e confuso, senza comprendere la direzione che il film intende prendere. Sarà probabilmente così fino alla fine della pellicola e fa naturalmente parte del gioco.

La danza è forse l’unico filo rosso in grado di coordinare la nostra percezione e gli elementi narrativi segmentati, sparsi nel corso dei primi momenti del film. Quello che sembra però essere un genere che si trova in disequilibrio fra il film d’arte ed il film d’autore, si rivelerà essere invece una storia d’amore dalla messa in scena esteticamente pomposa, quel tanto che basta per godersi pienamente le immagini sul grande schermo senza che esse sembrino eccessivamente ridondanti ed è forse qui che sta la maestria di Larraìn, che da questo punto di vista si sta dimostrando molto versatile.

Il reggaeton la fa da padrona, ed il suo ruolo viene chiarito dalle battute scambiate fra Gael Garcia Bernal e Mariana Di Girolamo – che mostra grande presenza scenica fisica ed espressiva nonostante.

La storia si regge intorno al dramma di una coppia sposata che vive una crisi data dall’abbandono del loro figlio adottivo. La messa in scena articola il tutto con schemi autoriali particolarmente ostici da decifrare, ma che sono perfettamente in grado di stupire. Ciò che mostra non è altro che una gioventù portata ad abbracciare l’anarchia e la libertà – in questo caso attraverso la loro performance artistica -, divenute allegorie attraverso le immagini chiare di fiamme e danza (rigorosamente reggaeton).

È un film che ha già diviso critica e pubblico e casomai dovesse uscire nel nostro paese (sicuramente accadrà in caso di vittoria), farà lo stesso anche col grande pubblico, poiché o si accetta di stare al gioco, o è impossibile lasciarsi incantare.

Posted by Leonardo Rinella in Cinema e Serie Tv