Gianmarco Bonelli

Gianmarco Bonelli, ventitre anni, nato a Roma. Porta a termine una triennale di cinema, ottenendo un master in critica cinematografica. Cresciuto con film, musica, fumetti e videogiochi, non ha mai smesso di portare avanti queste passioni.
Gianmarco Bonelli, ventitre anni, nato a Roma. Porta a termine una triennale di cinema, ottenendo un master in critica cinematografica. Cresciuto con film, musica, fumetti e videogiochi, non ha mai smesso di portare avanti queste passioni.
Jumanji: The Next Level – Giungla vincente non si cambia

Jumanji: The Next Level – Giungla vincente non si cambia

Se la formula è vincente, perché cambiarla? Devono aver pensato questo i produttori di Jumanji: The Next Level, sequel del fortunato e divertente primo capitolo, che ne riprende di pari passo le orme del suo successo per raccontare ciò che è più familiare agli occhi e al cuore degli spettatori più tranquilli. Torna il cast di stelle americane al completo, con The Rock a capitanare una banda di attori estremamente adatti e calzanti come Kevin Hart, Jack Black e Karen Gillan e due new entry davvero meravigliose; Danny De Vito e Danny Glover.

I due ormai anziani attori mettono fisicità e spirito a favore della storia, che dal secondo atto in poi spicca inaspettatamente il volo in percorsi emotivi e commoventi resoconti generazionali con tanto di semplice ma per nulla banale morale sull’invecchiamento, sulla vita, l’amore e le amicizie. In tutto ciò non manca ovviamente un’ingente dose di azione, sempre ben intervallata da gag azzeccate e mai fuori luogo, merito anche degli eccezionali tempi comici di due “top of the tops” come Hart e Black. In Jumanji: The Next Level inoltre gli eroi non saranno gli stessi; il videogioco questa volta è difettoso e i giocatori si ritrovano catapultati in corpi decisamente inusuali poco consoni alle loro abilità.

Ed ecco che l’idea apparentemente banale di mettere ad esempio “l’anima” di Danny De Vito nel corpo di Dwayne ‘The Rock’ Johnson si rivela invece il colpo di fulmine dell’intero prodotto. Vedere il mastodontico attore americano simulare atteggiamenti e movimenti da anziano è decisamente una ciliegina sulla torta. La nuova saga di Jumanji si è rivelata ancora una volta un eccellente e ben studiato contenitore generazionale in grado di innovare coerentemente qualcosa che, fino a qualche anno fa, risultava intoccabile. I bambini apprezzeranno, gli adulti con loro.

Posted by Gianmarco Bonelli in Cinema e Serie Tv
Terminator: Destino oscuro – Strascichi di un passato lontano dal futuro

Terminator: Destino oscuro – Strascichi di un passato lontano dal futuro

La saga cinematografica di Terminator ha segnato intere generazioni con i suoi primi due storici e imponenti capitoli. L’importantissima innovazione che essi portarono alla settima arte in quel particolare periodo storico, fu fondamentale per la costruzione di un immaginario collettivo divenuto sin da subito ben solido. Come intrappolati in una bolla di cristallo impermeabile e immacolata, però, i primi due film sono rimasti ancorati al loro tempo e i sequel che ne sono conseguiti non hanno mai brillato per qualità e necessarietà d’esistere. Ma, come ben si sa, nulla muore mai veramente al cinema; Tim Miller e James Cameron hanno così unito le forze per dar vita a Terminator: Destino Oscuro, nuovo ed ennesimo capitolo che si presenta come sequel/reboot dell’immacolato Terminator 2 nel tentativo di portare nuova linfa vitale al brand. Alla base, un forte effetto nostalgia fondamentale per riunire il pubblico storico e cercare di far soffiare il vento del supporto a favore. A portare sulle spalle un’eredità così pesante ci pensano Linda Hamilton e Arnold Schwarzenegger, veri pezzi da novanta del passato chiamati per un’ultima volta a combattere nel nome delle macchine assassine che li consacrarono nel mondo del cinema e che ora potrebbero riportarli su nuovi e lucenti riflettori. E se da un lato le scene d’azione entusiasmano e coinvolgono grazie ad effetti speciali e coreografie molto fisiche, ben allineate con i nuovi giovani protagonisti scelti per portare avanti l’avventura di Terminator: Destino oscuro, dall’altro la muscolarità logorata delle vecchie glorie non può compensare ad una storia poco convincente e blanda su troppi fronti. Abbozzare un timido tentativo di umanizzazione dei robot, cambiare qualche carta in tavola e strizzare furbescamente l’occhiolino porta solo alla creazione di flebili strascichi di un passato che non possono ne riescono a dare qualcosa di significativo a quello che dovrebbe essere un nuovo futuro.

Posted by Gianmarco Bonelli in Cinema e Serie Tv
Finché morte non ci separi – Nascondino rosso sangue

Finché morte non ci separi – Nascondino rosso sangue

Inizia come il più classico degli horror Finché morte non ci separi: Famiglia benestante di lui, trattamento inquietante e tutt’altro che accogliente riservato alla sua nuova sposa e inevitabili guai in arrivo. Un incipit tanto semplice quanto funzionale quello adottato dal duo di registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, che senza troppi indugi e alla loro prima esperienza su grandi schermi worldwide si giocano saggiamente le carte dello splatter e della black comedy che sempre bene si sposano con un prodotto nato per essere puro divertimento. Una caccia all’uomo, o meglio alla sposa, nelle mura domestiche di una lussuosa e labirintica villa tra urla e schizzi di sangue fanno da cornice a quel che diventerà ben presto un violento delirio scorretto nel quale la splendida Samara Weaving dovrà destreggiarsi per sopravvivere. Un gioco innocente come il nascondino, nel film è pretesto di morte, di risate scorrette e, come se non bastasse, di sedute spiritiche. Non a caso il sacrificio della sposa è volto a prevenire qualcosa di più grande e letale che potrebbe incombere sulla ricca famiglia satanista e proprio da qui nasce l’ossessione per la morte della candida vittima. Essere cresciuti a suon di heavy metal, borchie e cerone in viso potrà indubbiamente aiutare a godere di più di una visione tanto assurda quanto spensierata, senza freni né limiti e con il solo ed onesto scopo di far ridere lo spettatore portando all’esasperazione i protagonisti della vicenda e esagerando con la violenza che li circonda e aggredisce. Finché morte non ci separi è il perfetto pop-corn da gustare al cinema nell’ormai imminente notte di Halloween.

Posted by Gianmarco Bonelli in Cinema e Serie Tv
Gemini Man – L’inesistenza mascherata da sperimentazione

Gemini Man – L’inesistenza mascherata da sperimentazione

Cosa succede quando un’idea ormai vecchia e abbandonata a se stessa viene riportata alla luce mascherandola con una tecnologia avanguardistica? Succede che il niente, l’inesistenza più totale, viene stemperato con una parvenza di sperimentazione per cercare di risultare abbordabile e al passo coi tempi. Ed è così che è nato Gemini Man, l’ultimo lavoro di Ang Lee con Will Smith attore protagonista. Passato tra le mani di vari sceneggiatori, registi e produttori per vent’anni, il progetto ha trovato la luce solo recentemente e il problema è proprio questo. Per cercare di sopperire ad un’evidente piattume e svecchiare quanto possibile ciò che la rimaneggiatissima storia offriva, il regista taiwanese ha girato il film con una nuova tecnologia High Frame Rate a 120 fotogrammi al secondo, in 3D e con telecamere 4K, creando un effetto a velocità aumentata completamente nuovo all’occhio umano e a tratti disorientante. Inoltre il livello di nitidezza dei dettagli è portato al massimo e sembra quasi di assistere tridimensionalmente alle riprese sul set. Se da un lato ciò può stupire e far percepire all’occhio umano un senso di coinvolgimento maggiore, dall’altro la fotografia perde quella patinatura cinematografica che ‘allaccia’ le varie strutture visive, uditive e sensoriali che normalmente compongono una scena. Questo curioso esperimento tecnologico può incuriosire ma non salvare Gemini Man da un collasso inevitabile e preannunciato; Will Smith, qui in una doppia performance aiutata da una stupefacente computer grafica, ce la mette tutta per rendere credibili entrambe le versioni – giovane e adulta – di se stesso e dare ad esse delle sfumature introspettive, ma la storia non si spreca minimamente di stupire e fare un discorso vagamente filosofico ed intimista che potesse aprire le porte ad una parvenza di empatia. È tutto già visto, senza alcun tipo di emozioni che aiutino a colmare le quasi due ore di un insostenibile e datato vuoto cinematografico che si fa dimenticare già mentre viene visto.

Posted by Gianmarco Bonelli in Cinema e Serie Tv
Rambo: Last Blood – Sentimenti intangibili e tramonti insanguinati

Rambo: Last Blood – Sentimenti intangibili e tramonti insanguinati

La carriera di Sylvester Stallone, negli ultimi anni, ha preso una piega sorprendentemente introspettiva e drammatica. I due bellissimi e recenti capitoli di Creed (ma anche il Rocky Balboa del 2006) dove l’eroe americano abbandonava quasi totalmente i guantoni da boxe per analizzare se stesso e l’avanzare dell’età sul suo corpo e la sua mente, ne sono la prova. Vedere un uomo che da sempre è simbolo di forza e vittoria, accettare umilmente lo scorrere del tempo e farsi carico delle debolezze che esso porta, senza comunque arrendersi, è un qualcosa che arriva dritto al cuore. Ed ecco che anche John Rambo, altro celebre personaggio interpretato da Stallone, affronta la chiusura del cerchio della sua esistenza; il suo tramonto insanguinato. Come il titolo lascia intendere, il sangue macchierà ancora una volta le mani del reduce di guerra. Qui, in una veste coerente con il percorso cinematografico che il suo interprete sta per l’appunto compiendo; Sylvester “Sly” Stallone si mette in gioco e mostra il lato più emotivo e fragile di un personaggio da sempre rappresentato come un eroe senza macchia ed ora in preda ai suoi tormenti e alla paura di poter perdere quel poco di buono che la vita gli ha dato. Rambo: Last Blood è un film che onora la sua grande icona riuscendo ad umanizzarla, senza però perdere la natura sanguinaria nel momento in cui essa è tenuta ad emergere per poi culminare lì dove è proprio l’attore americano a dare il suo saluto al cinema che, tra tanti ostacoli e successi, l’ha reso grande. È in casi come questo che le (già labili) definizioni di perfezione e imperfezione non contano; analizzare tecnicamente un film come questo, che conosce e mostra senza problemi i suoi limiti perchè il discorso che vuole diffondere è temporalmente e sentimentalmente intangibile, significherebbe privarlo di una scintilla da accogliere per accettare con serenità che il vento sta cambiando. Proprio come sta facendo Sly.

Posted by Gianmarco Bonelli in Cinema e Serie Tv
Men In Black: International – Mai interrompere un tramonto

Men In Black: International – Mai interrompere un tramonto

Di alcune storie bisogna accettarne il tramonto, apprezzare ciò che è stato per farne tesoro in un angolo dei propri ricordi e lasciare il resto al tempo. Quando ciò non avviene e si cerca incautamente di tirar fuori altra linfa da un qualcosa che l’ha ormai esaurita, ecco che il castello di vetro si rompe. È il caso di Men In Black: International, un film che non ha alcuna ragione di esistere e che fallisce sotto ogni fronte nel tentativo di emulare la precedente amatissima trilogia con protagonisti Will Smith e Tommy Lee Jones.

Il punto di forza principale degli ‘uomini in nero’ dei tempi addietro era l’alchimia pressoché perfetta tra i due carismatici protagonisti e colleghi, perfettamente a loro agio in ruoli scritti e cucitigli addosso. Diverse scene e gag sono tuttora ricordate con grande apprezzamento, segno che l’influenza di quei film, in quel periodo storico, non è stata indifferente. La nuova coppia formata da Tessa Thompson e Chris Hemsworth, invece, non riesce mai ad ingranare divenendo così la prima causa del naufragio dell’intera nave. Gli spunti per imbastire una love-story, o anche soltanto per accennare semplicemente ad un’attrazione/scontro mentale tra i due, sono completamente privi di mordente e finiscono presto per annoiare e non creare il minimo interesse. Considerando che il faro principale del brand erano, sono e sarebbero sempre state le coppie di acchiappa-mostri, il problema di Men In Black: International è piuttosto grave e potrebbe rivelarsi fatale.

F. Gary Gray, che vanta sul suo curriculum titoli di tutto rispetto come Straight Outta Compton e Giustizia Privata, qui sembra soltanto un lontano parente del regista in grado di farsi apprezzare per le caratterizzazioni dei suoi personaggi e le frenetiche scene d’azione nelle quali venivano catapultati. Tutto in Men In Black: International è patinato, privo di fascino e mordente. Una chiazza opaca che verrà ricordata solo per aver portato la notte su una saga che avrebbe meritato il diritto di tramontare in pace.

Posted by Gianmarco Bonelli in Cinema e Serie Tv
Aladdin: non è una sfida tra Geni

Aladdin: non è una sfida tra Geni

È da oggi in sala Aladdin, il ‘nuovo’ remake live-action targato Disney che si appresta a riesplorare uno dei classici d’animazione più amati degli anni novanta. Il personaggio che, per ovvi motivi, ha destato più curiosità durante tutta la campagna promozionale è quello del Genio. Amatissimo nella sua versione animata doppiata dal leggendario Robin Williams, è stato affidato per questo rifacimento in carne ed ossa al beniamino del pubblico Will Smith. Come da consuetudine, sono iniziati a fioccare i primi confronti e le prime prese di posizione; «Il Genio non andava scomodato», «Nessuno può far meglio del film d’animazione», «Sarà impossibile, per Will Smith, replicare quanto già visto ventisette anni fa».

Replicare, imitare, copiare. Quando il passato viene rispolverato, quando si cerca di dare una nuova chiave di lettura ed una ventata d’aria fresca e moderna a qualcosa proveniente dagli anni addietro, ecco che nella testa dei più scattano quelle tre – inconsciamente insicure – sentenzianti parole. Ciò che manca al pubblico e anche all’industria dell’arte, spesso e volentieri, è il coraggio di osservare qualcosa sotto una nuova luce, lontani dalla comfort-zone nella quale vivono i ricordi e le abitudini legate a quel che può essere, come in questo caso, un personaggio che amiamo. È spiazzante percepire che una certezza con la quale si è sempre cresciuti, possa essere messa improvvisamente in discussione quasi costringendo a doverne accettare una nuova diversa sfumatura. Spiazzante, ma non per questo inaccettabile.

La Disney sta facendo esattamente ciò con le sue rivisitazioni dei più loro più grandi film d’animazione; rimanere fedeli alla storia originale, aggiungendo chiavi di lettura al passo coi tempi e sovvertendo ordini all’apparenza intoccabili. È successo con Kaa, serpente di sesso maschile al quale è stata prestata la voce da Scarlett Johansson nel film del 2016, a Malefica che è stato tramutata in una supereroina ed ora al Genio della lampada di Will Smith al quale è stata conferita una caratterizzazione più umana ed empatica rispetto a quella stravagante ed assolutamente fuori dal comune della sua controparte disegnata. Tutto ciò non sta a significare che sia automaticamente qualcosa di riuscito e necessario (l’operazione di stravolgimento avvenuta in Maleficent è assai discutibile), ma si apprezza indubbiamente il coraggio e il tentativo di spiazzare e rileggere dei capisaldi apparentemente impossibili da modificare.

Aladdin è lontano dall’essere un film perfetto, anzi, è uno dei meno riusciti nella filmografia di un Guy Ritchie qui più anonimo e soggiogato che mai. Non è neanche lontanamente percepibile quell’atmosfera magica e ai tempi anarchica che permeava ogni frame del cult animato. I personaggi principali sono stati rielaborati affinché venissero calati in un contesto moderno dove guerra, politica e girl-power farciscono la trama laddove il film del 1992 non si sbilanciava. Purtroppo il tutto è sviluppato molto superficialmente, più per una questione di necessità che per volere, riducendo ampiamente la spettacolarità complessiva. Eppure nelle fattezze bluastre del nuovo Genio, c’è una sequenza di ingranaggi che riesce a far scoppiare una piccola scintilla di magia.

Come dicevamo in precedenza, e come anche dichiarato dal regista stesso, la performance magistrale di Robin Williams è stata degnamente onorata ma in nessun modo imitata, per scelta. Will Smith, con il massimo rispetto per il suo compianto collega, porta sullo schermo il SUO Genio della lampada. Non mancano le gag demenziali, i cambi di volto e i travestimenti eccentrici, ma non sono più la vera e propria anima del personaggio. Ne esce così un’interpretazione più ponderata, volta ad analizzare cosa risiede nel cuore di una creatura solo all’apparenza mistica e astrale. Non che l’opera originale non lo facesse, sia chiaro, ma questa volta la ricerca dell’essere umano in un corpo straordinario è vero e proprio fulcro dell’esperienza alla quale si assiste.

Posted by Gianmarco Bonelli in Cinema e Serie Tv
Cry Me a River – Il corto di Jia Zhangke

Cry Me a River – Il corto di Jia Zhangke

Due coppie di ex-amanti e compagni di università nel passato si ritrovano per il compleanno del loro professore. Questa è la semplice trama del corto Cry Me a River, che ha stregato la critica in quel di Venezia 65
Jia Zhangke, raffinato regista dell’opera, analizza con una studiata quanto efficace convenzionalità la generazione ai quali i protagonisti appartengono. Durante una tavolata, su una navetta o dall’oculista, ogni luogo è funzionale per far respirare il cortometraggio e conferirgli un’aria autoriale. La costante ricerca della simmetria visiva, accentuata da inquadrature fisse e incisive per lo sguardo, consente al regista cinese di esplorare un lato della sua opera a tratti metacinematografico dove la quotidianità fa da padrona. Con un tocco di nostalgia e minimalismo (quasi) velato, il regista analizza l’essere umano e ne coglie le sfumature di pensiero. Situazioni di vita qualsiasi non richiedono particolari virtuosismi per essere narrate, o la credibilità, seppur sempre rigorosamente filmica, andrebbe a dissolversi in partenza non permettendo allo spettatore di immedesimarsi in ciò che vede e percepisce. Questo Zhangke lo sa bene e sfruttando il suggestivo paesaggio della “Venezia d’Oriente”, Suzhou, riesce abilmente a dimostrare il contrario attraverso un lavoro tanto semplice quanto importante per un’industria, quella cinematografica, sempre più alla costante e invadente ricerca dell’astratto, del non detto, dell’irreale.

Posted by Gianmarco Bonelli in Cinema e Serie Tv
Avengers: Endgame – Dal tramonto all’alba dell’epopea Marvel

Avengers: Endgame – Dal tramonto all’alba dell’epopea Marvel

«Post fata resurgo»

Rispettare il passato, abbracciando il futuro. Oltre dieci anni di storie che passo dopo passo, tra alti e bassi, hanno plasmato l’intera industria cinematografica culminano in Avengers: Endgame. L’impatto culturale di un evento colossale come questo, atteso da milioni di persone, è sufficiente a capire quanto ciò che la casa delle idee ha realizzato sia un vero e proprio miracolo produttivo e popolare. Che piaccia o meno un’operazione di questa portata, costruitasi film dopo film, ha affondato le sue radici nel cinema e nelle anime delle persone. Tutti abbiamo bisogno di sentirci raccontare storie di supereroi e delle loro imprese. Ed è su questa piccola ma cruciale scintilla insita nell’essere umano che il Marvel Cinematic Universe è riuscito a creare il suo enorme fuoco splendente.

Avengers: Endgame non è solo una semplice conclusione di un percorso; ha una responsabilità pesante nei confronti di intere generazioni cresciute leggendo fumetti e andando al cinema a seguire le avventure dei loro idoli, ed ora pronte ad affrontare con coraggio ed emozione un’ultimo grande atto. I fratelli Russo, registi delle ultime due opere collettive, lo sanno e abilmente tessono una tela colma di sviluppi inaspettati e decisamente sorprendenti. Approfondendo ogni personaggio, valorizzandone e snaturandone le doti, sovvertendo qualsiasi certezza. Passando tra familiari momenti di gioiose risate e grandi dolori, ambiziosamente si delinea la strada verso la temuta fine. Ed ecco che ci ritroviamo nel mondo che abbiamo chiamato casa per un decennio; è diverso ma al tempo stesso familiare, ci accoglie e ci allaccia le cinture per farci vivere un viaggio nel tempo, nei meandri del nostro cuore e dei nostri ricordi più teneri.

Prendete un fumetto, uno di quelli che leggevate da piccoli. Chiudete gli occhi e cercate di ricordare le battaglie all’ultimo sangue, che creavate nella vostra tenera mente, tra Iron Man, Captain America, Thor, Hulk, Spider-Man e i loro nemici. Alla fine si sono avverate, quelle esperienze immaginarie che tanto sognavate. Ed ora sono giunte al capolinea, pronte a risorgere. Perché il tramonto, bagliore finale di ogni esistenza, è necessario a far calare la notte su questa gargantuesca ed indimenticabile epopea supereroistica. Ma l’alba arriva sempre, radiosa, nuova e pura, pronta ad abbracciare con amore tutti i sognatori che han continuato a guardarla sin dall’inizio dei tempi.

«Un tramonto è un’alba dall’altra parte del mondo»

Posted by Gianmarco Bonelli in Cinema e Serie Tv