Francesca Guerci

Nata nel millenovecentonovantadue. Studentessa di Ingegneria per l'Ambiente e il Territorio presso il Politecnico di Milano. Ex scout ed ecologista. I miei principali interessi sono i libri e l'Ambiente, soprattutto ciò che riguarda la sostenibilità ambientale e alimentare
Nata nel millenovecentonovantadue. Studentessa di Ingegneria per l'Ambiente e il Territorio presso il Politecnico di Milano. Ex scout ed ecologista. I miei principali interessi sono i libri e l'Ambiente, soprattutto ciò che riguarda la sostenibilità ambientale e alimentare
5 giugno 2019: Giornata Mondiale dell’Ambiente, informiamoci!

5 giugno 2019: Giornata Mondiale dell’Ambiente, informiamoci!

5 giugno 2019: 47a Giornata Mondiale dell’Ambiente.

Dopo la giornata mondiale della risata, dei bloggers e del whisky è arrivata anche quella dell’Ambiente. Il bombardamento di informazioni più o meno allarmistiche rischia di confondere chiunque. Ha forse ragione Donald Trump nel dubitare del surriscaldamento globale? Le oscillazioni più o meno forti di temperatura ci sono sempre state nel corso dei millenni. È altresì vero che l’Uomo si è potuto sviluppare e quindi prosperare solamente grazie ad una situazione di stabilità delle temperature che hanno permesso la nascita dell’agricoltura proprio dopo l’ultima glaciazione con l’inizio dell’Olocene.

Noi però abbiamo creato una nuova Era, superando quella esistente da circa undicimila anni. È il padre della geologia italiana Antonio Stoppani (1824-1891) a coniare per primo il termine ‘era antropozoica’ intuendo quanto l’attività umana operi sull’equilibrio della Terra. Più recente è il termine ‘Antropocene’ definito come periodo iniziato alla fine del Settecento in concomitanza con la prima rivoluzione industriale. Da allora la crescita economica e la produzione non hanno mai smesso di crescere, consumando risorse e producendo rifiuti e sostanze inquinanti in quantità sempre maggiori facendo aumentare la temperatura del pianeta. Tutto ciò ci ha portato ad oggi, in una situazione in cui si patiscono già le conseguenze ma non abbastanza da giustificare una presa di posizione netta.

Anche in Italia gli effetti del cambiamento si sentono da tempo. Coldiretti ha stimato che la produzione agricola ha già subito danni per più di 14 miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Un indicatore dell’impatto sull’Ambiente è l’Impronta Ecologica definita come superficie di territorio ecologicamente produttiva necessaria alla popolazione per fornire risorse ed energie e assorbire i rifiuti generali.

Il risultato è chiaro, in Italia si consuma più della disponibilità naturale (biocapacità). Purtroppo il trend è allineato con il resto del mondo, infatti un altro indicatore legato all’impronta ecologica è l’Earth Overshoot Day, ogni anno viene calcolato il giorno in cui la richiesta dell’umanità di risorse supera la disponibilità del pianeta.

Consumiamo risorse come se disponessimo di 1,7 pianeti Terra. Come si fa a dubitare di ciò? La tecnologia per monitorare ed analizzare la situazione esiste. I dati sono chiari e non lasciano spazio ad interpretazioni personali. Il surriscaldamento globale non è una scoperta frutto del nuovo millennio, già nel 1965, più di cinquanta anni fa, gli scienziati americani indirizzarono al presidente Lyndon Johnson un report relativo al pericolo dell’attività antropogenica sulle temperature. Dal 1950 infatti l’impatto ecologico umano è aumentato considerevolmente. Il chimico ed esperto di cambiamenti climatici Will Steffen asserisce:

Nel tempo di una sola vita l’umanità è diventata una forza geologica su scala planetaria. Questo è un fenomeno nuovo e indica che l’umanità ha una nuova responsabilità globale nei confronti del pianeta.

Tornando in Italia ed analizzando i risultati delle ultime elezioni si può vedere come Europa Verde, partito dichiaratamente ecologista abbia ottenuto un risultato deludente registrando un gradimento del 2,3% (in Germania si è quasi raggiunto il 21%). L’interesse per le questioni ambientali non può più essere disgiunto dall’economia e dalla politica, chi afferma ciò sta solo chiudendo gli occhi prima dello schianto piuttosto che cercare di sterzare.

Il pessimismo e il disfattismo però non aiutano e occorre quindi citare il noto Friday For Future, movimento nato grazie a Greta Thunberg che con la voce dei più giovani sta diffondendo tra gli Stati il messaggio ecologista e di sviluppo sostenibile. L’invito per questa giornata è quindi quello di connettersi ad Internet e di ascoltare o leggere le parole di premi Nobel, professori ed esperti per acquistare una diversa consapevolezza su un tema che riguarda tutti noi e il futuro della vita sul Pianeta.

Posted by Francesca Guerci in Attualità e Informazione
H&M: contano più i ‘like’ o i lavoratori?

H&M: contano più i ‘like’ o i lavoratori?

5 maggio 2019: il profilo Instagram di H&M pubblica la foto di un nuovo costume da bagno. Dopo pochi giorni, questa raggiunge più di 880 mila like diventando la più apprezzata tra le oltre 350 postate nel solo 2019. La chiave di questo successo social sta nella modella scelta: Jill Megan Kortleve, 25enne in questione, non risponde alle forme stereotipate della moda ma con la sua fisicità normale interpreta un modello di Bodypositive, basato sull’accettazione di qualsiasi forma corpo e contro standard di bellezza irrealistici.
Due giorni dopo, in Svezia, si tiene l’Annual General Meeting di H&M. L’azienda nel 2013 ha promesso il rispetto degli stipendi minimi per 850mila lavoratori dell’abbigliamento entro il 2018. Ciò non è avvenuto e così la Clean Clothes Campaign, rete che si occupa del ‘miglioramento delle condizioni di lavoro e rafforzamento dei diritti dei lavoratori dell’industria della moda globale’ chiede, supportata da quasi 180mila firme, la creazione di un living wage fund, fondo per un salario minimo a favore dei lavoratori. Anche questo ha esito negativo.
H&M non conosce crisi, il report del trimestre dicembre 2018-febbraio 2019 mostra un incremento del fatturato del 10%. Il prezzo di questa continua crescita grava però sui lavoratori di questa grande macchina del fast-fashion.
È proprio la sopracitata Clean Clothes Campaign che nel settembre 2018 ha pubblicato la propria indagine sulle condizioni lavorative nelle fabbriche dove si producono le migliaia di vestiti che ogni giorno riempiono i negozi di tutto il mondo. I risultati ottenuti mostrano come in tutti i Paesi studiati (Bulgaria, Turchia, India, Cambogia) i livelli di salari dignitosi non vengono mai rispettati e spesso i lavoratori vivono al di sotto della soglia di povertà.
Un triste esempio è quello della Bulgaria dove i dipendenti, per ricevere uno stipendio accettabile, si trovano costretti a lavorare 12 ore al giorno, 7 giorni su 7 (44 ore di straordinari). In Turchia sia arriva a restare in fabbrica dalle otto di mattina a mezzanotte. L’attività sindacale è spesso repressa o fortemente osteggiata.
Ma perché accostare queste due notizie che in comune hanno solo lo stesso marchio? Il motivo è solo un invito ad una riflessione. Il successo della foto parla da sé, H&M è stato celebrato da giornali e siti come promotore di messaggi di accettazione e contro le discriminazioni in base alla taglia. Alla luce della politica di un’azienda che non permette a 850mila lavoratori di avere una vita dignitosa ci si chiede se non si tratti di una mera operazione di marketing, una facciata utile ad incrementare il fatturato di una delle industrie meno sostenibili del mondo.
La nota positiva è che le pubblicità inseguono le nuove tendenze. Il fatto che un messaggio di accettazione, che sempre più persone accolgono e condividono, sia considerato un ‘nuovo trend’ è un segnale senza dubbio rincuorante. Le realtà che non considerano l’acquirente un semplice portafoglio pronto a essere svuotato toccando i punti giusti esistono. Esistono brand che rispettano i lavoratori e promuovono idee inclusive e attente alla persona, basta saperli distinguere.

Posted by Francesca Guerci in Attualità e Informazione