Dario Albano

Mi chiamo Dario Albano e sono nato a Livorno il 20 Settembre del 1993. Studio “Economia dei sistemi logistici” all’Università di Pisa e lavoro presso la “Piccola Bottega degli Artisti” a Livorno come insegnante, dove mi occupo dei corso di “Recitazione Cinematografica” e “Storia del Cinema”. Negli anni ho lavorato spesso come aiuto regista per produzioni indipendenti, con la quale ho realizzato cortometraggi, videoclip musical e spot pubblicitari. Nel 2017 ho lavorato per Sky come assistente di produzione nel programma “X Factor Italia”.
Mi chiamo Dario Albano e sono nato a Livorno il 20 Settembre del 1993. Studio “Economia dei sistemi logistici” all’Università di Pisa e lavoro presso la “Piccola Bottega degli Artisti” a Livorno come insegnante, dove mi occupo dei corso di “Recitazione Cinematografica” e “Storia del Cinema”. Negli anni ho lavorato spesso come aiuto regista per produzioni indipendenti, con la quale ho realizzato cortometraggi, videoclip musical e spot pubblicitari. Nel 2017 ho lavorato per Sky come assistente di produzione nel programma “X Factor Italia”.
In retromarcia verso la libertà. “El Camino: A Breaking Bad Movie” di Vince Gillian

In retromarcia verso la libertà. “El Camino: A Breaking Bad Movie” di Vince Gillian

Esistono tante parole che sono sinonimi di strada. Se andate su un qualsiasi vocabolario, ne troverete almeno una decina: tragitto, cammino, percorso, itinerario, sentiero…Ognuna di queste parole però, ha delle piccole differenze nel significato di ognuna che chiunque di noi a ben in mente. Ci hanno sempre parlato della vita come di un viaggio su una lunga strada. Quello che è passato rimane passato, e quello che arriverà lo scopriremo solo camminando ed andando avanti, chilometro dopo chilometro, passo dopo passo. Ma detto francamente, non mi sembra proprio così. Quello che ci accade e ci forma ci colpisce da tutte le direzioni possibili, non cadere mai è impossibile, i tormenti e le paure ci circondano a trecentosessanta gradi. Per come la vedo io, la vita è più come un parcheggio a piani. Beh sì lo so, è molto meno affascinante della strada dritta circondata da bellissimi alberi. Un parcheggio a piani è molto meno confortante e fa molta più paura, soprattutto se non si ha idea di dove sia l’uscita. Se al piano di sopra o a quello di sotto. O se magari per cercare l’uscita, ci perdiamo, e siamo costretti a passare in degli angoli che non volevamo più rivedere, in della zone di ombra che speravamo di aver dimenticato da tempo.

Vince Gillian non aveva finito con Jesse, no affatto. Lo avevamo lasciato mentre urlando sfondava un cancello verso la libertà, dopo settimane di prigionia e ormai vittima di una situazione immensamente più grande di lui. L’autore della serie, ci riporta esattamente a quel momento.

Gillian confeziona una pelliccola che è una lettera di addio. Una fuga in retromarcia di Jesse verso la libertà. Perché per ripartire bisogna scontrarsi con il passato, e il passato è lì ad aspettarlo e pronto a guardarlo dritto negli occhi. Niente è dimenticato e perduto.

Mentre si guarda il film, si ha la sensazione di sentire parlare un amico che non sentivamo da tanto tempo. E in questo suo monologo, non ha paura di dirci niente, neanche i segreti più nascosti. Noi vorremmo solo abbracciarlo e dirgli che andrà tutto bene, che dovrà solo fare un ultimo sforzo, un ultimo passo indietro per andare avanti. Cancellare, e riscrivere.

Per me, in questo film, c’è tutto l’amore che speravo di trovarci, e tanto mi è bastato.

Voto: 7,5/10

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L’inferno nel cuore degli Stati Uniti. “Nell’erba alta” di Vincenzo Natali.

L’inferno nel cuore degli Stati Uniti. “Nell’erba alta” di Vincenzo Natali.

Il cuore è un muscolo involontario. In un’intera vita batte circa tre miliardi di volte. E’ al centro del nostro corpo, e da sempre è associato alle emozioni più belle e buone. Quando sentiamo dire “quella è una persona di buon cuore”, capiamo subito a cosa ci si sta riferendo. Ma se al posto di un cuore rosso e pulsante avessimo una pietra nera e fredda? Una roccia sontuosa ed immobile che congela ed imprigiona tutto quello che si ha intorno?

“Nell’erba alta” di Vincenzo Natali, tratto da un racconto di Stephen King scritto a quattro mani insieme al figlio Joe, ci troviamo nel centro degli Stati Uniti, nel suo cuore. Cal e Becky, fratello e sorella, sono in viaggio in auto nel bel mezzo del Kansas diretti verso la California. Lungo una strada statale solo verde, chilometri quadrati di erba altissima circondano la via sperduta. Becky è incinta e perciò saranno costretti a sostare con l’auto nei pressi di una chiesa abbandonata lungo la strada. Mentre sono fermi, la voce di un bambino provienente dall’erba chiederà loro aiuto. Sembra essersi perso e non è in grado di uscire. Becky e Cal, si addentreranno tra la vegetazione cercando di aiutare il piccolo, ma finiranno per perdersi a loro volta.

Il film parte subito in quarta, ed in pochi minuti lo spettatore si sentirà smarrito come i protagonisti del film. Un uroboro temporale darà alla trama una struttra davvero imprevedibile, i minuti della pellicola passeranno senza che eneanche ve ne accorgiate.

Già come Scorsese ci raccontò anni fa nel suo splendido “Gangs of New York”, anche qua, seppur in maniera molto più modesta e semplice, si parla dell’America e del suo passato. Un circolo vizioso nella quale la nazione a stelle striscia sembra non poter aver via d’uscita, ed è condannata a commettere i suoi stessi errori per sempre.

Davvero interessante e ricca di sorprese quest’ultima opera di Vicenzo Natali, che merita assolutamente una visione se siete amanti del genere horror.

Voto: 7/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
“Godzilla II – King of the Monsters”: scontro tra Titani

“Godzilla II – King of the Monsters”: scontro tra Titani

Venne scelto il 6 Agosto perché il meteo sarebbe stato variabile. Le nubi dei giorni precedenti avrebbero oscurato il bersaglio, rendendo difficile la riuscita della missione. Si optò, appunto, per il 6. L’obiettivo era la città di Kokura. Destino volle che quel giorno le nubi sulla città fossero fittissime ed il bersaglio venne cambiato in corsa. Era l’estate del 1945, l’aereo che era in volo cambiò destinazione e si diresse verso Hiroshima. Dopo 43 secondi dallo sgancio dell’ordigno – a circa 580 metri dal suolo, con una forza di sedici chilotoni – la bomba esplose, uccidendo sul colpo tra i 70.000 e gli 80.000 civili. Tre giorni più tardi, il bombardiere designato per la nuova missione, si alzò in volo dirigendosi verso Kokura. Di nuovo, le nubi coprirono il cielo della città e per non rischiare di fallire la missione, l’aereo che trasportava l’ordigno nucleare soprannominato “Fat-Man”, si diresse verso la città di Nagasaki.

Questi due eventi – tra i più terribili della storia dell’umanità – rimarranno per sempre nelle anime e nella memoria dei cittadini giapponesi, ispirando, così, la creazione dei mostri Kaijū, tra cui il più famoso di tutti, Godzilla.

Il primo film sulla famigerata creatura risale al 1954, diretto da Ishirō Honda. La pellicola ha numerosi seguiti in madre patria, mentre negli Stati Uniti il primo film su Godzilla è del 1998, diretto da Roland Emmerich. Il remake dovrà aspettare fino al 2014, diretto da Gareth Edwards e sarà proprio da qui che riparte “Godzilla II – King of Monster”.

Sono passati cinque anni dalla pellicola di Edwards, sia all’interno della narrazione che nel mondo reale. La paleobiologa Emma Russell, interpretata da Vera Farmiga, lavora per l’organizzazione Monarch, occupandosi di rintracciare e studiare i titani, tra cui Godzilla. Vive insieme alla figlia, interpretata da Millie Bobby Brown, vicino ad uno dei siti dove una di queste creature sta per risvegliarsi. Inoltre, la dottoressa ha inventato uno strumento in grado di comunicare con i titani, e non ci vorrà molto tempo prima che passi nelle mani sbagliate e venga utilizzato per fini nocivi alla razza umana.

Questo film è intrattenimento puro. Se lo guardate senza un capiente secchio di popcorn, rischiate addirittura di sentirvi particolarmente a disagio. Le atmosfere e le scene d’azione sono davvero belle e la cosa più riuscita della pellicola sono senza dubbio i design delle creature, che a differenza del primo film, sono presenti per quasi tutta la durata della pellicola. Quello che, purtroppo, convince meno, sono la trama e la sceneggiatura. È chiaro che da un film del genere nessuno si possa aspettarsi una scrittura degna di Aaron Sorkin, però nel film ci sono delle scelte e delle motivazioni da parte di alcuni personaggi che fanno un po’ cascare le braccia; una su tutti, il personaggio di Vera Farmiga, che davvero non funziona per niente.

Per quanto mi riguarda, siamo un ben lontani dai livelli del primo film, il quale mi è particolarmente piaciuto, ma per chi desidera vedersi un film d’intrattenimento con delle scene d’azione spettacolari e mostri giganti che si sparano addosso, reciprocamente, raggi nucleari, questo film potrebbe fare per voi.

Voto: 6/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
“Ted Bundy – Fascino Criminale” di Joe Berlinger. Il male imperscrutabile.

“Ted Bundy – Fascino Criminale” di Joe Berlinger. Il male imperscrutabile.

Il termine serial killer ha una storia abbastanza recente: è infatti a partire dagli anni Cinquanta che i ricercatori hanno cominciato a distinguere le varie forme di omicidio. Fu il criminologo James Reinhardt che, in un suo libro pubblicato nel 1957, utilizzò per primo la definizione di chain killer per indicare un assassino che lascia dietro di sé una catena di vittime. Nel 1966, John Brophy, uno studioso inglese, darà la definizione allo stesso fenomeno con il termine serial murderer. Nel 1988, il National Institute of Justice statunitense elaborò per la prima volta una descrizione di ciò che in concreto si intende per omicidio seriale, ovvero l’uccisione (effettuata separatamente) di due o più soggetti, ad opera generalmente, ma non sempre, di un unico autore. I vari crimini possono essere commessi in un arco di tempo che varia dalle poche ore agli anni, ed il movente non va ricercato in un guadagno immediatamente identificabile, quanto nella gratificazione di un bisogno psicologico profondo dell’assassino.

Nel 1992 Robert Ressler, agente speciale dell’FBI, pubblicò Whoever Fights Monster. Il libro, frutto di un’esperienza di più di vent’anni per imparare a riconoscere ed identificare il mostro sconosciuto che ci cammina accanto, è un faccia a faccia con alcuni tra i più importanti killer statunitensi. Tale libro ha il merito di raccogliere e riportare importantissime testimonianze sulla personalità dei criminali: d’ora in avanti l’omicida seriale sarà universalmente chiamato serial killer.

Ma chi è un serial killer? Beh, sicuramente non è un normale cittadino che all’improvviso, senza una ragione, decide di cominciare ad uccidere. Il suo comportamento è frutto di una serie di esperienze traumatiche cominciate fin dall’infanzia e proseguite negli anni. Possono essere maltrattamenti fisici e psicologici, traumi cranici, abusi sessuali. Oppure può essere condizionato da una predisposizione alla violenza già presente dalla nascita. È intorno al trauma, però, che si costruisce la personalità del futuro serial killer.

Il film di Joe Berlinger ha come protagonista Ted Bundy, interpretato da Zac Efron. Per chi non lo conoscesse, Ted Bundy è stato un famoso serial killer statunitense, autore di almeno trenta omicidi di ragazze molto giovani. Era un uomo molto affascinante, tanto che sfruttava questa sua caratteristica per conquistare la fiducia delle sue vittime. Aveva un modus operandi abbastanza comune: era solito fingersi disabile o in evidente difficoltà, per esempio simulando un braccio ingessato. Ted adescava le ragazze vicino a college o residenze universitarie, chiedendo aiuto alle vittime per trasportare vari oggetti in auto. Il tipo di tecnica utilizzata da Buffalo Bill nel film Il silenzio degli innocenti.

La pellicola non percorre tutta la vita del killer, ma si sofferma sugli anni che vanno dal suo arresto fino al processo (il primo che fu trasmesso in diretta tv nella storia degli Stati Uniti). Il regista ci presenta Ted Bundy dal punto di vista della sua compagna, Liz Kendall (interpretata da Lily Collins), una donna che per anni si domandò se l’uomo che aveva vissuto al suo fianco fosse un maniaco o no. Non viene mai mostrato nessun omicidio, nessun tipo di violenza. Per lo spettatore Ted Bundy rimane sempre pulito, immacolato, ed è per questo che fino all’ultimo il pubblico si domanderà se Ted sia davvero colpevole dei crimini. Dal momento che in patria, a differenza nostra, Bundy è davvero molto conosciuto, è una scelta davvero singolare e coraggiosa sulla quale strutturare l’intero film. Zac Efron, che ad un primo impatto potrebbe sembrare non troppo consono per la parte, ci regala invece un’interpretazione davvero convincente, ed il suo sguardo rimarrà ambiguo ed imperscrutabile fino alla fine del film.

Perché andare a vedere Ted Bundy – Fascino Criminale? Perché è un film che non vi farà staccare gli occhi dallo schermo, e per quanto possa sembrare semplice e lineare, nasconde tante complessità che lo rendono affascinante come il suo protagonista. Il film è come uno sguardo ammiccante, un sorriso che ti invoglia a guardarlo, ma che improvvisamente potrebbe trasformarsi in un sogghigno agghiacciante.

Voto: 7,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
“Pokémon: Detective Pikachu” di Rob Letterman. Bentornata infanzia

“Pokémon: Detective Pikachu” di Rob Letterman. Bentornata infanzia

Me lo ricordo ancora quel Natale. Era il 2000. Avevo sette anni e aspettavo quel giorno da settimane. La notte della vigilia non riuscivo a prendere sonno dall’emozione. Avevo chiesto a Babbo Natale due cose: il Game Boy e Pokémon Blu. La serie televisiva anime era trasmessa da Italia Uno da diversi mesi ormai, ed io non mi perdevo neanche una puntata. Lo so, era Pokémon Rosso che andava per la maggiore, Charizard in copertina faceva gola a chiunque, ma lo aveva già il mio migliore amico, così optai per il Blu per poter fare gli scambi tra di noi.

Satoshi Tajiri, il creatore della serie dei videogiochi, ebbe l’idea prendendo spunto dal suo interesse di collezionare insetti: passatempo molto popolare tra i bambini giapponesi. Tuttavia, la crescente urbanizzazione ha fatto sì che il numero di insetti diminuisse sempre più, e che i bambini preferissero giocare in casa piuttosto che fuori all’aria aperta. Satoshi allora concepì l’idea di un videogioco che fosse basato sulla cattura di creature che assomigliassero a degli insetti. I bambini avrebbero potuto affezionarsi a loro, crearsi una propria squadra di Pokemon da utilizzare per le battaglie, dargli dei soprannomi personali, collezionarli e scambiarli con i propri amici.

La mia generazione ha vissuto in pieno tutto ciò, ed ecco perché, quando tre anni fa fu rilasciato il videogioco per smartphone Pokémon Go, era più facile vedere giocarci uno della mia età che un bambino. Ed è proprio su questo aspetto che si basa l’idea dello sviluppo di Pokémon: Detective Pikachu: colpire dritto al cuore la mia generazione e riuscire a catturare quella nuova. Non è un caso infatti, che alla proiezione del film alla quale sono stato, ci fosse una percentuale di pubblico adulto molto superiore a quella infantile.

Tim, interpretato da Justice Smith, è un ragazzo solitario che vive fuori città. Fa l’agente assicurativo e, a differenza di tutti gli altri, non ha nessun Pokémon al suo fianco. La sua vita sarà sconvolta da una chiamata che giunge dalla metropoli Ryme City. Suo padre, un detective privato che lavora in città, è deceduto durante un incidente stradale, anche se il corpo di Harry non è stato ritrovato e tutto fa pensare ad una scomparsa. Tim, giunto in città, incontrerà nell’appartamento del padre un esemplare di Pikachu molto particolare e insieme a lui si metterà alla ricerca del padre scomparso.

All’ingresso in sala mi hanno regalato un pacchetto di figurine dei Pokémon e tanto mi è bastato per tornare bambino in poco meno di due secondi. L’effetto nostalgia che si prova guardando il film è piacevole, ma mai esagerato: gli sceneggiatori sono stati bravi a coniugare il vecchio e il nuovo, creando qualcosa di diverso dalle aspettative iniziali dello spettatore. La pellicola non ha niente a che fare con i vecchi videogiochi o con la serie animata, anche se… verrà presa in considerazione ai fini della storia, e non vi dico altro. Ryme City è una metropoli dove Pokémon e umani vivono l’uno di fianco all’altro, aiutandosi a vicenda nella vita quotidiana. Nessun combattimento e nessun Pokémon rinchiuso in una Pokeball. Infatti è proprio quando Tim giunge in città che il film comincia a prendere slancio, dopo i primi dieci minuti non proprio convincenti. Il live action mi ha convinto, ma solo a metà: non tutti i Pokémon riescono ad essere visivamente interessanti, alcuni risultano essere quasi appiccicati sull’inquadratura, altri (e per fortuna la maggior parte) sono completamente integrati nella scena. Aggiungo che Pikachu doppiato dal grande Ryan Reynolds funziona benissimo.

Pokémon: Detective Pikachu è un film per gli adulti che hanno amato i giochi e la serie animata, ma anche per bambini. Se rientrate nella prima categoria come me, andate al cinema, così forse, per cento minuti, tornerete di nuovo bambini anche voi.

Voto: 6,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
“Stanlio & Ollio” di Jon S.  Baird. Due miti al crepuscolo

“Stanlio & Ollio” di Jon S. Baird. Due miti al crepuscolo

Quando nel 1921 Stan Laurel e Oliver Hardy si incontrarono per la prima volta sul set di The Lucky Dog, nessuno dei due era a conoscenza che di lì a pochi anni sarebbero diventati il duo comico più famoso e amato della storia del cinema. Ci vollero altri cinque anni prima che i due attori si incontrassero di nuovo sul set, per il film Get ‘Em Young, di cui Stan Laurel era il regista e Oliver era stato scritturato come attore protagonista. Tuttavia, per colpa di un incidente domestico, Hardy si ustionò e a sostituirlo fu lo stesso Stan. Il duo comico nacque ufficialmente nel 1927 a cavallo tra il cinema muto e quello sonoro, e Hal Roach, che vediamo litigare a inizio film con Stan Laurel, fu il produttore dei loro primi lavori.

La pellicola diretta da Jon S. Baird si apre nel 1937, quando Laurel e Hardy sono all’apice del loro successo. Una bellissima inquadratura iniziale mostra il duo che siede nei camerini, l’uno di fianco all’altro, pronto a recarsi sul set di I fanciulli del West. Davanti a loro lo specchio di Stan mostra il riflesso di Oliver, e viceversa: l’uno è il riflesso dell’altro, i due hanno un legame fortissimo, indissolubile. Stanlio e Ollio devono girare la famosa scena del ballo, ma i rapporti tra Laurel e il produttore Hal Roach sono molto tesi. Stan pretende una retribuzione più adeguata per i loro film, visto che non detengono neanche i diritti su di essi, ma Hal non sembra volersi smuovere di un centimetro dalla sua posizione; d’altro canto Ollio sembra mantenere una posizione calma e abbottonata, e cerca di convincere Stan a trattare solo per un piccolo aumento.

Ci spostiamo subito in avanti di sedici anni, nel 1953, i due sono visibilmente invecchiati e fuori dalla scena cinematografica da due anni. Hanno bisogno di denaro e vogliono produrre ed interpretare un film comico basato sul personaggio di Robin Hood, così accettano di fare una tournée nel Regno Unito e in Irlanda, passando pure per Londra, dove il produttore del loro futuro film dovrebbe andare a vederli.

Siamo al crepuscolo della carriera dei due attori, i bellissimi hotel che una volta li ospitavano sono diventati delle stamberghe da quattro soldi: i teatri all’inizio della tournée sono più che mezzi vuoti. Sono passati solo due anni dal loro ultimo film, ma l’impressione è che siano trascorsi decenni dalla loro ultima apparizione. Tutti pensano che ormai i due siano in pensione, addirittura c’è chi chiede alla biglietteria delucidazioni in merito all’identità degli attori che interpreteranno il duo, come se fossero deceduti o impossibilitati a recitare. I tempi migliori se ne sono andati, non resta altro che recitare i vecchi cavalli di battaglia o provare a scrivere un nuovo film, che forse però non vedrà mai la luce.

Non è solo un film su Stanlio e Ollio, ma un film sulle persone che erano Stan Laurel e Oliver Hardy. Lo spettatore si sentirà completamente immerso nella vicenda, e questo grazie ad un’ottima scrittura della sceneggiatura e alle meravigliose interpretazioni di Steve Coogan e John C. Reilly, che ci regalano delle perle di recitazione assolute, dando ad ogni inquadratura sincera umanità. Una pellicola che racconta l’amore che c’è dietro ad ogni singola scena che viene scritta e provata, al sacrificio e ai riti del teatro. In appena novantacinque minuti il film riesce a dire tutto quello che ci vuole raccontare, senza mai aggiungere niente di troppo. Vi farà sorridere, ma soprattutto commuovere, e probabilmente vi farà venir voglia di riguardare qualche loro film.

Voto: 7,5/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv
“Noi” di Jordan Peele. Gli Stati Uniti messi davanti ad uno specchio.

“Noi” di Jordan Peele. Gli Stati Uniti messi davanti ad uno specchio.

Che cosa siete voi?” Siamo Americani!”

Dopo due anni da Get Out che gli valse il premio Oscar alla miglior sceneggiatura originale, torna dietro la macchina da presa (e la macchina da scrivere) Jordan Peele. La sua seconda opera, intitolata Us, che può essere tradotto sia come “Noi” sia come “United States”, è un horror assolutamente atipico, che forse non vuole neanche esserlo fino in fondo.

Adelaide Wilson, interpretata da una magistrale Lupita Nyong’o, è madre di due figli, Jason e Zora, e moglie di Gabe, impersonato da Winston Duke, che avevamo già visto lo scorso anno nei panni di M’Baku in Black Panther ed in Avengers: Infinity War.

Ambientazione della vicenda sarà la casa di famiglia di Adelaide, vicino Santa Cruz, dove quella che sembra essere una normale e tranquilla vacanza estiva, si trasformerà ben presto in un incubo per i nostri protagonisti. E non solo per loro…

Il film si apre nel 1986, un’Adelaide ancora bambina è davanti alla tv mentre passa lo spot della manifestazione pubblica Hands Across America: il 26 Maggio di quell’anno, 6 milioni e mezzo di persone si tengono per mano per quindici minuti formando una catena umana che attraversa idealmente le due coste degli Stati Uniti, un evento per manifestare solidarietà ai senza tetto e agli affamati. Corrono gli anni di Reagan, in cui sono tantissimi i tagli alle istituzioni pubbliche. Questo evento rimarrà impresso nella giovane mente di Adelaide.

La bambina è in vacanza con i genitori a Santa Cruz: li vediamo al Luna Park in una suggestiva notte d’estate, inquadrata in maniera sublime da Peele. La bambina guarda spesso i genitori e, in risposta, ci vengono mostrate le loro spalle. In uno di questi momenti, Adelaide si allontana e si avvia verso la spiaggia da sola, incrociando lo sguardo con un ragazzo che tiene in mano un cartello con scritto “Geremia 11:11”; riferimento ad un verso della Bibbia che dice:

Perciò, così parla l’Eterno: Ecco, io faccio venir su loro una calamità, alla quale non potranno sfuggire. Essi grideranno a me, ma io non li ascolterò”

Un temporale ancora lontano sta arrivando, Adelaide entra in un labirinto di specchi, la cui insegna recita: “Trova te stesso”. Là dentro farà un incontro che le cambierà la vita: si troverà davanti una bambina identica a lei, una sua doppelganger. Non vediamo quello che succede tra le due, ma Adelaide rimarrà molto traumatizzata da questo evento.

Da qui partiranno i titoli di testa del film, con una delle inquadrature più affascinanti della pellicola: una lenta carrellata all’indietro che parte dall’occhio di un coniglio bianco, fino a mostrare tantissimi conigli messi in gabbia. Un simbolo di innocenza e purezza costretto a vivere in piccolissime celle.

Di lì a poco, si scoprirà che la doppelganger di Adelaide non è l’unica, perché davanti alla casa estiva dei quattro a ognuno si presenterà il proprio, in tuta rossa, proprio come le magliette dei manifestanti della Hands Across America, e armato di forbici, guarda caso uno strumento di forma simmetrica. Solo la doppia di Adelaide sembra poter parlare, pur con molta fatica, mentre gli altri si esprimono a versi. Ed è proprio a lei che Gabe chiede: “Ma chi siete voi?”, e lei risponde Siamo Americani!”. Ben presto però, scopriamo che i doppelganger non riguardano solo Adelaide e la sua famiglia, ma tutta la nazione.

La splendida penna di Jordan Peele riesce a mettere davanti allo specchio una nazione intera, facendo riflettere gli spettatori su loro stessi e sulla società che li circonda. Un popolo costretto a vivere nella falsa realtà, a cibarsi di innocenti e ad idolatrare falsi miti. Un popolo che non viene da lontano, ma da dentro ognuno di noi, dal lato oscuro e mal cibato della terra dei sogni, da quelli che forse sono dei tunnel che rimarranno sconosciuti per sempre e mai utilizzati. E forse il regista ci invita chiederci: “Ma cosa è cambiato davvero rispetto a prima?”

Voto: 8/10

Posted by Dario Albano in Cinema e Serie Tv