Daniele Cifarelli

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The Irishman: La malinconica epopea gangster di Martin Scorsese

The Irishman: La malinconica epopea gangster di Martin Scorsese

The Irishman non è tanto o solo un gangster movie, quanto un racconto di amicizia con tutto ciò che ne caratterizza i legami all’interno di un clima gangster. Quest’ultimo non ne è totalmente il fulcro, Scorsese lo mette in chiaro a partire dalla prima inquadratura, ambientata nell’ospizio da cui il vecchio e malato Frank ‘The Irishman’ Sheeran (Robert De Niro) racconta la storia che ne segue. Sappiamo tutti come Martin Scorsese abbia confermato la sua grandezza in racconti del calibro di Goodfellas e Casinò, ma non sono gli anni 90, il tempo scorre per tutti, e con esso anche la grinta. Bisogna quindi concentrarsi su ciò che ormai rimane, come lo scorrimento delle lancette che rafforza o logora i rapporti, e indebolisce i corpi, a prescindere da chi tu sia. Non c’è più spazio per la goliardia, essere un gangster può gonfiare il tuo portafoglio, quanto i macigni sulla coscienza, e il conto arriva più presto di quel che può sembrare.
E quale miglior trio di De Niro – Pesci – Pacino poteva offrire interpretazioni così intense nel rappresentare uomini in balia di lentissime discese? Tutti e tre vivono situazioni che li porteranno a un drastico cambiamento nell’ultimo atto, il tutto sempre visto attraverso lo sguardo sofferente di un impotente Robert De Niro, fino ad arrivare al finale. Un finale che nonostante tutto vuole lasciare uno spiraglio di speranza, come una porta in procinto di essere chiusa, ma che alla fine rimane socchiusa. L’epopea del regista statunitense trova quindi le sue fondamenta principalmente nella nostalgia, nell’emotività, ma soprattutto nell’amicizia. Non è un caso che la sua scelta di ringiovanire attori “attempati” al posto di ingaggiare i più giovani sia dovuta alla volontà di “fare un film coi suoi amici”. Nessun primo piano su alcuno sguardo lascia il tempo che trova, in qualsiasi evento c’è sempre di mezzo il rapporto interpersonale che in diverse situazioni si pone quasi come un bastone tra le ruote in quanto è la coscienza a generare crepe irreparabili come i ricatti morali di chi un tempo ti ha materialmente arricchito o gli occhi di una figlia atterriti dal padre che si manifestano come una barriera definitiva tra le loro vite.

Joe Pesci e Robert De Niro nei corrispettivi ruoli di Russel Bufalino e Frank ‘The Irishman’ Sheeran

Ed eccoci quindi dinanzi a The Irishman, la chiusura dell’era di un genere che il cineasta statunitense ha reso iconico partendo da Mean Streets nel 1973 arrivando a questa unica e monumentale opera intrisa di sentimento e umanità. Una pellicola verso la quale l’esprimersi a parole varcherebbe quel minimo che lo separa dall’essere retorici. Un film che è quello che è. Un capolavoro.

Posted by Daniele Cifarelli in Cinema e Serie Tv
The Nest – Il Nido: Un altro coraggioso passo per il cinema italiano

The Nest – Il Nido: Un altro coraggioso passo per il cinema italiano

The Nest- Il Nido non si presenta come un qualcosa di ispirato a classici titoli ambientati tra mura domestiche (es. Evil Dead, The Conjuring) di cui si conoscono gli eventi, né ha intenzione di concentrarsi sull’orrore inteso come spavento.
Ciò che la claustrofobica fiaba di Roberto De Feo mette in scena è la paura scaturita dall’insicurezza, insicurezza a sua volta causata da una morbosa protezione materna. Come dentro un nido, fungono come rifugio dal mondo esterno le mura della grande tenuta abitata da Claudio e sua sorella Elena, una madre rigida e categorica, il cui scopo assieme al fratello è quello di impedire che suo figlio Samuel varchi anche solo di poco i confini di quella fastosa tenuta. Non tardano a manifestarsi gli effetti di quella regola una volta che, come nuova domestica, viene assunta Denise una ragazzina con la quale Samuel instaurerà un rapporto di intesa reciproca, ed ecco che le morbose condizioni di clausura all’interno di quel nido protettivo subiscono un ulteriore irrigidimento, in seguito alla ribellione che nascerà dall’amicizia tra i due.

Coraggioso, con un’impeccabile messa in scena e con un cast azzeccatissimo per ciascun personaggio, The Nest segna un’altra svolta nel cinema di genere italiano, mostrando in chiave horror le conseguenze di un legame ossessivo e quanto quest’ultimo possa influire sull’indole di chi lo subisce. E’ quasi invisibile per quanto sottile quel confine che separa l’amore premuroso dalla morbosità, nella stessa maniera in cui un cancello in una vasta distesa verde separa un bosco da una proprietà privata.

Pur non mancando di qualche scelta che potrebbe rivelarsi discutibile, l’opera prima di De Feo, con un finale che cambia totalmente ottica e carte in tavola, è un sorprendente gioiellino che porta a casa un ottimo risultato, se non l’ennesima prova che il cinema italiano è più vivo che mai e ha voglia di osare e dare prova di quanto non abbia nulla da invidiare al cinema di genere internazionale che noi tutti conosciamo.

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Midsommar: un ipnotico teatro dell’assurdo

Midsommar: un ipnotico teatro dell’assurdo

Come con la sua opera precedente, Hereditary – Le radici del male, Ari Aster torna ancora all’horror con Midsommar – il villaggio dei dannati.
Più ambizioso rispetto al precedente, e ancora più disturbante, il secondo film di Ari Aster affronta diverse tematiche, da quella del lutto e passando a quella delle relazioni, amichevoli e non.
Si comincia infatti con il trauma da parte della protagonista Dani (Florence Pugh) nell’apprendere dell’improvvisa morte dei genitori e del suicidio di sua sorella. Nel frattempo abbiamo modo di scoprire che il rapporto tra lei e il suo fidanzato Christian (Jack Reynor) è in costante declino a causa della scarsa reciprocità emotiva, e gli effetti del lutto su di lei ne contribuiscono ad accentuare la carenza. Quest’ultimo, poco tempo dopo, viene invitato insieme ad un altro gruppo di amici a partecipare a un rituale svedese di mezza estate (per l’appunto il Midsommar) tenuto dall’Hårga -nonché oggetto di tesi in antropologia dello stesso Christian-, viaggio che per una serie di circostanze coinvolgerà anche Dani, inizialmente non invitata.
L’arrivo in Svezia, riserverà al gruppo sorprese poco piacevoli.


Una delle prime cose che salta all’occhio è la cura in ogni minimo dettaglio dalla fotografia, luminosa e dai colori vivaci, alla impeccabile messa in scena. In maniera fredda e spietata, Aster posiziona ogni sequenza spaventosa alla luce del sole, e non si pone alcun problema a contrastare l’inquietudine di ciò a cui si assiste con l’immagine di un prato verde agghindato di fiori colorati sotto un cielo azzurro e soleggiante. A un certo punto in mezzo a tutto quell’assurdo, il senso comincia a passare in secondo piano, specie trattandosi di una prima visione. L’ipnosi è talmente forte, così come il coinvolgimento, che non ti interessa quasi più dare un senso logico ai fatti, vuoi solo vedere fino a dove può sfociare quel tornado di angoscia e disperazione, rassegnato ormai all’idea che ovunque si arriverà, sarà un punto di non ritorno per tutti i coinvolti.

Pur non mancando di scene eccessivamente dilatate, Midsommar è sicuramente uno dei film più interessanti della stagione, un horror carico e complesso, destinato a dividere tra chi può avere la sensazione di assistere a un qualcosa che gira su sé stesso e chi invece rimane rapito, e di conseguenza incuriosito, dai simboli e dai messaggi che necessitano sicuramente di più di una visione per poterli cogliere.

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Edison, l’uomo che illuminò il mondo: è intelligente, ma non si applica

Edison, l’uomo che illuminò il mondo: è intelligente, ma non si applica

Ambientato alla fine dell’800, il biopic di Alfonso Gomez-Rejon mette in luce la concorrenza tra Thomas Edison e George Westinghouse, meglio nota come La guerra delle correnti.
A dare i volti ai due inventori/imprenditori abbiamo Benedict Cumberbatch e Michael Shannon, due colonne portanti di un film vittima di un approccio mediocre e una produzione travagliata.

Ciò che infatti fa sin da subito buca allo schermo, è la carismatica presenza scenica di cui godono i due attori protagonisti, della quale hanno dato più volte prova tra grande e piccolo schermo.
Al di là delle impeccabili prove attoriali di tutti, dai due principali a quelli di contorno (anche il terzo concorrente Nikola Tesla/Nicholas Hoult si rivela essere più un secondario che un principale) al biopic non interessa tanto, o solo, focalizzarsi sullo scontro elettrico più noto della storia, quanto sulla psicologia dei due concorrenti dalla competitività maniacale di Edison alla diplomazia imprenditoriale di Westinghouse. E sebbene sia evidente la professionalità di Rejon e la cura da parte di quest’ultimo nel mostrare i dettagli della psiche di ciascun personaggio, in contrasto a ciò vi è una scrittura mediocre che non contribuisce a dare al prodotto quel mordente che suscita la curiosità nello spettatore, complice la frettolosità con la quale sono narrati gli eventi e un ritmo lento, didascalico e tutt’altro che coinvolgente.
Il risultato è quindi quello di un biopic dove il cast di buon livello non regge la baracca di un film dall’alto potenziale, ma dalla sostanza carente e purtroppo dimenticabile.

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Chernobyl: non c’è peggior ignorante di chi dell’ignoranza altrui approfitta

Chernobyl: non c’è peggior ignorante di chi dell’ignoranza altrui approfitta

Chi più, chi meno, è a conoscenza del famoso disastro avvenuto a Chernobyl in Ucraina nel 1986. La miniserie della HBO non parte con premesse diverse rispetto a come si presenta, si comincia partendo dal suicidio del chimico Valery Legasov (Jared Harris) dopo aver registrato un messaggio indirizzato a un mittente –momentaneamente- sconosciuto, due anni dopo l’incidente, per poi tornare a pochi attimi prima dell’esplosione. Indi per cui, il messaggio è chiaro: non ci sarà alcun esito positivo in ciò a cui stiamo per assistere.

Si parte, fine anni 80, il nocciolo della centrale nucleare di Chernobyl  è esploso, non si riesce a capire a cosa sia dovuto e vi è il panico. Facciamo conoscenza con Anatoly Dyatlov (Paul Ritter) capo ingegnere della centrale, di cui abbiamo subito modo di capire l’intenzione, vale a dire sminuire e liquidare il problema. Intanto come un cancro che si espande se ignorato,  le fiamme dell’incendio  continuano a divampare, e con esse le polveri radioattive che si fanno strada tra la gente ignorante dell’incombente pericolo.  Sarà questa ignoranza ingenua a spingere le alte cariche dello stato sovietico a rispondere attraverso bugie e false rassicurazioni al fine di alleviare ogni preoccupazione. Ma in un modo o nell’altro la verità viene a galla, e le conseguenze del disastro non tardano a manifestarsi ed ecco quindi che cominciamo a trovarci dinanzi a quelli che una volta erano corpi e volti umani, sfigurarsi e deperire lentamente. Ad accompagnare la crudeltà delle immagini vi è una fotografia cupa e scura, per la quale non esiste tempo della storia che regga; che sia giorno, che sia primo mattino o sera, i colori della fotografia danno sempre la sensazione di essere in una notte senza fine, così da creare un’atmosfera soffocante e claustrofobica per accentuare l’empatia dello spettatore con ciò che lo schermo gli propone. Nel frattempo al chimico Legasov, a cui spetta indagare e chiarire sulle dinamiche dell’incidente, si affianca il politico Boris Shcherbina (Stellan Skarsgard) con il quale, grazie anche all’aiuto della fisica nucleare Ulana Khomyuk (Emily Watson), provvede ad assemblare gli eventi che hanno portato a quella  maledetta notte.
L’abilità della miniserie di Johan Reck è una narrazione, il più delle volte simile a quella di un documentario, che nonostante – come detto prima -lasci subito presagire il riscontro negativo a cui si andrà incontro, riesce a mantenersi neutra, senza celebrare o schierarsi da alcuna parte. E ancora, nonostante il valore della performance di ciascuno degli interpreti, poco ne interessa a Reck l’esaltazione, il suo scopo, clamorosamente riuscito, è quello di mostrare meticolosamente i minimi dettagli di una tragedia che non ha risparmiato nessuno dei coinvolti, dagli addetti ai lavori ai non passando anche per animali, donne e bambini. Ed è tale spietatezza che rende imperdibile ciascuna delle 5 puntate di Chernobyl

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Il Traditore: confessioni di un non pentito

Il Traditore: confessioni di un non pentito

Marco Bellocchio, dietro la macchina da presa, porta in scena le confessioni di Tommaso Buscetta. Sono due i mondi dinanzi ai quali ci si trova, quello dei valori e quello della mafia, i cui corrispettivi rappresentanti sono persone oneste e uomini d’onore, spaccatura evidenziata da Buscetta stesso durante i suoi faccia a faccia con la giustizia, a partire da quello con Giovanni Falcone. Pur non definendosi mai un pentito e ribadendo più volte la sua posizione di uomo d’onore presso la grande Piramide di Cosa Nostra,  Buscetta collabora rivelando le azioni commesse da ciascuno dei membri del clan capeggiato da Totò Riina, clan del quale vi è un’immagine spietata e veritiera, senza peli sulla lingua, quanto risibile, quasi come se il fine fosse anche quello di deriderli, deriderli perché incapaci di pronunciare una parola in italiano corretto senza ricorrere al dialetto siciliano, deriderli perché così ignoranti da usare un fantomatico ordine del medico per giustificare l’istinto di accendersi il sigaro in un’aula di tribunale.  Bellocchio quindi si concede anche a un paio di parentesi comiche in un quadro tragico per la giustizia italiana. Ma c’è poco per cui ridere, e il graduale inginocchiarsi della mafia che, per merito delle rivelazioni di Don Masino, porterà allo scatto di ben oltre 300 mandati di cattura procede con una narrazione che non esalta minimamente la criminalità dando a essa un’immagine cruda e sprezzante senza preoccuparsi di conferirne quella spettacolarità di cui abbiamo già goduto in gangster alla Gomorra o Romanzo Criminale. Il fulcro del film non sono sparatorie, indagini e/o colpi di scena, né a Bellocchio interessa fornirgli epicità quanto un senso di malessere, servendosi di un ritmo lento e malinconico, colori cupi e scuri, lunghi silenzi e sguardi di rassegnazione di un uomo che piano piano si rende conto di non aver più nulla da perdere e di essere accompagnato dalla morte –come afferma Giovanni Falcone stesso nella sua prima scena “La morte ci accompagna”– una volta che le sue posizioni con il clan si sono rese avverse.

Niente retorica e niente moralismo (ce ne sarebbe bisogno?)  soltanto una delle più brutte e scomode verità che la storia della mafia si porta sulla coscienza, spiattellata schiettamente da Marco Bellocchio e con forse la miglior interpretazione di un camaleontico Pierfrancesco Favino.

Posted by Daniele Cifarelli in Cinema e Serie Tv