Claudia Anania

Che fine ha fatto Bernadette? – La nuova meravigliosa favola di Richard Linklater

Che fine ha fatto Bernadette? – La nuova meravigliosa favola di Richard Linklater

Bernadette Fox (Cate Blanchett) non è un tipo facile; dietro i suoi occhialoni da diva si celano modi scostanti e un’abrasiva ironia nei confronti del mondo e delle persone. È una leggenda nel campo dell’architettura, ma da tempo ha smesso di lavorare e si è ritirata a vita privata, evitando il più possibile l’interazione con altri esseri umani.
Il suo solitario equilibrio sarà stravolto quando la figlia Bee (Emma Nelson) chiede un viaggio in Antartide come premio per la pagella perfetta. Bernadette inizialmente si getta nei preparativi, ma si riscopre ben presto priva di energie, consumata ormai dallo sforzo di adattarsi a una vita che non le assomiglia affatto in una città che le sembra ostile. Incapace di gestire intoppi e disastri del quotidiano, abbandona i preparativi e asseconda il suo istinto di fuga, scomparendo di punto in bianco e lasciando a suo marito (Billy Crudup) e a sua figlia il compito di raccogliere i cocci. Ma la tenace Bee, nel tentativo di trovare sua madre, inizierà a ricomporre il complicato puzzle che rappresenta Bernadette.

La scelta di utilizzare un narratore interno non solo da un taglio diverso all’intero svolgimento ma, essendo la voce della piccola Bee quella che ci guida all’interno della trama, l’occhio con cui affrontiamo il viaggio è sempre quello di una candida ed imparziale innocenza, in grado di mettere nero su bianco la realtà, senza renderla inutilmente complicata e piena di tutte quelle giustificazioni che solo gli adulti hanno bisogno di annettere ad ogni dettaglio della propria vita. 
Il brillante Richard Linklater [BoyhoodSchool of Rock] torna al cinema in grande stile, con una storia che arriva dritta al cuore dello spettatore. Che fine ha fatto Bernadette? è infatti un film stratificato, vista la molteplicità di tematiche che affronta o che riesce elegantemente ad accennare; il rapporto madre-figlia, la difficoltà di adattarsi ad una vita che non si è esattamente scelti, scendere a patti con i propri fallimenti sono sicuramente le questioni che spiccano maggiormente nella pellicola; ma il fulcro stesso della storia, il viaggio in Antartide, la semplicissima frase pronunciata da Bee – “vorrei vederla finché sono in tempo” – e le stesse sequenze ambientate tra i ghiacci, dichiarano anche velatamente un’attenzione alla problema ambientale, tema più che mai attuale e discusso in questo momento storico. 
Una trama che mette a nudo la fallibilità degli esseri umani e l’intero spettro emotivo esistente, trattata con una sensibilità che non ha pari; trattandosi quindi di tematiche così delicate, il regista ha l’obbligo morale di scegliere accuratamente attori che siano all’altezza dell’umanità messa in gioco. Linklater, da sempre molto attento a questo importante aspetto della produzione, ci propone un cast eccezionale a partire da Cate Blanchett, sulle cui spalle grava effettivamente il peso dell’intera operazione. La sua Bernadette, donna dalle mille contraddizioni e idiosincrasie, è una presenza vibrante ma mai esageratamente macchiettistica, unica responsabile dell’intero ritmo della trama con la sua squilibrata emotività. Perfetta sia nel mettere in scena sentimenti di angoscia e terrore quanto gioia e spensieratezza, la Blanchett dimostra ancora una volta di essere un’attrice eccezionale e adatta ad ogni tipo di ruolo. Da non sottovalutare ovviamente anche la performance di Billy Crudup, a cui spetta l’arduo compito di bilanciare la presenza vulcanica di Bernadette e, soprattutto, raccogliere i pezzi dopo la fuga di quest’ultima. 

Non c’è dubbio che Richard Linklater abbia di nuovo centrato il bersaglio, con una favola che vibra costantemente grazie a toni diversissimi – dalla commedia al dramma – trattando ogni argomento con estrema delicatezza e arrivando indubbiamente al cuore dello spettatore.

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
Cena con Delitto – Una crime story tra il classico e la parodia

Cena con Delitto – Una crime story tra il classico e la parodia

Harlan Thrombey, un agiato romanziere, viene trovato morto, in circostanze misteriose, nella sua proprietà la mattina dopo la festa per il suo 85esimo compleanno. Il celebre detective Benoit Blanc, uomo di straordinario intuito e carisma, è incaricato del caso, e sospetta si tratti di omicidio. In perfetto stile crime la famiglia del defunto è il numerosa, e tutti, nessuno escluso, sono potenziali sospettati: ognuno di loro, infatti, avrebbe un motivo più che valido per eliminare Thrombey Sr., uomo che l’esperienza e l’età hanno reso tanto lungimirante quanto sagace. Nel fatidico giorno della lettura del testamento, l’avida e disfunzionale famiglia di Harlan si rivela essere molto più complicata e conflittuale di quanto sembrasse all’inizio. Quando Marta, la giovane bella infermiera sudamericana del romanziere si ritrova implicata nel misterioso caso, appare chiaro che nessun segreto è più al sicuro nella casa.

Il tanto discusso Rian Johnson torna al cinema con un accattivante mistery movie – un personale omaggio alla regina del giallo, Agatha Christie – dal sapore tanto classico quanto attuale, capace di magnetizzare l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine. Papà a tutto tondo di Cena con Delitto, Johnson riesce a scrivere una sceneggiatura piuttosto variopinta, i cui toni cambiano costantemente ed eliminando così ogni possibile tempo morto all’interno della storia. Proseguendo infatti tra la dissacrazione del detective geniale – merito anche di un ottimo Daniel Craig che ne sostiene il peso con maestria – la commedia e la struttura tipica del giallo, il regista porta sullo schermo una storia che non ha la pretesa di essere narrativamente innovativa ma senza dubbio irresistibile in ogni suo aspetto. Perfino i colpi di scena, irrimediabilmente grotteschi, sono una scusa per dissacrare il genere stesso, operazione compiuta senza cedere mai il passo alla sgradevolezza. A sostenere il brillante lavoro di Johnson interviene un cast d’eccezione, perfettamente in grado di coprire tutto lo spettro di possibilità in materia di esseri umani e difetti. Mentre, infatti, possiamo deliziarci dell’impeccabile interpretazione di Christopher Plummer nei panni del machiavellico Harlan Thrombey, il resto del cast – a partire da Toni ColetteJamie Lee Curtis fino a Chris Evans Don Johnson – riesce nell’arduo intento di regalare delle performance, credibili e a tratti anche esilaranti, soprattutto nell’assurda interazione tra i personaggi in gioco. Ma la punta di diamante dell’intera operazione, come già accennato, è Daniel Craig, il cui detective Benoit Blanc incarna alla perfezione la caricatura dell’investigatore alla Sherlock Holmes, sempre un passo avanti a tutti. Nonostante non sia perfettamente chiaro nei primissimi minuti del film, con un po’ di pazienza da parte dello spettatore, si scopre un personaggio di gran lunga più geniale del previsto, fatto di molteplici sfumature soprattutto comiche.
In Cena con Delitto a far da padrone è la cura per i dettagli, incastonati accuratamente sia nel tessuto narrativo, quanto in una regia che si stringe e si apre più e più volte, focalizzando l’attenzione dello spettatore e concedendogli tutti gli elementi per arrivare alla soluzione dell’enigma. Benché, infatti, la regia non si possa affatto definire autoriale, risente spesso della presenza di Johnson, vera e propria guida in quest’intricato ed accattivante labirinto logico, pur sempre tenendo a mente l’intelligenza del proprio pubblico.

Per tutti i detrattori dell’autore, la sua ultima fatica rappresenta un vero punto di svolta in grado di cambiare la loro opinione su Rian Johnson, a prescindere dal ruolo preso in esame; il suo rapporto sia con il testo classico che con la sua trasposizione cinematografica, una relazione in cui si cita il modello mentre si prendono le distanze da esso, non lascia dubbi: Johnson dimostra una penna tagliente, un occhio acuto e un totale rispetto per le capacità logiche del proprio spettatore.  

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
Un giorno di pioggia a New York – La deliziosa romcom firmata Woody Allen

Un giorno di pioggia a New York – La deliziosa romcom firmata Woody Allen

Gatsby e Ashleigh (Timothée Chalamet ed Elle Fanning), sono una giovane coppia di studenti del college, parecchio innamorati e apparentemente felici nonostante le profonde diversità: lei è una ragazza ambiziosa ma piuttosto naïve e provinciale, mentre lui è il classico newyorkese frustrato e amante di un mondo intellettuale che non esiste più – come suggerisce strategicamente anche il suo nome. I due arrivano a New York perché la Ashleigh è riuscita a ottenere un’intervista con Roland Pollard (Liev Schreiber), un regista un tempo valido ma ormai in piena crisi creativa. I due decidono di approfittarne per trascorrere un weekend spettacolare insieme a New York o almeno questa era l’intenzione iniziale. Oltre al brutto tempo, la coppia incapperà in una serie di avventure che, invece di unirli, avrà il potere di tenerli ai due poli opposti della città. Mentre lei viene travolta da continui cambi di programma per la sua intervista con Pollard, Gatsby incontrerà la seducente Shannon (Selena Gomez), una vecchia conoscente che lo farà riflettere sul suo rapporto con Ashleigh.

Woody Allen torna in sala dopo due anni dal fortunato Wonder Wheel con una commedia romantica – Un giorno di pioggia a New York – dal sapore alquanto classico in ogni dettaglio e con tutti gli stilemi tipicamente alleniani, dettaglio che può aprire a diverse polemiche, più o meno valide.
Partiamo con quella più classica, “non è più l’Allen del primo ventennio”, probabilmente una delle frasi più utilizzate dal cinefilo medio negli ultimi anni. Nonostante, infatti, sia evidente che l’autore si sia dedicato, negli anni, ad un tipo diverso di commedia – pur mantenendo intatti alcuni dei suoi punti di forza – il confronto è sempre dietro l’angolo; tuttavia è piuttosto infruttuoso paragonare una romcom così da manuale con lavori tipo Prendi i soldi e scappa o Amore e Guerra, ma anche – rimanendo nell’ambito dello stesso genere – con commedie come Annie Hall o Manhattan, in cui la componente romantica era solo una delle stratificazioni utilizzate dal regista per muovere i suoi personaggi nevrotici ed ossessivi sullo sfondo della sua unica e dissacrante visione dell’essere umano. 
Ugualmente sterile è l’altra polemica riguardante il suo più recente lavoro, l’accusa di mancanza di originalità tra le sue commedie romantiche; anche in questo caso si nasconde un’evidenza troppo imponente per essene negata: i topoi narrativi sono una manciata ed è letteralmente impossibile non utilizzarne almeno uno, neanche volendo. Inoltre, come già accennato, il punto di forza dei lavori di Allen non è tanto l’originalità delle sue sceneggiature, ma la profonda stratificazione che consente di indagare brillantemente l’animo e la mente umana. Un giorno di pioggia a New York, in questo senso, non fa eccezione: i due protagonisti hanno caratteristiche complementari e la loro relazione porta ad una serie di analisi affatto scontate; l’esame a cui viene sottoposto Gatsby, stereotipo dell’intellettuale nevrotico e ancorato ad uno sfarzoso passato artistico che gli impedisce di godere serenamente delle gioie della vita, è reso possibile dalle evidenti differenze con la semplice e vitale Ashleigh. Tutti i personaggi di contorno che intervengono nel corso della narrazione arricchiscono e favoriscono ancor più questo processo di analisi, restituendo un affresco piuttosto completo, quasi un’opera omnia delle tipologie di essere umano e dei suoi problemi. 
Ed è qui che forse arriviamo all’unico vero neo del film; il ruolo dell’intellettuale frustrato, nevrotico e ipocondriaco è sempre stato riservato al regista stesso che, con la sua presenza scenica e la sua verve, l’ha reso assolutamente ineguagliabile. Essendosi, con il tempo, sottratto dall’occhio della macchina da presa, l’autore ha scelto interpreti capaci di replicare, almeno in parte, quelle caratteristiche così uniche del suo modus recitativo; il caso più fortunato è sicuramente quello di Larry David in Basta che Funzioni, un vero e proprio doppelganger di Allen in grado di emulare alla perfezione le sue caratteristiche principali.
Nel suo ultimo lavoro quest’arduo compito spetta a Timothée Chalamet, nonostante la sua età consenta di utilizzare tutti gli elementi alleniani con una declinazione decisamente più dolce, che porta il protagonista ad essere ancora salvabile e non il caso perso che l’autore ha più volte portato in scena. Benché Chalamet sia un attore più che valido – e sue ultime performance lo hanno reso chiaro più e più volte – non ha la verve adatta ad incarnare un giovane Allen, per quanto più moderato. Alcune delle battute scritte per lui si perdono in tempistiche totalmente sballate, errore mortale in una commedia, una sua commedia. Ottima invece la prova attoriale di Dakota Fanning, perfettamente a suo agio nel ruolo solo apparentemente semplice affidatole. 

Un giorno di pioggia a New York è senza dubbio un film leggero, adatto ad una visione spensierata ma che non risparmia alcune brillanti riflessioni su tutti i suoi personaggi, ricordandoci ancora una volta quanto sia preziosa la penna di Woody Allen nel cinema contemporaneo. 

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
Gli Incredibili – Un’intramontabile famiglia di supereroi

Gli Incredibili – Un’intramontabile famiglia di supereroi

Correva l’anno 2004, il cinema d’animazione stava vivendo un periodo d’oro alimentato dall’accesa gara tra Pixar e Dreamworks; ed è, non a caso, lo stesso anno in cui arriva nelle sale anche Shrek 2, il campione d’incassi che ha notevolmente alzato l’asticella della qualità nell’industria dei sogni. La Pixar ha già la risposta in tasca e presenta nelle sale Gli Incredibili, il capolavoro assoluto di Brad Bird che esordisce negli USA proprio il 5 Novembre 2004; in brevissimo tempo diventa un autentico cult, adatto ad ogni tipo di pubblico – dai più giovani ai più adulti – per un insieme di elementi scelti appositamente per funzionare con estremo equilibrio. 

Guardando, infatti, con gli occhi di uno spettatore del 2019, è facile rendersi conto che Gli Incredibili debutta in un momento in cui i supereroi non avevano ancora monopolizzato l’attenzione di Hollywood e del pubblico; si trattava, insomma, di un genere ancora poco sfruttato e che, per di più gestito all’interno di una sceneggiatura originale e non adattata da un fumetto. Ma è soprattutto il modo in cui la Pixar utilizza questo Topos a rendere intramontabile la pellicola; la famiglia Parr incarna la perfetta parodia dei supereroi e dei loro superproblemi. Se, difatti, pensiamo ai comics più in voga in quel momento, ognuno di loro presenta questa tematica – Spider-Man è forse l’esempio più calzante – ma Gli Incredibili allargano con maestria il discorso chiedendosi come sarebbe la vita di un’intera famiglia costretta a nascondere le proprie abilità, di una famiglia che nonostante le loro capacità ha problemi assolutamente normali, come l’esilarante scena in cui Elastigirl indossa il costume ed è preoccupata dai suoi fianchi troppo in evidenza. Senza contare poi il sapiente uso delle citazioni, una colonna elegantissima, l’equilibrato uso alternato dei ritmi che spaziano dalla comicità alla malinconia, messi in risalto da una magistrale gestione della teoria dei colori. Basti pensare al grigiore in cui vive Bob, costretto ad una vita da impiegato dopo un passato aureo passato a raccogliere affetto e consensi da tutta la città in contrasto con il colore simbolo della pellicola, il rosso. Si tratta infatti di una tinta che rappresenta dinamismo e vitalità, forza e sicurezza; è il colore degli slanci vitali, di chi è ottimista, deciso, combattivo. È, non a caso, utilizzato anche a scopo terapeutico, in caso di malinconia e depressione. E gli esempi non finiscono certo qui, considerato che una delle protagoniste, Violetta, ha un nome che richiama una nuance e che rappresenta tutte le caratteristiche che la animano all’inizio della pellicola, come l’intelligenza, la conoscenza e la sobrietà; anche lei, però, uscirà dal guscio, indossando anche le caratteristiche legate al colore del suo costume.

Non è un caso, insomma, che abbia vinto l’oscar per il miglior film d’animazione, considerata la particolare stratificazione di cui gode Gli Incredibili e la perfetta interazione di tutti gli elementi in gioco. Dettagli che l’hanno reso indimenticabile, che hanno contribuito a creare un posto particolare nel nostro cuore per questa piccola e perfetta perla di casa Pixar.  

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
Cameron Crowe: il delicato incontro tra cinema e musica

Cameron Crowe: il delicato incontro tra cinema e musica

Immaginate un viaggio in auto, la radio accesa su qualche super hit musicale su cui il guidatore sta cantando sopra; si possono avvicendare un enorme spettro emotivo, dalla rabbia alla gioia fino alla disperazione.
Tutti noi abbiamo visto almeno una volta una scena di questo tipo ma solo un regista ne ha fatto un marchio distintivo: Cameron Crowe.
Nella sua filmografia ci sono le commedie romantiche tra le migliori degli ultimi anni, da Non per soldi… ma per amore Jerry Maguire, ma quello che le accomuna davvero non è solo la firma di Crowe, quanto lo sconfinato amore per la musica. In queste meravigliose Rom-com infatti si contendono l’attenzione tanto i protagonisti quanto i miti musicali dagli anni ’60 fino al grunge degli anni ’90. Questo manifesto e continuo interesse per il mondo musicale, inserito nelle fibre di ogni suo lavoro, è frutto del background culturale del regista. Il suo primissimo amore fu, non a caso, la musica; cresciuto come bambino prodigio, e combinando questo interesse con il talento nella scrittura, un giovanissimo Crowe – all’epoca quindicenne – riesce a guadagnarsi un posto come giornalista alla celebre rivista musicale Rolling Stone. Nell’ambiente sarà infatti conosciuto con il nome The Kid. Dopo aver raggiunto le vette del successo e aver intervistato tutti gli idoli musicali del suo tempo (tra cui Led Zeppelin, Bob Dylan, Eric Clapton e Neil Young), Crowe volge lo sguardo all’altra grande passione, il cinema. Si tratta di un colpo di fulmine tutto sommato casuale, ma fortunatissimo. Alla tenera età di 22 anni scrive il suo primo libro, riadattato successivamente dallo stesso autore per il film Fuori di Testa; già in questa delicatissima commedia sulle difficoltà adolescenziali, la musica è centrale. Ma sono tre le opere che hanno consacrato lo strettissimo legame tra le due arti. Tre commedie romantiche – tutte scritte e dirette da Crowe – che rappresentano alla perfezione il lavoro di questo talentuoso autore: Non per soldi… ma per amore (1989), Singles – L’amore è un gioco (1992) e Quasi famosi (2000).

Non per soldi… ma per amore (Say Anything…) è il suo primo lavoro da regista, forse il più sdolcinato tra le nostre proposte, una commedia romantica da manuale che segue le vicende di due opposti: da un lato Lloyd Dobler – aspirante kickboxer e mediocre studente – e dall’altro Diane Court – brillante studentessa dal futuro già perfettamente scritto. Ma se le ambizioni di Diane le impediscono di vivere serenamente il presente, opportunità che si presenterà quando accetterà di uscire con Lloyd, di cui scoprirà un tenero lato romantico. Tra le scene più celebri del film, e non a caso collegata alla musica, ricordiamo quella in cui John Cusack (Dobler) solleva lo stereo sopra la testa davanti casa di Diane, sulle dolci note di In your eyes di Peter Gabriel. Nel film, che nel 2002 è stato premiato da Entertainment Weekly come miglior commedia romantica moderna, la maggior parte della colonna sonora è diegetica, inserita cioè direttamente nelle scene e non semplice cornice estetica per lo spettatore. 

Più corale ma con le stesse premesse anche il suo lavoro successivo, Singles – L’amore è un gioco (Singles). Ambientato non a caso nella Seattle dei primi anni ’90, il film segue le vicende di diverse coppie, alle prese con problemi sentimentali di ogni tipo. Tra i protagonisti troviamo Matt Dillon nei panni di un aspirante musicista proprio nell’anno dell’esplosione mondiale della scena di Seattle e vede, tra le comparse diversi esponenti del genere, tra cui gli Alice in Chains, i Soundgarden e i Pearl Jam. Più di Non per soldi… ma per amore, Singles punta i riflettori sulla musica sfruttando di nuovo questa centralità per concedergli un posto direttamente nelle scene della pellicola. 

Ma tra tutti i film di Crowe, ce n’è uno che spicca per la centralità che assume il suo primo amore, un lavoro che, a tutti gli effetti, è fortemente autobiografico: Quasi famosi (Almost Famous). La pellicola racconta la storia di William Miller, precoce giornalista musicale che all’età di quindici anni accetta di seguire in tour una rock band, gli Stillwater, per conto della rivista Rolling Stone. Il giovane, seguendo il suo incredibile sogno, s’innamorerà perdutamente di Penny Lane, una misteriosa fan degli Stillwater, e scoprirà le croci e le delizie dell’amore. All’interno del film, diversi personaggi (come il giornalista Lester Bangs, interpretato da Philiph Seymour Hoffman) ed eventi sono effettivamente autobiografici, mentre altri, come Penny Lane, si ispirato solamente a personalità note dell’ambiente. Quel che è certo è che Quasi Famosi è tra gli omaggi più grandi che Crowe abbia mai fatto alla musica, la quale assume una centralità completamente diversa dalle precedenti pellicole. 

In definitiva possiamo dire che il vanto più grande di questo fantastico regista è l’essere riuscito ad integrare con eleganza le sue più grandi passioni in lavori assolutamente leggeri ma non per questo meno godibili, e scrivendo delle scene che, a distanza di 30 anni dalla loro nascita, sono ancora parte del nostro bagaglio culturale. 

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
Jesus Rolls: Quintana è tornato… Ma nessuno ne sentiva il bisogno

Jesus Rolls: Quintana è tornato… Ma nessuno ne sentiva il bisogno

“No se escherza con Jesus”, soprattutto se è appena uscito di prigione. Inizia con queste premesse il nuovo lungometraggio firmato da John Turturro, in cui torna a vestire i panni di John Quintana – alias Jesus – il rivale del mitico Lebowski della pellicola dei fratelli Coen
Anche se, come ci ha raccontato il regista in conferenza stampa, il personaggio nasce circa trent’anni fa per uno spettacolo teatrale da lui scritto, i Coen ne rimasero subito colpiti e chiesero allo stesso Turturro di interpretarlo, seppur come ruolo marginale, nel loro film. Da allora però nacque il desiderio di dedicargli una pellicola dove fosse il protagonista, progetto che si è concretizzato con Jesus Rolls – Quintana è Tornato, in uscita oggi nelle sale e presentato alla mostra del cinema di Roma. L’idea era di dare profondità al personaggio, appena abbozzato e fortemente stereotipato dai fratelli Coen, e concedergli finalmente il ruolo da protagonista.

Nasce così un ibrido tra road movie e gangster movie, rifinendo il tutto con toni che arrivano a toccare le delicate corde della commedia erotica. Con un cast stellare – che va da Bobby Cannavale a Audrey Tautou e Susan Sarandon, fino ad un cameo di Christopher Walken – il progetto di Turturro promette una brillante commedia con una grande riflessione di fondo sulla libertà individuale e sul riscatto di personaggi che vivono al margine della società. Tutte ottime promesse che, tuttavia, il regista non è riuscito a mantenere fino in fondo. Jesus Rolls è un prodotto debole, di cristallo, fatto di episodi completamente scollati tra loro e intrisi di una comicità che non funziona, soprattutto nelle sue battute più volgari, al punto da rendere quasi inesistente la riflessione di cui si fa vanto. La trama vive di fattori scatenanti e plot twist troppo assurdi per essere credibili – nel loro essere eccessivamente forzati a favore dello svolgimento della stessa – e la fragilità delle sequenze più importanti non riesce in alcun modo a sottolineare i passaggi cardine, anche quelli più propriamente drammatici. Ad affossare definitivamente il lavoro intervengono gli attori sopra citati, fiacchi e macchiettistici in ogni passaggio della storia. Per quanto, insomma, il messaggio che passa in sottofondo e che riguarda la crescita individuale di ogni personaggio coinvolto arrivi agli occhi dello spettatore più attento, rischia però di sfuggire completamente al pubblico più distratto, che relegherà il film nell’insieme della commedia demenziale, passando oltre molto facilmente. 

Jesus Rolls è un film dimenticabile, incapace di concretizzare tutte le promesse di cui si fa carico e che sarà indebitamente accostato a Il Grande Lebowski come spin-off, senza riuscire a reggere il peso del confronto in alcun modo.

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
Non solo Hollywood: arte cinematografica nella terra del Sol Levante

Non solo Hollywood: arte cinematografica nella terra del Sol Levante

Il cinema orientale rappresenta da sempre la croce e la delizia dei critici cinematografici; un cinema di nicchia, ancorato a numerosi festival ma che, soprattutto in Italia, non è riuscita ad avere una diffusione capillare nel circuito della distribuzione, rimanendo per poco tempo in cartellone e in un numero piuttosto ristretto di cinema. Non che sia facile, per l’occidentale medio, apprezzare la messa in scena e la recitazione orientali, aderenti a canoni completamente diversi da quelli comuni – con il capofila incarnato dal diffusissimo cinema hollywoodiano – al punto da rendersi spesso e volentieri indecifrabili. Ed è proprio in questi giorni che tra i cinefili spuntano proprio nomi provenienti dall’oriente e che la maggior parte dei circuiti mediatici di massa sta considerando poco; a partire da Le Verità, proposto da poco al festival del cinema di Venezia, del giapponese Hirokazu Koreeda fino all’ancora più invisibile Burning di Chang-dong Lee e basato su un racconto di Haruki Murakami
Eppure di pellicole iconiche nel circuito orientale, per i cinefili in senso stretto, ce ne sono moltissime; basti pensare a Battle Royale di Kinji Fukasaku, adattamento di un romanzo tra i più celebri in materia di distopia sociale, e accolto favorevolmente dal pubblico di tutto il mondo. O l’intramontabile trilogia della vendetta di del maestro Park Chan-wook, la sublimazione della violenza a perfezione estetica che nasconde una durissima, ma altrettanto lucida, critica alla società contemporanea in una Corea del Sud povera e stretta nella morsa della brutalità fisica e morale. Vogliamo quindi proporvi 3 film di produzione orientale, provenienti da altrettanti paesi. Si tratta indubbiamente di generi diversi, per cui anche la sensibilità tra le pellicole divergerà enormemente, ma sono pari merito per composizione e impatto emotivo. 

Partiamo quindi con il più semplice da analizzare, Lanterne Rosse di Zhāng Yìmóu. Nella Cina del Nord del 1920, vessata dalla povertà, una ragazza appena diventata orfana di padre viene chiesta in sposa da un maturo discendente di un’antica dinastia; alla ragazza non resta che accettare, proprio per scampare alla miseria in cui è finita dopo la perdita del padre. L’uomo, però, ha già tre mogli, che si contendono spietatamente le attenzioni del consorte e la ragazza dovrà imparare velocemente come batterle al loro stesso gioco. Il film ci presenta la tragica storia di questa eroina, curando anche il più piccolo dettaglio e restituendoci un prezioso spaccato della Cina di quegli anni, dove il maschilismo era la pratica più comune e la schiavitù femminile la norma. 
La lentezza e la maniacale precisione con cui Yìmóu dipinge ogni inquadratura sono lo specchio della società che intende mostrarci, una soffocante realtà dal quale è impossibile sottrarsi. 
Lanterne rosse, nella sua spietata, seppur perfetta, brutalità è indubbiamente tra le pellicole migliori degli ultimi 30 anni e imperdibile per chiunque voglia provare ad approcciare il cinema cinese.

Spostandoci di poco più ad est incontriamo la Corea del Sud e un altro sublime dramma, Bittersweet Life di Kim Ji-woon. Il film racconta di Sun-woo, il killer perfetto, al servizio del boss mafioso Kang. Quando questi chiede al suo sicario di tenere d’occhio la sua giovane e attraente compagna, tuttavia, il protagonista si ritroverà trascinato in una spirale di violenza e vendetta per proteggere la ragazza. Spesso accostato – ingiustamente – all’estetica tarantiniana, Bittersweet Life è al contempo un pugno e una carezza per lo spettatore, tanto nella composizione quanto nella storia che racconta. Un delicatissimo e complicato mix di dolcezza e violenza abilmente equilibrati da Kim Ji-woon, arricchiti da una composizione pop sempre impeccabile. 

A chiudere il cerchio interviene una pellicola di nuovo incentrata sul terribile mondo della mafia, ma ambientata nel Giappone dei primissimi del 2000. Parliamo del più controverso tra le tre proposte, Ichi The Killer del maestro Takashi Miike. Come anticipato, anche in questo caso il perno attorno al quale ruota l’intero film sono i clan mafiosi, uniti tramite dei saldi accordi per non pestarsi i piedi a vicenda. Quando tuttavia sparirà uno dei tre capoclan, i suoi sottoposti, e in particolare Kakihara, non si daranno pace fin quando non avranno trovato lui o, nel caso peggiore, il suo assassino. Contemporaneamente scopriamo che in città agisce un killer spietato ed incredibilmente violento, Ichi. Le vite di tutti i personaggi in gioco si intrecceranno in un finale assolutamente pazzesco e non banale. A dispetto del tema, piuttosto cupo e drammatico, Miike utilizza dei toni – dal grottesco al comico – che contrastano enormemente; si crea così una dissonanza che, sulle prime, può sembrare surreale ma consente di dare sempre nuova vitalità alla pellicola e non erodere mai l’attenzione dello spettatore. Il sublime uso della superviolenza, mai gratuita ma sempre ben integrata nel discorso narrativo, viene accostata – nuovamente con disarmonia – a grotteschi e palesemente artificiali effetti CGI. Ad in corniciare alla perfezione questo quadro surreale, infine, interviene una regia frenetica che assale lo spettatore non concedendogli un attimo di tregua.

Il cinema orientale, insomma, è un mosaico piuttosto complesso, fatto di sfumature e messe in scena a volte difficili da decifrare per un occhio occidentale, ma che nascondono un’altissima sensibilità poetica e molto spesso una morale che troppo di frequente manca ai prodotti hollywoodiani. 

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
Once Upon a Time in… Hollywood – il saggio sul cinema di Tarantino

Once Upon a Time in… Hollywood – il saggio sul cinema di Tarantino

Mr. Tarantino ama il cinema, follemente; dal 1987, anno in cui scrisse per Tony Scott True Romancerealizzato però solo nel ’93, dopo Le Iene – il regista non ha mai smesso di riflettere profondamente sul mezzo cinematografico. Passando anche per il figlio illegittimo che Tarantino ha deciso di non riconoscere, Natural Born Killer, è evidente una costante visione metacinematografica in ogni sua pellicola. Quel che l’autore fa, infatti, non è solo mero citazionismo, ma uno studio sul cinema e su tutti i suoi aspetti produttivi.
In quest’ottica il suo non film non poteva essere da meno; eppure il regista è riuscito a fare un ulteriore passo avanti, scrivendo un vero e proprio saggio sul cinema che ha acceso la sua passione di bambino. In fin dei conti Once Upon a Time in… Hollywood è semplicemente la lettera aperta di un innamorato, un terreno di gioco dove si realizzano tutte le sue più appassionate e folli fantasie.

Ed è così che Tarantino rischia tutto per tutto attraverso la figura di Sharon Tate, Roman Polanski e Bruce Lee ad accompagnare i veri eroi della fiaba, due personaggi di pura fantasia che gli consentiranno di cambiare di nuovo le sorti di una storia tristemente nota.
Letto sotto questa luce non stupisce, quindi, che le prime notizie sul film fossero critiche sul modo in cui l’autore ha trattato i soggetti, accusati di non essere perfettamente aderenti agli originali; tuttavia è necessario capire che, una volta scelto di deviare dai fatti di cronaca, è legittima anche una certa riscrittura dei soggetti coinvolti. Questo non vuol necessariamente dire che il vero spirito della Tate non viva nell’interpretazione di Margot Robbie o che attraverso Mike Moh Tarantino abbia mancato di rispetto a Bruce Lee. Piuttosto la perfetta alchimia creatasi tra tutti gli interpreti ha reso Once Upon a Time in… Hollywood un perfetto e delicatissimo omaggio alla figura di Sharon Tate, quasi – e forse il termine è improprio – una piccola rivincita sulla storia con cui Tarantino ha scelto di renderle giustizia. Non è, infatti, solo la Robbie a stupire fortemente; sotto la guida dell’autore anche la coppia Brad Pitt / Leonardo Di Caprio funziona sotto ogni punto di vista, benché la bilancia penda al solito più verso la commedia anche tragica che non verso il vero e proprio dramma.
A sostenere l’ottimo lavoro del cast interviene una messa in scena dalla cura quasi maniacale in grado di consentire in pieno l’identificazione dello spettatore con i soggetti coinvolti e una regia meno marcatamente Tarantiniana ma dal taglio ovviamente autoriale che consente di ritrovare l’occhio del regista nei momenti decisivi.
È arduo, insomma, trovare difetti in un prodotto studiato a tavolino come Once Upon a Time in… Hollywood, che corre tuttavia il pericolo più grande di tutti. La nuova poetica che permea la pellicola e il suo dichiararsi favola fin dai primissimi frame rischia di lasciare lo spettatore più indifferente del solito di fronte ad un prodotto targato Tarantino.

Nonostante, infatti, ogni aspetto produttivo sia indiscutibilmente valido, il pubblico potrebbe aspettare, invano, la forza narrativa tipica di ogni sua precedente pellicola. Si tratta in fondo di una fiaba e, per la prima volta, Tarantino sceglie di concederci una carezza invece del solito cazzotto allo stomaco.
Difficile dire, però, se questo aspetto sarà perfettamente compreso anche dal pubblico meno abituato a riflettere sul suo cinema.

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
IT capitolo due, A.K.A. “attento a ciò che prometti”

IT capitolo due, A.K.A. “attento a ciò che prometti”

Hanno giurato, con il sangue, non hanno via di scampo. I Perdenti hanno giurato che se quella cosafosse tornata, loro si sarebbero riuniti nel tentativo di fermarla. Allo stesso modo noi abbiamo promesso di tornare al cinema per assistere alla fine della saga, nella paura generale di un ennesimo flop. 

Si riuniscono così i Perdenti, dopo ben 27 anni, per dare nuovamente la caccia a Pennywise; potremmo dire – non senza ironia – che per loro ne è passata parecchia di acqua sotto il ponte e, non fosse per qualche piccolo tratto stereotipico, sarebbe difficile rintracciare in quei volti maturi i bambini che un tempo erano stati. Uno dei primi grandi scogli che la pellicola non riesce a superare è proprio questo; indubbiamente è difficile gestire un gap temporale così grande, ma ognuno degli interpreti scelti sembra, il più delle volte, un adulto che imita macchiettisticamente il bambino designato. Inoltre le scialbe e tiepide interpretazioni di James McAvoy e compagnia non aiutano quasi affatto nell’empatizzare con i protagonisti; l’unica eccezione tra i Perdenti – escludendo quindi dal discorso il brillante Bill Skarsgård – potrebbe essere rappresentata da Bill Hader, piuttosto adatto al ruolo e mai eccessivamente sotto tono. Ma a fallire miseramente nell’impresa non sono solo gli interpreti della pellicola. I primi minuti di film, ad alto impatto goreci portano a credere di aver davanti finalmente un capitolo capace di intrattenerci almeno sul versante horror; inutile dire che anche quella promessa sarà spazzata via in men che non si dica da un fiume di jump scaresutili solo a stancare lo spettatore. Pochi i momenti di reale tensione psicologica di cui il film è capace, forse gli unici davvero soddisfacenti. A far da cornice a questo grottesco e deludente quadro intervengono una regia – firmata nuovamente da Andrés Muschietti – sì pulita ma davvero poco interessante e degli effetti speciali che sfiorano il ridicolo, almeno quanto quelli del precedente capitolo. 
Unica nota positiva di questo piccolo esperimento fallito, è forse il montaggio, sia audio che video; quella poca attrattiva che il film riesce a mettere in gioco è forse esclusivamente merito di un buon collage tanto visivo quanto sonoro. 
Inutile, poi, addentrarsi in una disamina sulle differenze con il libro; impresa già poco sensata in qualunque altra trasposizione – che ne dicano gli amanti di questo tipo di polemiche – ma completamente inutile nel caso del celeberrimo romanzo di Stephen KingGary Dauberman– lo sceneggiatore – ha scelto, come per il primo capitolo, solo una delle sfumature presenti nel libro, quella horror e risulta quindi infruttuoso approcciare un parallelo del genere, proprio perché carente di termini di paragone. 

IT, con il suo secondo capitolo, è solamente la conferma che un lavoro di autoanalisi sia necessario a chi si dedica al genere, ormai solo capace di infilare jump scaresnel film come fossero perline di una collana che, una volta completa, sarà evidentemente di pessima fattura.   

Galleggeremo tuttisì, ma non prima di essere annegati in un mare di mediocrità.

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
Cosa succede alle eroine hollywoodiane?

Cosa succede alle eroine hollywoodiane?

Hollywood, ultima frontiera. Questi dovrebbero essere i viaggi di un’industria verso l’attualizzazione delle sceneggiature, verso la scrittura di personaggi femminili che combattono pregiudizi e stereotipi di sorta. È infatti innegabile che il ruolo della donna si sia evoluto nel corso dei suoi cento (e più) anni di storia, passando da ruoli marginali e passivi a vere e proprie protagoniste dello schermo. Ma non è tutto oro quel che luccica e se siamo fortunatamente distanti dalla visione maschilista hollywoodiana – più o meno abilmente registrata dalle prime critiche femministe – è altrettanto interessante notare come al momento l’industria dei sogni stia vivendo un momento di stanca nella realizzazione delle proprie eroine. 

Ma qual è il tratto più peculiare di questa trasformazione?

Se negli anni ’70 Laura Mulvey a ragione aveva rintracciato in alcuni film, se non addirittura in generi e registi, un certo modo di vedere la donna – e di muoverla di conseguenza – di lì a poco, senza troppo clamore, la donna avrebbe completamente ribaltato il modo di essere percepita. Uno degli esempi più significativi di quello stesso decennio resta l’iconica Ellen Ripley, l’eroina dell’intramontabile Alien firmato da Ridley Scott. La saga, in realtà è il risultato di un processo di scrittura molto particolare; nella prima versione della sceneggiatura non erano stati specificati i sessi di nessuno dei membri dell’equipaggio; inoltre gli autori volevano distaccarsi da una pratica molto comune in quegli anni – soprattutto negli slasher movie di quegli anni –  l’inserimento dello stereotipo della final girl. Nonostante queste premesse, però, lo sceneggiatore Dan O’Bannon si rese conto che una Ripley donna avrebbe equilibrato l’equipaggio fin lì selezionato durante i casting. In quel momento nasceva, a sorpresa e senza troppe riflessioni di genere, un punto di riferimento per la scrittura femminista. 
Ed è proprio questo il dettaglio più assurdo di tutti; O’Bannon, così come lo sceneggiatore Ted Tally per il silenzio degli innocenti – anche se forse il vero punto di riferimento sarebbe Thomas Harris – non avevano in programma di scrivere un’eroina femminista e non avevano di certo intenzione di scrivere un prodotto che rispondesse ad assurde quote rosa o a nuovi modelli imposti dalla società. Ad oggi, invece, è evidente che dover rispettare tutti questi vincoli e, insieme, cercare di evitare a tutti i costi le polemiche più disparate ed assurde che di giorno in giorno si scatenano, ha reso la scrittura dei personaggi femminili a dir poco forzati. Nel tentativo di renderle emancipate, forti ed indipendenti, alcune di loro hanno perso umanità, diventando degli assurdi automi, altre si sono semplicemente costituite come pedanti ed arroganti stereotipi che nulla hanno a che vedere con il reale essere donna. Nello sforzo, quindi, di renderle superiori agli uomini – in un momento in cui invece andrebbe ribadita la parità intellettuale – le hanno svuotate di qualunque declinazione positiva, perfino della possibilità di empatizzare con loro.
Tra gli esempi peggiori degli ultimi anni spiccano, senza alcun dubbio, la tenente di Altered Carbon, Kristin Ortega. L’ennesima eroina forte, indipendente, che non fa altro che dare il tormento al protagonista maschile della fortunata serie al punto da rendersi non brillante, non indispensabile, ma inutilmente saccente e petulante, se non assolutamente noiosa per gran parte della storia. Ma non è certo l’unico esempio a favore di questa tesi; tra le eroine con cui non si può assolutamente empatizzare spiccano anche la controversa Rey della nuova saga di Star Wars, la Mary Sue del nuovo decennio per eccellenza. 

È pur sempre vero che Hollywood – così come il mondo della serialità – cercherà sempre di schivare le accuse di maschilismo, omofobia e razzismo, ma è anche impossibile non notare che nel tentativo di allontanare ognuna di queste accuse sono stati fatti degli sforzi che hanno indebolito la scrittura e favorito l’introduzione di nuovi stereotipi di cui nessuno aveva davvero bisogno. 
Quello che l’industria del cinema, ma anche tutti i sollevatori di polemiche dell’ultima ora, dovrebbero capire è che questo non fa che ingigantire la percezione della differenza tra sesso, razza e orientamento sessuale. Mettere una donna sul piedistallo rendendola follemente ed assurdamente forte non fa che renderla ancor più aliena nei confronti dell’uomo e, soprattutto, dello spettatore – a prescindere che si tratti di un uomo o di una donna. Ma, soprattutto, è folle immaginare, e proporre su schermo, un mondo in cui una donna non ha bisogno di un uomo; e non perché la donna sia il sesso debole, ma perché tutti abbiamo bisogno del nostro complementare al nostro fianco. E se vogliamo insistere sul fatto che un uomo ha bisogno di una donna accanto – come è giusto che sia – dobbiamo essere pronte ad accettare l’idea che sia vero anche il contrario. 

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv