Claudia Anania

Jesus Rolls: Quintana è tornato… Ma nessuno ne sentiva il bisogno

Jesus Rolls: Quintana è tornato… Ma nessuno ne sentiva il bisogno

“No se escherza con Jesus”, soprattutto se è appena uscito di prigione. Inizia con queste premesse il nuovo lungometraggio firmato da John Turturro, in cui torna a vestire i panni di John Quintana – alias Jesus – il rivale del mitico Lebowski della pellicola dei fratelli Coen
Anche se, come ci ha raccontato il regista in conferenza stampa, il personaggio nasce circa trent’anni fa per uno spettacolo teatrale da lui scritto, i Coen ne rimasero subito colpiti e chiesero allo stesso Turturro di interpretarlo, seppur come ruolo marginale, nel loro film. Da allora però nacque il desiderio di dedicargli una pellicola dove fosse il protagonista, progetto che si è concretizzato con Jesus Rolls – Quintana è Tornato, in uscita oggi nelle sale e presentato alla mostra del cinema di Roma. L’idea era di dare profondità al personaggio, appena abbozzato e fortemente stereotipato dai fratelli Coen, e concedergli finalmente il ruolo da protagonista.

Nasce così un ibrido tra road movie e gangster movie, rifinendo il tutto con toni che arrivano a toccare le delicate corde della commedia erotica. Con un cast stellare – che va da Bobby Cannavale a Audrey Tautou e Susan Sarandon, fino ad un cameo di Christopher Walken – il progetto di Turturro promette una brillante commedia con una grande riflessione di fondo sulla libertà individuale e sul riscatto di personaggi che vivono al margine della società. Tutte ottime promesse che, tuttavia, il regista non è riuscito a mantenere fino in fondo. Jesus Rolls è un prodotto debole, di cristallo, fatto di episodi completamente scollati tra loro e intrisi di una comicità che non funziona, soprattutto nelle sue battute più volgari, al punto da rendere quasi inesistente la riflessione di cui si fa vanto. La trama vive di fattori scatenanti e plot twist troppo assurdi per essere credibili – nel loro essere eccessivamente forzati a favore dello svolgimento della stessa – e la fragilità delle sequenze più importanti non riesce in alcun modo a sottolineare i passaggi cardine, anche quelli più propriamente drammatici. Ad affossare definitivamente il lavoro intervengono gli attori sopra citati, fiacchi e macchiettistici in ogni passaggio della storia. Per quanto, insomma, il messaggio che passa in sottofondo e che riguarda la crescita individuale di ogni personaggio coinvolto arrivi agli occhi dello spettatore più attento, rischia però di sfuggire completamente al pubblico più distratto, che relegherà il film nell’insieme della commedia demenziale, passando oltre molto facilmente. 

Jesus Rolls è un film dimenticabile, incapace di concretizzare tutte le promesse di cui si fa carico e che sarà indebitamente accostato a Il Grande Lebowski come spin-off, senza riuscire a reggere il peso del confronto in alcun modo.

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
Non solo Hollywood: arte cinematografica nella terra del Sol Levante

Non solo Hollywood: arte cinematografica nella terra del Sol Levante

Il cinema orientale rappresenta da sempre la croce e la delizia dei critici cinematografici; un cinema di nicchia, ancorato a numerosi festival ma che, soprattutto in Italia, non è riuscita ad avere una diffusione capillare nel circuito della distribuzione, rimanendo per poco tempo in cartellone e in un numero piuttosto ristretto di cinema. Non che sia facile, per l’occidentale medio, apprezzare la messa in scena e la recitazione orientali, aderenti a canoni completamente diversi da quelli comuni – con il capofila incarnato dal diffusissimo cinema hollywoodiano – al punto da rendersi spesso e volentieri indecifrabili. Ed è proprio in questi giorni che tra i cinefili spuntano proprio nomi provenienti dall’oriente e che la maggior parte dei circuiti mediatici di massa sta considerando poco; a partire da Le Verità, proposto da poco al festival del cinema di Venezia, del giapponese Hirokazu Koreeda fino all’ancora più invisibile Burning di Chang-dong Lee e basato su un racconto di Haruki Murakami
Eppure di pellicole iconiche nel circuito orientale, per i cinefili in senso stretto, ce ne sono moltissime; basti pensare a Battle Royale di Kinji Fukasaku, adattamento di un romanzo tra i più celebri in materia di distopia sociale, e accolto favorevolmente dal pubblico di tutto il mondo. O l’intramontabile trilogia della vendetta di del maestro Park Chan-wook, la sublimazione della violenza a perfezione estetica che nasconde una durissima, ma altrettanto lucida, critica alla società contemporanea in una Corea del Sud povera e stretta nella morsa della brutalità fisica e morale. Vogliamo quindi proporvi 3 film di produzione orientale, provenienti da altrettanti paesi. Si tratta indubbiamente di generi diversi, per cui anche la sensibilità tra le pellicole divergerà enormemente, ma sono pari merito per composizione e impatto emotivo. 

Partiamo quindi con il più semplice da analizzare, Lanterne Rosse di Zhāng Yìmóu. Nella Cina del Nord del 1920, vessata dalla povertà, una ragazza appena diventata orfana di padre viene chiesta in sposa da un maturo discendente di un’antica dinastia; alla ragazza non resta che accettare, proprio per scampare alla miseria in cui è finita dopo la perdita del padre. L’uomo, però, ha già tre mogli, che si contendono spietatamente le attenzioni del consorte e la ragazza dovrà imparare velocemente come batterle al loro stesso gioco. Il film ci presenta la tragica storia di questa eroina, curando anche il più piccolo dettaglio e restituendoci un prezioso spaccato della Cina di quegli anni, dove il maschilismo era la pratica più comune e la schiavitù femminile la norma. 
La lentezza e la maniacale precisione con cui Yìmóu dipinge ogni inquadratura sono lo specchio della società che intende mostrarci, una soffocante realtà dal quale è impossibile sottrarsi. 
Lanterne rosse, nella sua spietata, seppur perfetta, brutalità è indubbiamente tra le pellicole migliori degli ultimi 30 anni e imperdibile per chiunque voglia provare ad approcciare il cinema cinese.

Spostandoci di poco più ad est incontriamo la Corea del Sud e un altro sublime dramma, Bittersweet Life di Kim Ji-woon. Il film racconta di Sun-woo, il killer perfetto, al servizio del boss mafioso Kang. Quando questi chiede al suo sicario di tenere d’occhio la sua giovane e attraente compagna, tuttavia, il protagonista si ritroverà trascinato in una spirale di violenza e vendetta per proteggere la ragazza. Spesso accostato – ingiustamente – all’estetica tarantiniana, Bittersweet Life è al contempo un pugno e una carezza per lo spettatore, tanto nella composizione quanto nella storia che racconta. Un delicatissimo e complicato mix di dolcezza e violenza abilmente equilibrati da Kim Ji-woon, arricchiti da una composizione pop sempre impeccabile. 

A chiudere il cerchio interviene una pellicola di nuovo incentrata sul terribile mondo della mafia, ma ambientata nel Giappone dei primissimi del 2000. Parliamo del più controverso tra le tre proposte, Ichi The Killer del maestro Takashi Miike. Come anticipato, anche in questo caso il perno attorno al quale ruota l’intero film sono i clan mafiosi, uniti tramite dei saldi accordi per non pestarsi i piedi a vicenda. Quando tuttavia sparirà uno dei tre capoclan, i suoi sottoposti, e in particolare Kakihara, non si daranno pace fin quando non avranno trovato lui o, nel caso peggiore, il suo assassino. Contemporaneamente scopriamo che in città agisce un killer spietato ed incredibilmente violento, Ichi. Le vite di tutti i personaggi in gioco si intrecceranno in un finale assolutamente pazzesco e non banale. A dispetto del tema, piuttosto cupo e drammatico, Miike utilizza dei toni – dal grottesco al comico – che contrastano enormemente; si crea così una dissonanza che, sulle prime, può sembrare surreale ma consente di dare sempre nuova vitalità alla pellicola e non erodere mai l’attenzione dello spettatore. Il sublime uso della superviolenza, mai gratuita ma sempre ben integrata nel discorso narrativo, viene accostata – nuovamente con disarmonia – a grotteschi e palesemente artificiali effetti CGI. Ad in corniciare alla perfezione questo quadro surreale, infine, interviene una regia frenetica che assale lo spettatore non concedendogli un attimo di tregua.

Il cinema orientale, insomma, è un mosaico piuttosto complesso, fatto di sfumature e messe in scena a volte difficili da decifrare per un occhio occidentale, ma che nascondono un’altissima sensibilità poetica e molto spesso una morale che troppo di frequente manca ai prodotti hollywoodiani. 

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
Once Upon a Time in… Hollywood – il saggio sul cinema di Tarantino

Once Upon a Time in… Hollywood – il saggio sul cinema di Tarantino

Mr. Tarantino ama il cinema, follemente; dal 1987, anno in cui scrisse per Tony Scott True Romancerealizzato però solo nel ’93, dopo Le Iene – il regista non ha mai smesso di riflettere profondamente sul mezzo cinematografico. Passando anche per il figlio illegittimo che Tarantino ha deciso di non riconoscere, Natural Born Killer, è evidente una costante visione metacinematografica in ogni sua pellicola. Quel che l’autore fa, infatti, non è solo mero citazionismo, ma uno studio sul cinema e su tutti i suoi aspetti produttivi.
In quest’ottica il suo non film non poteva essere da meno; eppure il regista è riuscito a fare un ulteriore passo avanti, scrivendo un vero e proprio saggio sul cinema che ha acceso la sua passione di bambino. In fin dei conti Once Upon a Time in… Hollywood è semplicemente la lettera aperta di un innamorato, un terreno di gioco dove si realizzano tutte le sue più appassionate e folli fantasie.

Ed è così che Tarantino rischia tutto per tutto attraverso la figura di Sharon Tate, Roman Polanski e Bruce Lee ad accompagnare i veri eroi della fiaba, due personaggi di pura fantasia che gli consentiranno di cambiare di nuovo le sorti di una storia tristemente nota.
Letto sotto questa luce non stupisce, quindi, che le prime notizie sul film fossero critiche sul modo in cui l’autore ha trattato i soggetti, accusati di non essere perfettamente aderenti agli originali; tuttavia è necessario capire che, una volta scelto di deviare dai fatti di cronaca, è legittima anche una certa riscrittura dei soggetti coinvolti. Questo non vuol necessariamente dire che il vero spirito della Tate non viva nell’interpretazione di Margot Robbie o che attraverso Mike Moh Tarantino abbia mancato di rispetto a Bruce Lee. Piuttosto la perfetta alchimia creatasi tra tutti gli interpreti ha reso Once Upon a Time in… Hollywood un perfetto e delicatissimo omaggio alla figura di Sharon Tate, quasi – e forse il termine è improprio – una piccola rivincita sulla storia con cui Tarantino ha scelto di renderle giustizia. Non è, infatti, solo la Robbie a stupire fortemente; sotto la guida dell’autore anche la coppia Brad Pitt / Leonardo Di Caprio funziona sotto ogni punto di vista, benché la bilancia penda al solito più verso la commedia anche tragica che non verso il vero e proprio dramma.
A sostenere l’ottimo lavoro del cast interviene una messa in scena dalla cura quasi maniacale in grado di consentire in pieno l’identificazione dello spettatore con i soggetti coinvolti e una regia meno marcatamente Tarantiniana ma dal taglio ovviamente autoriale che consente di ritrovare l’occhio del regista nei momenti decisivi.
È arduo, insomma, trovare difetti in un prodotto studiato a tavolino come Once Upon a Time in… Hollywood, che corre tuttavia il pericolo più grande di tutti. La nuova poetica che permea la pellicola e il suo dichiararsi favola fin dai primissimi frame rischia di lasciare lo spettatore più indifferente del solito di fronte ad un prodotto targato Tarantino.

Nonostante, infatti, ogni aspetto produttivo sia indiscutibilmente valido, il pubblico potrebbe aspettare, invano, la forza narrativa tipica di ogni sua precedente pellicola. Si tratta in fondo di una fiaba e, per la prima volta, Tarantino sceglie di concederci una carezza invece del solito cazzotto allo stomaco.
Difficile dire, però, se questo aspetto sarà perfettamente compreso anche dal pubblico meno abituato a riflettere sul suo cinema.

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
IT capitolo due, A.K.A. “attento a ciò che prometti”

IT capitolo due, A.K.A. “attento a ciò che prometti”

Hanno giurato, con il sangue, non hanno via di scampo. I Perdenti hanno giurato che se quella cosafosse tornata, loro si sarebbero riuniti nel tentativo di fermarla. Allo stesso modo noi abbiamo promesso di tornare al cinema per assistere alla fine della saga, nella paura generale di un ennesimo flop. 

Si riuniscono così i Perdenti, dopo ben 27 anni, per dare nuovamente la caccia a Pennywise; potremmo dire – non senza ironia – che per loro ne è passata parecchia di acqua sotto il ponte e, non fosse per qualche piccolo tratto stereotipico, sarebbe difficile rintracciare in quei volti maturi i bambini che un tempo erano stati. Uno dei primi grandi scogli che la pellicola non riesce a superare è proprio questo; indubbiamente è difficile gestire un gap temporale così grande, ma ognuno degli interpreti scelti sembra, il più delle volte, un adulto che imita macchiettisticamente il bambino designato. Inoltre le scialbe e tiepide interpretazioni di James McAvoy e compagnia non aiutano quasi affatto nell’empatizzare con i protagonisti; l’unica eccezione tra i Perdenti – escludendo quindi dal discorso il brillante Bill Skarsgård – potrebbe essere rappresentata da Bill Hader, piuttosto adatto al ruolo e mai eccessivamente sotto tono. Ma a fallire miseramente nell’impresa non sono solo gli interpreti della pellicola. I primi minuti di film, ad alto impatto goreci portano a credere di aver davanti finalmente un capitolo capace di intrattenerci almeno sul versante horror; inutile dire che anche quella promessa sarà spazzata via in men che non si dica da un fiume di jump scaresutili solo a stancare lo spettatore. Pochi i momenti di reale tensione psicologica di cui il film è capace, forse gli unici davvero soddisfacenti. A far da cornice a questo grottesco e deludente quadro intervengono una regia – firmata nuovamente da Andrés Muschietti – sì pulita ma davvero poco interessante e degli effetti speciali che sfiorano il ridicolo, almeno quanto quelli del precedente capitolo. 
Unica nota positiva di questo piccolo esperimento fallito, è forse il montaggio, sia audio che video; quella poca attrattiva che il film riesce a mettere in gioco è forse esclusivamente merito di un buon collage tanto visivo quanto sonoro. 
Inutile, poi, addentrarsi in una disamina sulle differenze con il libro; impresa già poco sensata in qualunque altra trasposizione – che ne dicano gli amanti di questo tipo di polemiche – ma completamente inutile nel caso del celeberrimo romanzo di Stephen KingGary Dauberman– lo sceneggiatore – ha scelto, come per il primo capitolo, solo una delle sfumature presenti nel libro, quella horror e risulta quindi infruttuoso approcciare un parallelo del genere, proprio perché carente di termini di paragone. 

IT, con il suo secondo capitolo, è solamente la conferma che un lavoro di autoanalisi sia necessario a chi si dedica al genere, ormai solo capace di infilare jump scaresnel film come fossero perline di una collana che, una volta completa, sarà evidentemente di pessima fattura.   

Galleggeremo tuttisì, ma non prima di essere annegati in un mare di mediocrità.

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
Cosa succede alle eroine hollywoodiane?

Cosa succede alle eroine hollywoodiane?

Hollywood, ultima frontiera. Questi dovrebbero essere i viaggi di un’industria verso l’attualizzazione delle sceneggiature, verso la scrittura di personaggi femminili che combattono pregiudizi e stereotipi di sorta. È infatti innegabile che il ruolo della donna si sia evoluto nel corso dei suoi cento (e più) anni di storia, passando da ruoli marginali e passivi a vere e proprie protagoniste dello schermo. Ma non è tutto oro quel che luccica e se siamo fortunatamente distanti dalla visione maschilista hollywoodiana – più o meno abilmente registrata dalle prime critiche femministe – è altrettanto interessante notare come al momento l’industria dei sogni stia vivendo un momento di stanca nella realizzazione delle proprie eroine. 

Ma qual è il tratto più peculiare di questa trasformazione?

Se negli anni ’70 Laura Mulvey a ragione aveva rintracciato in alcuni film, se non addirittura in generi e registi, un certo modo di vedere la donna – e di muoverla di conseguenza – di lì a poco, senza troppo clamore, la donna avrebbe completamente ribaltato il modo di essere percepita. Uno degli esempi più significativi di quello stesso decennio resta l’iconica Ellen Ripley, l’eroina dell’intramontabile Alien firmato da Ridley Scott. La saga, in realtà è il risultato di un processo di scrittura molto particolare; nella prima versione della sceneggiatura non erano stati specificati i sessi di nessuno dei membri dell’equipaggio; inoltre gli autori volevano distaccarsi da una pratica molto comune in quegli anni – soprattutto negli slasher movie di quegli anni –  l’inserimento dello stereotipo della final girl. Nonostante queste premesse, però, lo sceneggiatore Dan O’Bannon si rese conto che una Ripley donna avrebbe equilibrato l’equipaggio fin lì selezionato durante i casting. In quel momento nasceva, a sorpresa e senza troppe riflessioni di genere, un punto di riferimento per la scrittura femminista. 
Ed è proprio questo il dettaglio più assurdo di tutti; O’Bannon, così come lo sceneggiatore Ted Tally per il silenzio degli innocenti – anche se forse il vero punto di riferimento sarebbe Thomas Harris – non avevano in programma di scrivere un’eroina femminista e non avevano di certo intenzione di scrivere un prodotto che rispondesse ad assurde quote rosa o a nuovi modelli imposti dalla società. Ad oggi, invece, è evidente che dover rispettare tutti questi vincoli e, insieme, cercare di evitare a tutti i costi le polemiche più disparate ed assurde che di giorno in giorno si scatenano, ha reso la scrittura dei personaggi femminili a dir poco forzati. Nel tentativo di renderle emancipate, forti ed indipendenti, alcune di loro hanno perso umanità, diventando degli assurdi automi, altre si sono semplicemente costituite come pedanti ed arroganti stereotipi che nulla hanno a che vedere con il reale essere donna. Nello sforzo, quindi, di renderle superiori agli uomini – in un momento in cui invece andrebbe ribadita la parità intellettuale – le hanno svuotate di qualunque declinazione positiva, perfino della possibilità di empatizzare con loro.
Tra gli esempi peggiori degli ultimi anni spiccano, senza alcun dubbio, la tenente di Altered Carbon, Kristin Ortega. L’ennesima eroina forte, indipendente, che non fa altro che dare il tormento al protagonista maschile della fortunata serie al punto da rendersi non brillante, non indispensabile, ma inutilmente saccente e petulante, se non assolutamente noiosa per gran parte della storia. Ma non è certo l’unico esempio a favore di questa tesi; tra le eroine con cui non si può assolutamente empatizzare spiccano anche la controversa Rey della nuova saga di Star Wars, la Mary Sue del nuovo decennio per eccellenza. 

È pur sempre vero che Hollywood – così come il mondo della serialità – cercherà sempre di schivare le accuse di maschilismo, omofobia e razzismo, ma è anche impossibile non notare che nel tentativo di allontanare ognuna di queste accuse sono stati fatti degli sforzi che hanno indebolito la scrittura e favorito l’introduzione di nuovi stereotipi di cui nessuno aveva davvero bisogno. 
Quello che l’industria del cinema, ma anche tutti i sollevatori di polemiche dell’ultima ora, dovrebbero capire è che questo non fa che ingigantire la percezione della differenza tra sesso, razza e orientamento sessuale. Mettere una donna sul piedistallo rendendola follemente ed assurdamente forte non fa che renderla ancor più aliena nei confronti dell’uomo e, soprattutto, dello spettatore – a prescindere che si tratti di un uomo o di una donna. Ma, soprattutto, è folle immaginare, e proporre su schermo, un mondo in cui una donna non ha bisogno di un uomo; e non perché la donna sia il sesso debole, ma perché tutti abbiamo bisogno del nostro complementare al nostro fianco. E se vogliamo insistere sul fatto che un uomo ha bisogno di una donna accanto – come è giusto che sia – dobbiamo essere pronte ad accettare l’idea che sia vero anche il contrario. 

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
Il Re Leone: la nuova sfida tecnica di Casa Disney

Il Re Leone: la nuova sfida tecnica di Casa Disney

Quando si legge una recensione ci si aspetta che l’articolista sia il più imparziale possibile; questo, nel tempo, ha anche significato l’abolizione della prima persona singolare nella stesura dell’articolo stesso. Ci sono casi, però, in cui non è possibile semplicemente perché quello di cui si deve parlare rappresenta un pezzo di storia personale, qualcosa che l’autore – e come del resto chi legge – ha particolarmente a cuore. Non è neanche difficile rendersi conto che, in un momento come questo, non è raro trovare remake e sequel delle storie che hanno fatto la nostra infanzia; ma siamo anche tutti d’accordo su un unico punto, Il Re Leone è il film che più di tutti ha lasciato un segno indelebile nella nostra vita. E non è, quindi, un caso che siano tremati tantissimi polsi alla notizia che la Disney, affidando il progetto a Jon Favreau, avesse in cantiere un remake del celebre lungometraggio animato. Soprattutto dopo le più recenti e controverse fatiche della famosa casa di produzione – tra le ultime proprio Aladdin – il timore di veder stravolgere il loro film più amato era davvero tanto. Spinti forse da queste motivazioni o dal rispetto per l’opera originale, alla fabbrica dei sogni si è optato per un’operazione diversa dal solito, realizzare una copia carbone in CGI del lungometraggio del 1994. Credo che sia inutile discutere sull’utilità dell’operazione, com’è stato fatto fino ad oggi; indubbiamente il film non era necessario, in quanto non aggiunge o toglie nulla all’opera originale. E non s’intende neanche discutere di cosa voglia significare questa manovra sotto nessun punto di vista – tra chi parla di diritti per le storie raccontate 30 anni fa o l’impatto economico che dato progetto avrà per la casa di produzione. 

Per una volta concentriamoci sull’indiscutibile bravura tecnica che ha accompagnato l’intera operazione. Jon Favreau dirige infatti una pellicola che ha dell’incredibile. Realizzato attraverso la tecnica del fotorealismo, Il Re Leone gode di un impatto realistico davvero fuori dal comune; è evidente in ogni fotogramma il profondo studio che ha accompagnato ogni fase di realizzazione del progetto. Le movenze dei protagonisti e la gestione della fisica che agisce intorno a loro denota un’accuratezza davvero invidiabile. Un saggio di bravura che porta l’applicazione della CGI a livelli inediti e che alza di un bel po’ l’asticella della sfida per ogni casa di produzione che si occupa di animazione o simili. Le critiche che si possono quindi imputare a questo remake è il tentativo di rendere eccessivamente realistici i protagonisti coinvolti a discapito della perdita di espressività in alcune scene; avendo dotato i protagonisti della voce è anche piuttosto controverso parlare di realismo e forse si sarebbe potuto fare un ultimo scatto verso l’ossimorica compresenza di naturalismo e fantasia nella pellicola. 
Ed è proprio nel doppiaggio che Il Re Leone porta a casa un altro importante traguardo, utilizzando alcune tra le più interessanti voci del panorama attuale: da Donald Glover a Beyoncé, fino a Seth Rogen e Chiwetel Ejiofor. Come nel suo più diretto predecessore, il libro della giungla – realizzato con la stessa tecnica – si è cercato di dare uguale importanza ad ogni tassello della costruzione di questo difficilissimo mosaico, portando quindi al doppiaggio voci importanti che non solo portano pubblico in sala, ma anche qualità al progetto. In tal senso – e dopo un attento ascolto della OST in lingua originale già disponibile su internet – il consiglio è di dare un’opportunità al film in lingua originale. 

Il re Leone, in questa nuova veste firmata da Favreau, è insomma un esercizio di stile che stabilisce un precedente e un nuovo traguardo nell’innovazione tecnica. Al di là di ogni possibile polemica e critica sull’estenuante produzione di remake a cui stiamo assistendo, questo lungometraggio ha quantomeno il pregio di essere rispettoso nei confronti della sua fonte e di rendersi interessante sotto il profilo produttivo.   

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv
“Spider Man – Far From Home”: il passaggio di testimone tra due fasi del MCU

“Spider Man – Far From Home”: il passaggio di testimone tra due fasi del MCU

Avengers: Endgame ha inevitabilmente cambiato le sorti dell’intero futuro del Marvel Cinematic Universe, gettando nuove luci e ombre su una storia arrivata al culmine. Il fardello che Spider-Man: Far From Home deve portare sulle sue spalle è dunque ben più pesante di quanto si potesse immaginare. Raccogliere l’eredità del più importante film sui supereroi e farla propria, raccontando un’ultima grande storia prima dell’arrivo dell’alba di una nuova era. A Peter Parker spetta l’arduo compito di prendere il posto di Tony Stark, in un’avventura ricca di adrenalina e colpi di scena dove a far da padroni saranno i sentimenti e i ricordi di un passato recente ma mai sbiadito.

Sullo sfondo di una spensierata vacanza in Europa, il regista  Jon Watts e lo sceneggiatore Chris McKenna costruiscono una storia che ha come obiettivo principale, mostrarci proprio la verità che nessuno sembra voler accettare sul nostro amichevole Spider Man di quartiere; giocando infatti sulla cotta per MJ, la spensieratezza dei suoi compagni di classe e il continuo confronto con Tony, Far From Home rende ancor più evidente che Peter è solo un ragazzo, al quale tutti, a partire da Nick Fury, hanno dato troppe responsabilità. Un interessante parallelo, questo, con il ruolo che occupa la pellicola nel MCU; il nuovo lungometraggio Marvel soffre, come anticipato, per le eccessive responsabilità a cui la sua posizione stessa lo costringe. Nonostante, difatti, questo capitolo rappresenti la conclusione della terza fase del MCU, McKenna impreziosisce la storia seminandovi dei dettagli fondamentali per la fase successiva. Purtroppo, però, questo non basta a far di Spider Man: Far From Home una pellicola quantomeno capace di far parlare di sé. La pecca principale che le si può attribuire è la sua inabilità di catturare l’attenzione proprio nella prima – e decisiva in tal senso – ora di visione. Non solo la sceneggiatura gioca su uno svolgimento forzatamente ambiguo che non può in alcun modo stupire lo spettatore, ma viene anche infarcita di una serie di gag comiche che, alla lunga, risultano più che altro sfiancanti. Benché Spider Man sia, tra tutti i suoi colleghi, quello che in effetti più si presta ad un ritmo scanzonato, a volte si ha la sensazione che date dinamiche siano state calcate oltre ogni possibile punto di sopportazione.  


Quando, tuttavia, il gioco si fa duro e Peter indossa la maschera con una nuova consapevolezza, anche il film cambia registro drasticamente, rendendosi di gran lunga più accattivane nella sua seconda parte. Non mancherà del tutto la linea comica, ormai vero marchio di fabbrica di ogni prodotto Marvel, ma le vere potenzialità del film sbocciano facendo risaltare al massimo delle loro potenzialità tanto la vena drammatica, abilmente architettata, quanto gli interpreti. 
Senza nulla togliere al buon Tom Holland, sempre perfetto nel suo ruolo di impacciato Peter Parker, la performance di Jake Gyllenhaal è tra le migliori che il MCU abbia mai visto; merito sicuramente anche delle sfaccettature inedite che McKenna ha regalato al personaggio di Mysterio, nonostante un movente ed un background non particolarmente profondi.

Spider-Man: Far From Home chiude dunque l’adrenalinica e amatissima Fase 3 dell’universo cinematografico Marvel, pronto ad espandersi ulteriormente con nuove storie e personaggi sicuramente memorabili. Il quarto arco narrativo promette rivoluzioni drastiche e nuove introduzioni destinate a gettare solide basi per una nuova infinita epopea supereroistica. E a giudicare dal finale di quest’ultima avventura dell’Uomo Ragno, ci sarà davvero da allacciare la cinture.

Posted by Claudia Anania in Cinema e Serie Tv