Chiara Frisone

Classe 1996. Laureata in Lettere In Cattolica, ora studio Filologia Moderna all'Università di Siena. Ricetta esistenziale: vivo la mia vita tra libri di filosofia, psicologia e letteratura, il tutto accompagnato da una buona dose di film.
Classe 1996. Laureata in Lettere In Cattolica, ora studio Filologia Moderna all'Università di Siena. Ricetta esistenziale: vivo la mia vita tra libri di filosofia, psicologia e letteratura, il tutto accompagnato da una buona dose di film.
La violenza dei giovani e l’omertà degli adulti

La violenza dei giovani e l’omertà degli adulti

Questa è la storia di Antonio Cosimo Stano, un pensionato di sessantasei anni di Manduria bullizzato e massacrato fino alla morte da un gruppo di ragazzini di 16 anni. Basterebbe questa premessa per riflettere sul significato della vita di un uomo. Manduria, il luogo in cui si è consumata la tragica vicenda, è un piccolo paese del Salento, in provincia di Taranto, 33.486 abitanti, qualche chiesa romanica e un centro che si dirada in piccole stradine strette e contorte in cui è molto facile perdersi se non si conosce bene il luogo. In questa cittadina bruciata dal sole si è consumato un omicidio tremendo, quello del “pazzo del villaggio del fanciullo”: è così che gli abitanti di Manduria chiamano Antonio, un pensionato che ha lavorato per anni all’arsenale di Taranto che viveva fino a pochi giorni fa con la sua pensione di invalidità. La sua casa si trova esattamente davanti all’oratorio che si chiama proprio “villaggio del fanciullo”, è da lì che nasce il nomignolo cattivo per Antonio. Quando la comunità parla di lui lo fa con cattiveria, lo giudicano con qualche commento malizioso, si scambiano qualche gomitata, lui se ne accorge, ma fa finta di nulla.

Cosimo il suo nome lo porta con grande fierezza, sul campanello di casa sua una scritta in pennarello si affaccia su Via S. Gregorio Magno. Lo conoscono tutti in paese, anche una banda di ragazzini che lo tormenta da anni, sono tutti figli di buone famiglie, frequentano buone scuole, giocano a calcio, ma tra le tante passioni giovanili una sembra stonare: amano le scorribande a casa di Antonio.

Antonio non ha armi per difendersi, non ha neanche le capacità, si lascia andare ai colpi che otto di questi quattordici ragazzini gli assestano. Tirano calci, pugni, lo colpiscono allo stomaco, alla schiena e perfino in viso e quando la violenza non è sufficiente usano dei bastoni. Vanno a visitarlo con grande regolarità e filmano con i loro telefonini le immagini atroci di una lotta efferata contro un uomo indifeso. Nei video si vedono loro che lo riempiono di insulti, è il loro pupazzo, la loro valvola di sfogo contro la disperata noia di vivere. Antonio resiste, non li denuncia mai, nemmeno il giorno in cui oltre agli insulti, gli schiaffi e le bastonate gli rubano la pensione di invalidità. Il pazzo del villaggio del fanciullo è stanco. È annebbiato da pensieri di morte, non riesce più a resistere ai colpi assestati dai ragazzini di buona famiglia. Con la porta di casa imbrattata e i vetri devastati da una violenza giovanile, Antonio si abbandona sulla sedia cercando pace. I carabinieri lo ritroveranno il 5 aprile 2019, con lo sguardo perso nel vuoto, con il corpo ridotto ad uno scheletro e il respiro affannoso. Antonio non esce di casa da giorni, ha smesso di vivere per il timore che possa accadergli qualcosa di brutto, e così si abbandona. Ci vorranno diversi interventi chirurgici per tentare di salvargli la vita, ma ormai stanco dei continui soprusi, Antonio, vittima di una “gioventù cannibale”, si lascerà morire.

Sei ragazzi minorenni e due maggiorenni sono accusati di tortura, danneggiamento e violazione di domicilio. Il procuratore Carlo Maria Capristo nell’emettere lo stato di fermo ha definito i video che hanno incastrato questi ragazzi come «terribili», definendo più volte gli artefici come «violenti per noia».

La storia di Antonio ci catapulta in provincia, dove la noia è tanta e i ragazzi crescono alla disperata ricerca di un posto nel mondo che spesso non coincide con la retta via morale. La tragica vicenda ci mostra un progressivo abbandono al legame dal grembo materno verso la scoperta della vita fatta di istinti primordiali e pochi valori educativi. Nel lungo percorso di crescita di un giovane a volte la scuola, la società, la famiglia non bastano, perché questo si sente costantemente attratto da due poli opposti, il bene e il male, e spesso uno dei due tende a prevalere sull’altro e come in questi casi è proprio il male ad avere la meglio. Si è parlato di punizioni esemplari per questi ragazzi, che poi così ragazzi non sono, di una condanna come se fossero adulti.  La vicenda di Cosimo è quella di una comunità che per anni ha vissuto in silenzio, voltando lo sguardo al pazzo del villaggio, commentando con qualche battutina i suoi problemi mentali, tutta Manduria è complice di questa violenza. Sulla pagina di Wikipedia una scritta svetta sotto il nome del paese: «Città della vergogna». Tutti sapevano, ma con i loro silenzi hanno continuato a vivere nelle loro tiepide case. Così come in un libro di Pier Paolo Pasolini o Vasco Pratolini, un uomo, un pover’uomo perde la vita e il villaggio va avanti, dimenticando forse il vero significato del vivere comunitario. I ragazzi sono ancora in attesa di giudizio e la nostra rabbia è tanta, nel vedere un uomo indifeso che muore. Così una frase del Vangelo ci rievoca il senso profondo della vita di Antonio: «Beati gli ultimi perché di essi è il regno dei cieli», forse così ci ricorderemo che le persone vanno rispettate da vive e non da morte.

Posted by Chiara Frisone in Attualità e Informazione
Notre Dame e il senso di collettività che ci unisce

Notre Dame e il senso di collettività che ci unisce

Alle 18 e 40 di lunedì 15 aprile Notre Dame brucia, improvvisamente la messa si interrompe e i fedeli sono scortati fuori dalla cattedrale: ci vogliono pochi istanti per evacuare l’area e nove ore per spegnere l’incendio. Il tramonto lentamente colora di rosso il cielo, ma le fiamme non si mischiano allo spettro rossastro, svettano sempre più alte. Brucia la guglia che, inevitabilmente, cade lasciando un vuoto nel cielo di Parigi. La notte cala e arrivano le prime voci dei pompieri: “se non riusciamo a spegnere l’incendio Notre Dame non ci sarà più”. Sono 90 minuti d’attesa. Sono queste le immagini strazianti che ci arrivano attraverso la televisione, i social e noi, impassibili, in ogni parte del mondo rimaniamo sbigottiti a guardare la potenza dell’arte devastata da uno degli elementi primordiali dell’esistenza umana.

Rimaniamo sconvolti, attoniti, immobili davanti alle immagini della maestosità gotica che crolla, del capolavoro dell’arte architettonica che lentamente si trasforma in cenere. Per compendiare ad una religione che nel frattempo è divenuta estranea alla sua quotidianità, il turista considera lo spazio religioso come un ambiente per soddisfare le proprie curiosità di visitatore. Una chiesa devastata è l’immagine che ci appare al nostro risveglio, rimane integro l’altare e la potenza di una croce illuminata alle prime luci dell’alba. In questi giorni abbiamo letto tutto, da una visione sovranista alla morte dell’Europa, eppure, a distanza di ore, non siamo riusciti ancora a darci una risposta. Attualmente è stata aperta un’indagine e, secondo le prime indiscrezioni, in Francia i monumenti francesi sono assicurati dallo stesso stato che ne è il proprietario, di conseguenza le spese per la ricostruzione saranno a carico delle casse pubbliche. Dall’ Eliseo hanno annunciato una gara d’appalto per la ricostruzione della Guglia e aperto una raccolta fondi che in serata (17 aprile) ha raggiunto la cifra di un miliardo. Ci vorranno cinque, forse sei anni prima di rivedere Notre Dame ristrutturata. Un tempo lunghissimo che separa fedeli, turisti e francesi desiderosi di ritrovarsi ancora una volta presso Île de la Cité per condividere intorno alla cattedrale la vita parigina che si muove sinuosamente sulle rive della Senna.

Con gli occhi ancora sbigottiti e le lacrime agli occhi ci chiediamo: ma perché una cattedrale che brucia ci riempie di dolore? Diverse sono le ipotesi, da un lato un sentimento europeo che ci lega, attraverso il valore umano, ad un patrimonio ricco di valori artistici e spirituali, nascosto sotto una serie di accordi economici. Un’altra considerazione potrebbe essere avanzata dal rito iniziatico dell’immagine artistica. L’osservatore nell’atto dell’ammirazione coglierebbe, infatti, un messaggio implicito in stretto collegamento con l’opera d’arte, creando così un dialogo diretto con la creazione d’ingegno, insomma, un viaggio nella propria interiorità psicologica.

Qualunque sia la nostra esperienza parigina, da sognatori o da turisti attratti dal misticismo delle vetrate gotiche, dovremo rassegnarci all’immagine dell’arte che, inevitabilmente, crolla al peso della potenza umana. Un errore fatale ha consumato il tetto portandosi con sé misteri e tesori del monumento più visitato al mondo. Nella tragedia però qualcosa si salva e allora la nostra attenzione si focalizza sul particolare di questa storia. L’arte attraversa i secoli, vive l’esperienza della guerra, conosce persone, si lascia accarezzare, eppure è destinata a morire. Solo attraverso la distruzione vi è la possibilità di rinascita e questo è il desiderio che portiamo nel cuore per Notre Dame.

In conclusione, il motto della città di Parigi è Fluctuact nec mergitur, la nave oscilla ma non affonda e il nostro più grande augurio è che Notre Dame possa tornare a splendere ancora una volta, raccogliendo nuovamente personalità da tutte le parti del mondo, unendoci ancora come ha fatto in tutti questi anni: noi attendiamo soltanto la sua riapertura.

Posted by Chiara Frisone in Attualità e Informazione