Chiara Frisone

Classe 1996. Laureata in Lettere In Cattolica, ora studio Filologia Moderna all'Università di Siena. Ricetta esistenziale: vivo la mia vita tra libri di filosofia, psicologia e letteratura, il tutto accompagnato da una buona dose di film.
Classe 1996. Laureata in Lettere In Cattolica, ora studio Filologia Moderna all'Università di Siena. Ricetta esistenziale: vivo la mia vita tra libri di filosofia, psicologia e letteratura, il tutto accompagnato da una buona dose di film.
Un piccolo sguardo al movimento NONUNADIMENO

Un piccolo sguardo al movimento NONUNADIMENO

Sentiamo spesso nella nostra società parlare di femminismo, di movimenti rivoluzionari guidati da donne che organizzano eventi in tutto il mondo per mobilitare e sensibilizzare l’importanza di alcuni temi caldi, eppure alcuni argomenti sembrano ancora dei tabù nella nostra società, per quale motivo? La parola “Femminismo” nasce in Francia a partire dal XX secolo e indicherebbe due correnti di pensiero: la prima riguarda il campo della letteratura medica francese e indicava un progressivo indebolimento del corpo maschile, mentre la seconda istanza riguarderebbe un filone di protesta nato per dare il voto alle donne. In questo secondo ambito fu introdotto nell’uso e nel senso corrente grazie a Hubertine Auclert che lo utilizzò nella sua rivista La Citoyenne, pubblicata dal 13 febbraio 1881. Con tale nome il movimento femminista è venuto alla ribalta internazionale negli anni Sessanta del Novecento, con l’intento di modificare radicalmente la divisione dei ruoli femminili e maschili  e quindi di rimettere in discussione, in tutti gli aspetti del vivere associato, una gerarchizzazione umana che riteneva gli individui di maggiore o minore valore sulla base dei rapporti di potere basati sul genere sulle relative proiezioni sociali e politiche.

In Italia di recente è nato, sulla scia di altri paesi europei, il movimento Non una di meno che sta mobilitando un ingente numero di donne e uomini alla protesta relativa soprattutto ad alcune scelte attuate dal governo giallo-verde e dalla politica del ministro Salvini. Come si legge nel loro comunicato stampa si tratta di un movimento politico transfemminista, intersezionale, antirazzista, antifascista, anticapitalista, autonomo da qualsiasi partito, che mira alla trasformazione radicale della società a partire dalla lotta contro la violenza maschile e di genere e contro le gerarchie sociali. Un grande impegno e un grande valore che sta interessando diverse città italiane, contribuendo a mobilitare donne di tutte le età: ma per cosa si batte questo gruppo e qual è il suo scopo?

Il loro interesse è quello di mobilitare attraverso lo sciopero globale l’autonomia delle donne. In particolare, le abbiamo viste attive a Verona durante il XIII Congresso della Famiglia (29- 31 Marzo 2019) mobilitando non solo donne, ma bambine, famiglie e le comunità LGBT*QI+, precar*, italian*. La loro autonomia è stata affermata attraverso le manifestazioni riversatesi nelle città italiane, che ha aperto uno spazio transnazionale per il protagonismo di chiunque voglia lottare contro le politiche sessiste, razziste e neoliberali implementate con maggiore intensità a livello globale. I temi contro i quali si schierano queste donne sono molti e prenderemo in analisi solo alcuni punti essenziali.

Il primo tema del dibattito è la questione della violenza. Nessuna autorità politica ha finora dimostrato un profondo interesse a discutere sulle reali e profonde cause della violenza sulle donne. Violenza e sopraffazione sono del resto tratti distintivi dell’uomo come erede diretto del mondo animale (ce lo diceva già la formula plautina homo homini lupus) e la violenza che permea una comunità di uomini non è esclusivamente fisica, ma verbale, sociale e strumentale: ogni giorno ognuno di noi compie almeno un atto di prevaricazione su una persona o una cosa, anche minimo e impercettibile.
Ciò non sta a significare che la violenza, in virtù del suo carattere intrinseco alla progenie umana, debba essere socialmente accettata, ma ci rende consapevoli che non possa mai essere definitivamente estirpata poiché radicata troppo profondamente nell’animo umano. Oggi viviamo in un mondo in cui, però, la violenza è stata legittimata, divenendo la dimensione in cui ogni messaggio viene veicolato all’auditorium di ascoltatori da politici e figure autorevoli. La violenza ci è quotidianamente imposta sotto forma di immagini e parole, tanto da renderci assuefatti e anestetizzati a tal punto da non riuscire più a decodificare le sue espressioni. La violenza sulla donna non si esprime in forme plateali, ma nel silenzio delle mura casalinghe, o per le vie delle città, dove spesso sono proprio i padri di famiglia, gli onesti lavoratori, i mariti perfetti ad assumere posizioni animalesche e vessatorie, fino ad arrivare nei casi più gravi all’omicidio. Secondo le ultime stime (novembre 2018), in Italia ogni 72 ore si compie un femminicidio, dal 2000 ad oggi si sono consumati 3100 delitti, ovvero più di tre alla settimana. Il tema della violenza di genere è un tema che tocca profondamente la dimensione quotidiana delle nostre esistenze. Spesso si parla solo di violenza fisica, senza considerare quella psicologica ed economica che ha subito un notevole aumento dal 2014. L’impegno dei movimenti femministi è quello di chiedere maggior sicurezza per la propria vita, per la propria dignità e per la libertà. Una donna deve sentirsi sicura per le vie del proprio quartiere, libera di indossare una gonna la sera, libera da chiamate vessatorie e minacciose. Si chiede dunque una pena giusta e severa nei confronti dei violenti e una tutela maggiore per le vittime.

Un altro tema importante è la famiglia. Più volte Giorgia Meloni, leader del partito Fratelli d’Italia, ha sottolineato l’importanza della famiglia “naturale” composta da padre, madre e figli; nel frattempo Matteo Salvini durante un comizio a Montegranaro nelle Marche
(9 maggio 2019), ha ricordato che «domenica è la festa della mamma, non è la festa del genitore B, è la festa della mamma». In qualsiasi direzione si muova il nostro sguardo si parla di legittimo e illegittimo, senza considerare l’amore che muove il sentimento della famiglia e della condivisione. Una delle questioni più dibattute sul piano politico è fonte primaria di ispirazione per i movimenti femministi, che si muovono in tale direzione al fine di riconoscere i diritti dell’amore, di qualsiasi tipo, contro ogni barriera politica, istituzionale e legislativa. Dovrebbe essere il senso di collettività e amore a muovere alcune scelte politiche.

L’aborto è un altro tema estremamente importante per i movimenti di emancipazione femministi. In Italia vige una regolamentazione (n. 194 del 22 Maggio 1978), da quando per la prima volta fu riconosciuto il diritto alla procreazione cosciente e responsabile e l’interruzione volontaria della gravidanza. Il Congresso della Famiglia ha sottolineato come questa legge vada contro ogni principio etico, religioso e sociale, scatenando di conseguenza le proteste dei movimenti femministi. Il diritto della donna è uno dei principi fondamentali del movimento che sottolinea l’importanza del libero arbitrio e della libera opinione che riguarderebbe anche il proprio corpo e le proprie scelte di vita.

Sono moltissimi i dibattiti aperti sulla questione femminile in Italia e nel mondo, basti solo citare l’Iva al 22% su beni di prima necessità femminili come gli assorbenti. Ogni giorno nel nostro quotidiano entriamo in contatto con donne di tutte le età: le nostre madri, le figlie, le nipoti, le nonne e nell’ambiente familiare faremmo di tutto per proteggerle, per tutelarle, per vederle felici; ma quando si esce fuori casa o si cammina per la strada si assiste ad episodi di violenza gratuita, anche di tipo verbale. Alla luce delle recenti dichiarazioni del nostro governo, dei ministri e dei rappresentati istituzionali, ci auguriamo che il dibattito possa essere costruttivo al fine di raggiungere uno stato paritario tra uomo e donna e che quest’ultima possa essere tutelata e libera da imposizioni o restrizioni sociali. Il potere femminile negli ultimi anni cresce notevolmente, con l’obiettivo di rendere egualitaria una nazione che purtroppo presenta ancora notevoli difficoltà sotto questo punto di vista. Dovremmo dunque prendere come insegnamento un importante frase del regista Giancarlo Mazzacurati: «Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre». Così nel nostro piccolo dovremmo sempre imparare a leggere le dure sfide che la vita ci pone, ponendo sempre uno sguardo speciale nei confronti delle donne: esse sono linfa vitale del mondo e meritano lo stesso rispetto riservato agli uomini.

Posted by Chiara Frisone in Attualità e Informazione
Lungo la strada di Vittorio Sereni: l’incontro con Gli strumenti umani

Lungo la strada di Vittorio Sereni: l’incontro con Gli strumenti umani

Con non altri che te

è il colloquio.

Si apre così Gli strumenti umani, raccolta poetica di Vittorio Sereni del 1965, con la lirica Via Scarlatti, che riporta fin dai primissimi versi, in modo lapidario, l’interlocutore privilegiato della sua poetica. È un autore ormai maturo, alle soglie dell’esperienza post-bellica che lo vede reduce da una serie di sconfitte non solo sul piano militare, ma anche e soprattutto su quello ideale. Appartenente alle fila della sinistra italiana, il 1948 segna per Sereni una profonda disfatta non solo per la politica italiana, ma per tutti i giovani morti al fronte sotto il peso soffocante di una guerra senza vincitori né vinti morali. Per comprendere Gli strumenti umani è necessario fare un piccolo passo indietro, considerando il lavoro globale dell’autore. Come dichiarato più volte all’interno dei suoi testi in prosa e nell’intervista realizzata da alcuni suoi studenti del liceo, il suo impegno poetico è attraversato costantemente dalla rielaborazione contenutistica e stilistica delle sue poesie. Un lavoro in fieri, come una lunga tela che non trova mai una precisa fine, ma si sviluppa sempre alla ricerca del giusto equilibrio tra contenuto e forma. A differenza di molte altre raccolte, come Frontiera o Diario di Algeria, Gli strumenti umani vengono pubblicati senza un effettivo lavoro di perfezionamento, scelta dettata forse da una precisa corrispondenza della vita dell’autore. All’interno dell’opera il poeta sembra parlare non solo alle generazioni future, alla classe dirigente e all’Italia degli anni ’60, ma sembra rivolgersi a sé stesso.

Sono gli anni dell’avvicinamento alla psicanalisi, quel mondo estremamente complesso dal quale Sereni attinge a piene mani, alla ricerca forse di alcune risposte a eventi traumatici della sua vita. È proprio quel te dell’apertura di Via Scarlatti a introdurre il lettore nella visione e conoscenza dell’oltre psichico. Gli strumenti umani rappresenta in questo senso un profondo monologo interiore con il proprio io, modellato secondo l’esemplificazione e l’immedesimazione di un uomo medio che si trova a vivere in una realtà quotidiana durante una fase di ricostruzione. I drammi esistenziali che attraversano la vita del poeta si sviluppano nelle quattro sezioni della raccolta e il tema dell’interiorità e della scoperta di sé sembra lo sfondo privilegiato di ogni sua poesia.

L’amore, entità impalpabile e forza distruttiva dell’esperienza umana, è presentato nel suo rapporto contrapposto di Eros e Thanatos, come rievocazione freudiana del mondo dell’esperienza in grado di inserirsi nella dimensione di una poetica militante, attratta dall’impulso vitale e allo stesso tempo schiacciata da quello di morte. La meta del suo percorso narrativo trova il parallelo dantesco dell’oggetto amoroso in continua evoluzione, ereditato forse da una cultura post psicanalitica, per il quale una volta raggiunto il limen dell’esistenza si oltrepassa il confine della tangibilità mutando verso una ricerca interiore. Un altro tema privilegiato dell’autore è la folla. Nell’epoca dei comizi nelle piazze, della mobilitazione politica, dello sciopero in fabbrica e della propaganda, l’uomo si sente sottratto dalla sua identità culturale e vive in uno stato di sonno perenne. La moltitudine separa gli amanti, divide gli sguardi che svolgono in una dimensione di potenza l’atto dell’incontro della possibilità e della conoscenza, quella dimensione agevolata in cui non solo vi è un contatto con l’altro, ma anche un appuntamento con sé stessi. La cultura di massa, i media, la televisione creano un uomo alienato, vittima di una folla opprimente che opera con il suo movimento centrifugo un allontanamento di sguardi, di incontri. Diventa allora privilegiata la funzione della strada nella sua poesia: dimensione condivisa di incontro tra natura e uomo, tra viaggio e fine, cronotopo spartito dalla lunga tradizione letteraria, simbolo di ritrovo di pulsioni vitali ed emozionali. Non a caso nel trittico Dall’Olanda, lungo i canali di Amsterdam rivive il dramma dell’olocausto e l’esperienza di Anna Frank, lungo la strada di Luino in cui incontra i defunti del suo passato e proprio nella via milanese in cui ha abitato, Via Scarlatti, rievoca un colloquio con sé stesso e la città.

Ci si chiede dunque leggendo Vittorio Sereni quale sia il fine ultimo del suo “forgiare letterario” in un momento storico delicato e di rinnovamento. Sembrerebbe che sia una sensazione, un ricordo a suscitare nell’animo dello scrittore un determinato stimolo, che trova inevitabilmente la strada della poesia. Dietro a ogni suo componimento non vi è dunque una scrittura d’impressione bensì un costante periodo di preparazione suggestionato dall’illuminazione, in quanto il lavoro poetico è sotterraneo e permette di scatenare ansie, insofferenze, incompatibilità che trovano viva voce nel comporre in versi ed è in questa profondità che l’autore coglie il suo io interiore predisposto al dialogo.

Posted by Chiara Frisone in Libri e Letteratura
La violenza dei giovani e l’omertà degli adulti

La violenza dei giovani e l’omertà degli adulti

Questa è la storia di Antonio Cosimo Stano, un pensionato di sessantasei anni di Manduria bullizzato e massacrato fino alla morte da un gruppo di ragazzini di 16 anni. Basterebbe questa premessa per riflettere sul significato della vita di un uomo. Manduria, il luogo in cui si è consumata la tragica vicenda, è un piccolo paese del Salento, in provincia di Taranto, 33.486 abitanti, qualche chiesa romanica e un centro che si dirada in piccole stradine strette e contorte in cui è molto facile perdersi se non si conosce bene il luogo. In questa cittadina bruciata dal sole si è consumato un omicidio tremendo, quello del “pazzo del villaggio del fanciullo”: è così che gli abitanti di Manduria chiamano Antonio, un pensionato che ha lavorato per anni all’arsenale di Taranto che viveva fino a pochi giorni fa con la sua pensione di invalidità. La sua casa si trova esattamente davanti all’oratorio che si chiama proprio “villaggio del fanciullo”, è da lì che nasce il nomignolo cattivo per Antonio. Quando la comunità parla di lui lo fa con cattiveria, lo giudicano con qualche commento malizioso, si scambiano qualche gomitata, lui se ne accorge, ma fa finta di nulla.

Cosimo il suo nome lo porta con grande fierezza, sul campanello di casa sua una scritta in pennarello si affaccia su Via S. Gregorio Magno. Lo conoscono tutti in paese, anche una banda di ragazzini che lo tormenta da anni, sono tutti figli di buone famiglie, frequentano buone scuole, giocano a calcio, ma tra le tante passioni giovanili una sembra stonare: amano le scorribande a casa di Antonio.

Antonio non ha armi per difendersi, non ha neanche le capacità, si lascia andare ai colpi che otto di questi quattordici ragazzini gli assestano. Tirano calci, pugni, lo colpiscono allo stomaco, alla schiena e perfino in viso e quando la violenza non è sufficiente usano dei bastoni. Vanno a visitarlo con grande regolarità e filmano con i loro telefonini le immagini atroci di una lotta efferata contro un uomo indifeso. Nei video si vedono loro che lo riempiono di insulti, è il loro pupazzo, la loro valvola di sfogo contro la disperata noia di vivere. Antonio resiste, non li denuncia mai, nemmeno il giorno in cui oltre agli insulti, gli schiaffi e le bastonate gli rubano la pensione di invalidità. Il pazzo del villaggio del fanciullo è stanco. È annebbiato da pensieri di morte, non riesce più a resistere ai colpi assestati dai ragazzini di buona famiglia. Con la porta di casa imbrattata e i vetri devastati da una violenza giovanile, Antonio si abbandona sulla sedia cercando pace. I carabinieri lo ritroveranno il 5 aprile 2019, con lo sguardo perso nel vuoto, con il corpo ridotto ad uno scheletro e il respiro affannoso. Antonio non esce di casa da giorni, ha smesso di vivere per il timore che possa accadergli qualcosa di brutto, e così si abbandona. Ci vorranno diversi interventi chirurgici per tentare di salvargli la vita, ma ormai stanco dei continui soprusi, Antonio, vittima di una “gioventù cannibale”, si lascerà morire.

Sei ragazzi minorenni e due maggiorenni sono accusati di tortura, danneggiamento e violazione di domicilio. Il procuratore Carlo Maria Capristo nell’emettere lo stato di fermo ha definito i video che hanno incastrato questi ragazzi come «terribili», definendo più volte gli artefici come «violenti per noia».

La storia di Antonio ci catapulta in provincia, dove la noia è tanta e i ragazzi crescono alla disperata ricerca di un posto nel mondo che spesso non coincide con la retta via morale. La tragica vicenda ci mostra un progressivo abbandono al legame dal grembo materno verso la scoperta della vita fatta di istinti primordiali e pochi valori educativi. Nel lungo percorso di crescita di un giovane a volte la scuola, la società, la famiglia non bastano, perché questo si sente costantemente attratto da due poli opposti, il bene e il male, e spesso uno dei due tende a prevalere sull’altro e come in questi casi è proprio il male ad avere la meglio. Si è parlato di punizioni esemplari per questi ragazzi, che poi così ragazzi non sono, di una condanna come se fossero adulti.  La vicenda di Cosimo è quella di una comunità che per anni ha vissuto in silenzio, voltando lo sguardo al pazzo del villaggio, commentando con qualche battutina i suoi problemi mentali, tutta Manduria è complice di questa violenza. Sulla pagina di Wikipedia una scritta svetta sotto il nome del paese: «Città della vergogna». Tutti sapevano, ma con i loro silenzi hanno continuato a vivere nelle loro tiepide case. Così come in un libro di Pier Paolo Pasolini o Vasco Pratolini, un uomo, un pover’uomo perde la vita e il villaggio va avanti, dimenticando forse il vero significato del vivere comunitario. I ragazzi sono ancora in attesa di giudizio e la nostra rabbia è tanta, nel vedere un uomo indifeso che muore. Così una frase del Vangelo ci rievoca il senso profondo della vita di Antonio: «Beati gli ultimi perché di essi è il regno dei cieli», forse così ci ricorderemo che le persone vanno rispettate da vive e non da morte.

Posted by Chiara Frisone in Attualità e Informazione
Notre Dame e il senso di collettività che ci unisce

Notre Dame e il senso di collettività che ci unisce

Alle 18 e 40 di lunedì 15 aprile Notre Dame brucia, improvvisamente la messa si interrompe e i fedeli sono scortati fuori dalla cattedrale: ci vogliono pochi istanti per evacuare l’area e nove ore per spegnere l’incendio. Il tramonto lentamente colora di rosso il cielo, ma le fiamme non si mischiano allo spettro rossastro, svettano sempre più alte. Brucia la guglia che, inevitabilmente, cade lasciando un vuoto nel cielo di Parigi. La notte cala e arrivano le prime voci dei pompieri: “se non riusciamo a spegnere l’incendio Notre Dame non ci sarà più”. Sono 90 minuti d’attesa. Sono queste le immagini strazianti che ci arrivano attraverso la televisione, i social e noi, impassibili, in ogni parte del mondo rimaniamo sbigottiti a guardare la potenza dell’arte devastata da uno degli elementi primordiali dell’esistenza umana.

Rimaniamo sconvolti, attoniti, immobili davanti alle immagini della maestosità gotica che crolla, del capolavoro dell’arte architettonica che lentamente si trasforma in cenere. Per compendiare ad una religione che nel frattempo è divenuta estranea alla sua quotidianità, il turista considera lo spazio religioso come un ambiente per soddisfare le proprie curiosità di visitatore. Una chiesa devastata è l’immagine che ci appare al nostro risveglio, rimane integro l’altare e la potenza di una croce illuminata alle prime luci dell’alba. In questi giorni abbiamo letto tutto, da una visione sovranista alla morte dell’Europa, eppure, a distanza di ore, non siamo riusciti ancora a darci una risposta. Attualmente è stata aperta un’indagine e, secondo le prime indiscrezioni, in Francia i monumenti francesi sono assicurati dallo stesso stato che ne è il proprietario, di conseguenza le spese per la ricostruzione saranno a carico delle casse pubbliche. Dall’ Eliseo hanno annunciato una gara d’appalto per la ricostruzione della Guglia e aperto una raccolta fondi che in serata (17 aprile) ha raggiunto la cifra di un miliardo. Ci vorranno cinque, forse sei anni prima di rivedere Notre Dame ristrutturata. Un tempo lunghissimo che separa fedeli, turisti e francesi desiderosi di ritrovarsi ancora una volta presso Île de la Cité per condividere intorno alla cattedrale la vita parigina che si muove sinuosamente sulle rive della Senna.

Con gli occhi ancora sbigottiti e le lacrime agli occhi ci chiediamo: ma perché una cattedrale che brucia ci riempie di dolore? Diverse sono le ipotesi, da un lato un sentimento europeo che ci lega, attraverso il valore umano, ad un patrimonio ricco di valori artistici e spirituali, nascosto sotto una serie di accordi economici. Un’altra considerazione potrebbe essere avanzata dal rito iniziatico dell’immagine artistica. L’osservatore nell’atto dell’ammirazione coglierebbe, infatti, un messaggio implicito in stretto collegamento con l’opera d’arte, creando così un dialogo diretto con la creazione d’ingegno, insomma, un viaggio nella propria interiorità psicologica.

Qualunque sia la nostra esperienza parigina, da sognatori o da turisti attratti dal misticismo delle vetrate gotiche, dovremo rassegnarci all’immagine dell’arte che, inevitabilmente, crolla al peso della potenza umana. Un errore fatale ha consumato il tetto portandosi con sé misteri e tesori del monumento più visitato al mondo. Nella tragedia però qualcosa si salva e allora la nostra attenzione si focalizza sul particolare di questa storia. L’arte attraversa i secoli, vive l’esperienza della guerra, conosce persone, si lascia accarezzare, eppure è destinata a morire. Solo attraverso la distruzione vi è la possibilità di rinascita e questo è il desiderio che portiamo nel cuore per Notre Dame.

In conclusione, il motto della città di Parigi è Fluctuact nec mergitur, la nave oscilla ma non affonda e il nostro più grande augurio è che Notre Dame possa tornare a splendere ancora una volta, raccogliendo nuovamente personalità da tutte le parti del mondo, unendoci ancora come ha fatto in tutti questi anni: noi attendiamo soltanto la sua riapertura.

Posted by Chiara Frisone in Attualità e Informazione