Beatrice Merlo

Classe 1996. Mi sono laureata in Lettere e ora studio Filologia moderna con indirizzo editoriale alla Cattolica di Milano. Seguo una dieta a base di libri.
Classe 1996. Mi sono laureata in Lettere e ora studio Filologia moderna con indirizzo editoriale alla Cattolica di Milano. Seguo una dieta a base di libri.
“M.”, la biografia di Mussolini che vince il Premio Strega

“M.”, la biografia di Mussolini che vince il Premio Strega

Qualunque opinione si abbia riguardo ai concorsi letterari (non sempre imparziali, non sempre focalizzati sulla vera qualità letteraria ed editoriale), non si può negare l’importanza storica del premio Strega, che sostiene l’onore e l’onere di pubblicizzare la narrativa contemporanea italiana già dal 1947, cioè da quel difficile dopoguerra in cui nulla pareva più lontano dai bisogni stringenti e al contempo più necessario all’uomo di una rifondazione culturale. Non è poi da dimenticare il gran numero di classici della nostra letteratura che ne hanno conquistato il podio: Cesare Pavese con La bella estate, Elsa Morante con L’isola di Arturo, Dino Buzzati con i Sessanta racconti, Tomasi di Lampedusa con Il Gattopardo, fino a Primo Levi con La chiave a stella e Umberto Eco con Il nome della rosa.

Quest’anno la palma va ad Antonio Scurati con M. Il figlio del secolo, primogenito di una trilogia ancora da dare alla luce, romanzo più che storico, dramma senza invenzione, ma con una propria vicenda tragica: l’ascesa al potere di Mussolini, nelle sue varie tappe dal 1919 alla svolta autoritaria del 1925, raccontata con un’encomiabile imparzialità. Come ha dichiarato l’autore stesso dopo essere stato insignito del premio, la scelta di non porre alcun filtro alla narrazione se non quello documentario (assolutamente nulla è infatti frutto di fantasia in questa storia) ha una finalità ben precisa: lasciare che il fascismo mostri da sé tutta l’ingiustizia, la violenza e la barbarie che gli sono connaturati. È una scelta encomiabile e sicuramente efficace, che smorza sul nascere qualunque accusa di partigianeria e pregiudizio, lasciandoci anzi riflettere con i nostri propri strumenti critici, cui vengono in soccorso le lettere, i documenti e i telegrammi opportunamente riportati alla fine di ogni capitolo/scansione temporale. Si potrebbe pensare che una siffatta divisione (per giorni, mesi e anni e personaggi), per di più corredata da un tale repertorio documentario, appesantisca la narrazione: nient’affatto. L’esito è quello felice di un romanzo scorrevole (a dispetto dell’andamento storiografico e della considerevole mole), ben scandito (personalmente trovo che le indicazioni temporali facilitino la lettura) e ottimamente comprovato da fonti dirette e indirette.


Benito Mussolini, di origine plebea, zingaro della politica, autodidatta del potere, a soli trentanove anni era il più giovane ministro del suo paese […] al momento dell’ascesa non aveva nessuna esperienza di governo né di amministrazione pubblica, era entrato alla Camera dei deputati soltanto sedici mesi prima e indossava la camicia nera […]. Con tutto ciò, figlio del fabbro – figlio del secolo – aveva salito le scale del potere. In quel momento, il nuovo secolo si era aperto e, al tempo stesso, si era richiuso sui suoi passi.

Tra i particolari che arricchiscono la ricostruzione storica, affascinano e spaventano quelli sull’uomo Mussolini, il self made man della vicenda, negligente padre di famiglia (tranne se si parla della figlia Edda, per cui stravede) e spietato politico, amante passionale e infedele, amico che preferisce essere temuto che amato. Diversi suoi rapporti sono rievocati e ripercorsi: quello di amore-odio (più una buona dose di invidia) con D’Annunzio, modello di comportamento e oratoria per Mussolini fino all’impresa di Fiume; quello con Margherita Sarfatti, personaggio chiaroscurale, di luci ed ombre, donna all’avanguardia e straordinariamente colta, amante di una vita del Duce; infine quelli con i suoi vari collaboratori, utili a mostrarci un fascismo intimidatorio e violento fin dalla sua nascita, nel 1919, e non frutto, come tristemente si sente ancora dire, dell’amicizia sbagliata di Mussolini con Hitler.

La duplice natura del personaggio principale, poiché egli è insieme protagonista della storia ma antagonista della Storia, favorisce una lettura a due livelli: uno di immersione e coinvolgimento, l’altro disincantato e amaro, dato che, nonostante gli ostacoli che si presentano al futuro Duce nel suo percorso di ascesa, sappiamo già come andrà a finire. Questo secondo livello si fa sentire più che mai nelle pagine dedicate alla commovente figura di Matteotti, l’eroe buono, il martire, il contraltare ideologico e morale del barbaro Mussolini. Isolato dal suo stesso partito, osteggiato e deriso dai deputati fascisti e liberali nei suoi coraggiosi discorsi alla Camera, lontano dall’amatissima moglie, con cui si scambia lettere che hanno già il sapore dell’addio, condannato in partenza a una fine ingiuriosa, egli possiede tutti i tratti del titano destinato a cadere di fronte agli ingiustissimi e spietati dei, il che lo rende sicuramente il personaggio più iconico e memorabile del romanzo insieme al capo dei Fasci.


“Il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparatemi l’orazione funebre”. Dopo averlo detto, Giacomo Matteotti sorride […]. Durante tutto l’interminabile centosettesimo discorso parlamentare dell’onorevole Matteotti, Benito Mussolini se n’è rimasto in silenzio, seduto al banco della presidenza. Ha ostentato indifferenza […]. Quando, però, ha potuto finalmente abbandonare l’aula, ai cronisti parlamentari è apparso livido, il volto tirato.

M. è insomma un libro che risulta utilissimo alla riflessione sulle conseguenze di un potere malato, basato più sull’omologazione di pensiero e sul riconoscimento di un nemico che su reali fondamenta ideologiche. Peraltro, una lettura che risponde a molte domande e sfata molti miti sul fascismo gioverebbe a tutti. Basti pensare che il treno che conduce Mussolini da Milano a Roma, a prendersi la sua gloria dopo la marcia  sulla capitale, giunge a destinazione con ben un’ora di ritardo.

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“Stoner”: una storia di splendida insignificanza

“Stoner”: una storia di splendida insignificanza

Il binomio trama-personaggi, che da che mondo è mondo costituisce l’ossatura di qualunque libro, è anche uno di quelli su cui, terminata una lettura, più ci si interroga. Una volta chiuso il volume, intendo, viene spontaneo chiedersi se ciò che di esso ci ha davvero catturato sia stata la vicenda narrata o i protagonisti che l’hanno vissuta. La questione in soldoni è: la complessità e l’originalità della trama sono sacrificabili di fronte a personaggi dall’indelebile caratterizzazione? Io non ho assolutamente dubbi a riguardo: se la trama risulta incalzante e coinvolgente di per sé, tanto meglio, ma il vero miracolo si compie quando l’attore è talmente bravo da far dimenticare il palco spoglio intorno a lui. Personaggi ben studiati sono in grado di attrarci e trascinarci dentro qualsiasi tipo di vicenda, portandoci al punto di pensare che quella storia ci riguardi, che sia la nostra stessa storia.

È proprio per questo che un romanzo come Stoner di John Williams (Fazi Editore, 2012) non poteva passare dalle mie mani senza lasciare il segno. Si tratta di un libro che, fin dal titolo, s’identifica del tutto con il suo protagonista, il quale, a proprie spese, ci offre una serie di amare lezioni sulla vita. Giunti all’ultima pagina si ha infatti la sensazione di aver appreso qualcosa, di essere ora consapevoli di una verità che forse sarebbe stato meglio non conoscere.


Non aveva amici, e per la prima volta nella vita prese coscienza della solitudine. Certe notti, in soffitta, alzava gli occhi dal libro e contemplava gli angoli bui della stanza, dove la luce della lampada guizzava tra le ombre. Se la fissava a lungo e attentamente, l’oscurità si condensava in una luce che acquistava la forma impalpabile di ciò che stava leggendo. E allora si sentiva fuori dal tempo […]. Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e il radioso Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni.

 William Stoner è un personaggio che si colloca a metà tra l’inettitudine sveviana e l’inconsistenza calviniana: in quel percorso tremendamente lineare che è la sua vita, egli non osa mai un’azione, rimane, piuttosto, fedele a una coerenza intellettuale che tuttavia gli impedisce di lasciare una traccia sulle cose e le persone con cui entra in relazione, insomma nasce cresce e fa le sue scelte mantenendosi sempre al di qua della vita. Stoner (così viene chiamato per  tutta la vicenda, quasi a far dimenticare la componente personale e umana che sta nel nome proprio per concentrarsi su quella rocciosa e inanimata che caratterizza il cognome così come la sua indole) è un ragazzo di campagna che, nel 1910, viene mandato dal padre a studiare agraria presso l’università di Columbia, affinché un giorno le sue conoscenze possano tornargli utili nei campi. Ciò che il vecchio non ha previsto, però, è che Stoner rimanga folgorato da una lezione di letteratura inglese, tanto da cambiare presto facoltà, per poi intraprendere la laurea specialistica e divenire professore nella sua stessa università. Svolge il suo lavoro con caparbia abnegazione, ma non riesce a salire oltre il grado di ricercatore; sposa una ragazza che non lo ama e che si rivelerà anzi la sua più grande nemica per tutta la vita; fa una figlia con cui non riuscirà mai a stringere un vero rapporto; è costretto a chiudere, pena il danneggiamento della carriera, l’unica, sincera storia d’amore (extraconiugale) che abbia mai intrapreso e infine conclude i suoi giorni con lo stesso distacco con cui li aveva vissuti, osservando il mondo da una finestra. L’esistenza di Stoner ha la stessa consistenza di quella dello Straniero di Camus, ma con il determinismo tragico dei personaggi di Zola, che pare condannare ineluttabilmente all’infelicità lui e tutta la sua stirpe. Dietro questa coltre di resilienza, tuttavia, si nasconde un uomo che soffre e che s’interroga: le pagine più intimamente potenti del libro sono quelle che si aprono sulla psicologia del protagonista, sui tarli che gli rodono il cuore, sulla rassegnazione ormai in lui connaturata.


Era arrivato a un’età in cui, con intensità crescente, gli si presentava sempre la stessa domanda, di una semplicità così disarmante che non aveva gli strumenti per affrontarla. Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata. Sospettava che alla stessa domanda, prima o poi, dovessero rispondere tutti gli uomini. Ma si chiedeva se, anche agli altri, essa si presentasse con la stessa forza impersonale.

La morale di tali riflessioni è quella amara della disillusione, della consapevolezza che non sempre avere degli scopi nella vita e man mano riuscire a depennarli è fonte di felicità. Quello che è mancato a Stoner è, credo, quello che manca a sempre più uomini, nella frenesia senza pause in cui oggi veniamo sospinti: la spontaneità, quello slancio istintivo che permette alla vita di librarsi in aria e di non arenarsi a terra, appesantita dalle quotidiane zavorre. Una storia e un’esperienza che sono all’apice dell’insignificanza acquistano fascino e attrattiva proprio grazie al loro attante, un personaggio che è se stesso ma è anche tutti gli uomini, che porta sulle sue spalle tutta la crisi di valori del ventesimo secolo e che proprio per questo fa di Stoner una tappa imprescindibile in ogni percorso di lettura.

Un libro per: chi pensa di aver già scoperto tutti i pilastri della letteratura novecentesca.

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La cronaca dell’ingiustizia: “Furore” di John Steinbeck

La cronaca dell’ingiustizia: “Furore” di John Steinbeck

Vi sono romanzi scritti con l’intento di rendere incandescenti le coscienze, di risvegliarci dal torpore mentale, di salvare il nostro intelletto dall’indifferenza. Molti di questi si trovano oggi nelle antologie scolastiche, vengono comunemente letti e possono vantare la denominazione di long seller, ma proprio per la natura pungolatrice che li caratterizza, questi malcapitati sono spesso incorsi nel velenoso meccanismo della censura, il quale ha diligentemente provveduto affinché i libri colpevoli potessero circolare senza suscitare inquietudine e preoccupazione negli animi benpensanti. Quando The grapes of wrath di John Steinbeck viene pubblicato, nel 1939, se ne comprende subito la portata sociologica e letteraria: il romanzo diviene immediatamente un best seller e già l’anno successivo ne viene tratta una memorabile pellicola cinematografica. Non tutto il mondo però si dimostra pronto ad accogliere un tale terremoto letterario, almeno non nella forma in cui viene offerto: un’opera di puro realismo, che narra senza troppi ricami gli schiaffi presi in faccia dalle vittime della Grande Depressione americana e che, per questo, lascia il giusto spazio a quegli slanci socialisteggianti che spontaneamente nascono da una classe troppo a lungo calpestata. Ovviamente l’Italia fascista non avrebbe mai permesso la circolazione di pagine tanto infuocate all’interno del regime, perciò Valentino Bompiani, che coraggiosamente, su consiglio di Elio Vittorini, decise di pubblicarne una traduzione italiana, dovette fare i conti con la censura. Il risultato fu un libro, Furore, che ben poco aveva a che fare con l’originale americano: deprivato delle sue parti più significative, quelle in cui il livello descrittivo si fa più tenace e crudo e il montare della rabbia degli sfollati crescente, così uno dei più bei romanzi di tutti i tempi è sopravvissuto fino al 2013, in questa forma monca, sanguinante in corrispondenza delle parti perdute. Una nuova traduzione integrale di Sergio Claudio Perroni, in quello stesso anno, ci ha riconsegnato, meglio tardi che mai, la versione originaria del testo di Steinbeck, ed è solo grazie a questa che oggi ne possiamo parlare con libertà e completezza.

Come facciamo a vivere senza le nostre vite? Come sapremo di  essere noi senza il nostro passato? No. Tocca lasciarlo qui. Bruciarlo.[…] E di colpo erano tutti nervosi. Dobbiamo sbrigarci a partire. Non possiamo aspettare. E ammucchiavano le cose in mezzo all’aia e gli davano fuoco. Stavano lì e le guardavano bruciare, e poi caricavano freneticamente i mezzi e andavano via, andavano via nella polvere. La polvere indugiava a lungo nell’aria dietro di loro.

Questo romanzo è un incendio, dalla prima all’ultima pagina. È il Vangelo degli oppressi, in tutto e per tutto, con una Sacra Famiglia costretta all’esilio da un potente prevaricatore. La pagina di Storia su cui Furore porta l’attenzione e scuote le coscienze è la tragica emigrazione di centinaia di migliaia di individui dall’Est all’Ovest degli Stati Uniti a seguito della Grande Crisi. Come un’impoverita e mortifera via della seta, la Route 66 si costella di auto scassate, camion sistemati alla bell’e meglio e altre vetture di fortuna, tutte cariche di famiglie di disperati in viaggio verso la Terra Promessa: la California. I Joad, protagonisti della vicenda, sono in realtà un solo tassello del mosaico monocolore in cui la povertà ha riunito tutti gli sventurati che, dall’Oklhaoma, Kentucky o Texas, si sono dovuti lasciare alle spalle un lavoro, una casa, una vita, per via della Grande Depressione e dell’acquisizione delle loro terre da parte delle banche, mostri imperscrutabili cui non ci si può opporre. Ma ben poca presa avrebbe questa triste vicenda senza la potentissima caratterizzazione dei personaggi, con cui Steinbeck, ispirandosi alle storie di individui da lui conosciute e documentate, crea una delle famiglie più memorabili della storia della letteratura: una madre leonessa e un padre ormai fiacco di spirito, un nonno e una nonna che sono tutti un battibecco, uno zio tormentato dai sensi di colpa, un ex predicatore ora votato alla ricerca di senso e sei figli diversissimi, tra cui spiccano Tom, protagonista tra i protagonisti, e Rose of Sharon, giovane latrice di una nuova vita.

Io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutt’i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito, be’… io sarò lì.

È una lettura che lascia la bocca amara, che fa sentire la necessità di alzarsi dalla sedia e fare qualcosa, che pianta nelle menti fertili piccoli semi di rabbia. Prendere questo romanzo come uno dei tanti che sono stati scritti significa non averne saputo cogliere il messaggio liberatorio e universale, leggere il Vangelo senza accorgersi che contiene la buona novella. In Furore, però, non c’è nessun redentore che viene a salvare l’uomo dalle sue sofferenze. C’è in compenso l’uomo in sé, con la sua buona novella che è tutta umana e fragile e ancora lontana, ma che già fa sentire i suoi palpiti: un’inedita prospettiva di solidarietà, una «social catena» di miseri che si dividono il peso dell’esistenza, che non intendono più soccombere alle ingiustizie. E a coronare questa volontà d’azione, una Natività nuova, in cui a essere cullata e a ricevere nuova linfa vitale è tutta la travagliata, infelice, prostrata umanità.

Un libro per: tutti, assolutamente tutti senza eccezioni.

Posted by Beatrice Merlo in Libri e Letteratura
Alexa Meade, quando il corpo si fa pittura

Alexa Meade, quando il corpo si fa pittura

Dal pennello alla tela, dalla tela all’occhio dello spettatore: questo è il normale ordine delle cose. Per secoli gli artisti si sono adoperati nella resa perfetta della tridimensionalità: partire dalla tela, liscia e intonsa, per plasmare immagini con una loro profondità e dimensione, con le loro ombre, le loro sporgenze, quali le vediamo nella realtà. La quasi totalità degli artisti ha fatto questo, ma si è mai sentito di qualcuno che ha provato a spingere la nave nella direzione contraria?

Prima di tutto, ad Alexa Meade non occorrono tele. Dal 2009, quando muove i primi passi da autodidatta nella pittura, il supporto e il soggetto sono sempre coincisi. Come ha più volte raccontato, il suo punto di partenza sono state le ombre: dipingeva le ombre, nel vero senso della parola, passava il pennello intriso di vernice nera sull’ombra gettata dallo steccato, dall’albero, da un suo amico o da se stessa, cristallizzando una realtà in movimento. Nessuna tela di mezzo, nessun materiale a interporsi tra il colore e il soggetto.

Sviluppando questo concetto, la giovane artista americana è approdata a una nuova frontiera pittorica: il dipingere gli oggetti non come riproduzione sulla tela, ma letteralmente. Alexa Meade passa il colore sulle cose, sulle cose della realtà, come un toast o della frutta, e le trasforma in quadri, cosicché l’impressione che abbiamo osservando le fotografie che scatta non sia affatto quella di trovarci di fronte a oggetti reali, bensì a strati di colore, a pure e semplici rappresentazioni.

Parallelamente agli oggetti, affrontando una sperimentazione ancor più avanguardistica e inusuale, Alexa comincia a lavorare sulle persone: il loro corpo diventa la sua tela. Comincia così la serie dei Living paintings,che le conferisce subito un’incredibile popolarità. La studentessa che sognava di entrare in politica ha innalzato un vento che soffia in direzione contraria alla tradizione: perché rappresentare una persona, quando la persona stessa può essere un’opera d’arte? Ecco dunque che i canoni del processo pittorico vengono ribaltati, l’ordine scardinato, ogni confine tra realtà e riproduzione dissolto.

Posted by Beatrice Merlo in Arte
Per quanto ancora vogliamo parlare di «letteratura femminile»?

Per quanto ancora vogliamo parlare di «letteratura femminile»?

Lo scorso marzo la casa editrice Einaudi ci ha deliziato con una nuova e accattivante uscita: I racconti delle donne, a cura di Annalena Benini, è una splendida e curiosa antologia che riunisce gli scritti di alcune tra le più brillanti autrici moderne e contemporanee. Virginia Woolf, Dorothy Parker, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Margaret Atwood e altre quindici agili penne disegnano quella che è la propria personale idea di donna. Quel «delle donne» che ritroviamo nel titolo va quindi ad assumere la valenza di genitivo soggettivo e oggettivo insieme: racconti scritti da donne per parlare di donne. Una volta riemersa dalle profondità di questo viaggio totalizzante, non potevo non trascinare a galla con me una riflessione che pagina dopo pagina incalzava sempre di più: è da considerarsi, questa, una lettura fruibile esclusivamente dal pubblico femminile?


Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. (Natalia Ginzburg)

La disparità di genere e tutte le implicazioni che essa comporta nella vita quotidiana sono in questi anni più che mai oggetto di dibattito e riconsiderazioni. Per fortuna, si direbbe. Quanto poi queste riconsiderazioni abbiano effetti concreti sui nostri comportamenti è un altro paio di maniche. Si spera, almeno, che un campo come la letteratura funga, nella continua discriminazione tra i due sessi, da tana, da porto sicuro, da terreno neutrale. D’altronde, una disciplina nata e pensata per parlare all’umanità tutta, per rivelare grandi verità, per divertire, offrire esperienze ed esempi che ciascuno può interiorizzare e fare propri, come può piegarsi al vile gioco delle distinzioni? Eppure lo fa, glielo facciamo fare, fregiandola dell’insegna “Non tutti i libri sono per tutti”. Mi guardo bene dall’includere nel discorso i gusti letterari, che sono sacrosanti e che ci rendono lettori maturi e capaci di scegliere, ma applicare alla letteratura le categorie di maschile e femminile è un atto anacronistico e abominevole. Pur tuttavia esso è una pratica tristemente diffusa, che vuol far passare per vero il debolissimo entimema “se il libro è stato scritto da una donna, allora è una lettura da donne” oppure “se il libro contiene una storia d’amore, allora va bene per le ragazze”. Non me la sento nemmeno di spendere parole per specificare che non tutte le donne cercano avventure passionali in ciò che leggono: voglio ritenerla una precisazione inutile perché universalmente riconosciuta. Ne userò invece per condannare la cattiva abitudine di dividere i libri tra maschili e femminili, prescindendo completamente dalle inclinazioni letterarie dell’individuo a favore dell’idea pregiudiziale che il gusto degli uomini e quello delle donne in fatto di libri siano irrimediabilmente discordi. Che sciocchezza, vero? Eppure questa è una realtà fattuale, di cui noi non siamo meno colpevoli dell’industria editoriale (pensiamo ad Harmony o Newton Compton), che si limita infatti a intercettare le tendenze del pubblico e tradurle in libri.


Scrivere di donne è un atto politico, perché significa prendersi cura di loro. E significa offrire agli uomini molte possibilità di comprensione, di divertimento e vicinanza a questa misteriosa e speciale parte dell’umanità

I racconti delle donne mi è sembrato l’esempio perfetto da opporre al ridicolo fenomeno distinzione di genere in letteratura. Mentre leggevo delle avventure e disavventure delle protagoniste, avvertivo immediatamente la potenza inclusiva di questo libro. La sua capacità di coinvolgimento non riguarda solo le donne, altrimenti ritorneremmo agli spiacevoli casi sopracitati. Il vero pregio di quest’antologia è anzi il fatto di risultare parimenti valida, necessaria e rivelatrice tanto per le donne quanto per gli uomini. La possibilità d’immedesimazione rimane straordinariamente aperta al pubblico di entrambi i sessi, senza precludere a nessuno la possibilità di rivedersi in questo o in quel personaggio. Quale esperienza di lettura è migliore di quella in cui ritroviamo noi stessi? Le scrittrici ci danno qui moltissime occasioni per riflettere su chi siamo e dove siamo diretti, per riconoscere i nostri difetti, per dare un volto ai nostri motivi di turbamento, attraverso il vissuto delle protagoniste. E il fatto che queste siano donne dovrebbe forse frenare l’immedesimazione del lettore maschio? Dovrebbe impedirgli il rispecchiamento in questa o quella situazione? Perché mai? Siamo esseri umani prima di essere donne e uomini. Virginia Woolf e le altre lo sapevano bene, per questo la loro letteratura è così meravigliosamente inclusiva, scritta per tutti e rivolta a tutti, il che è proprio dei grandi scrittori, uomini o donne che siano. Annalena Benini è molto accorta nella scelta delle autrici da «invitare alla sua festa» e dei testi con cui lasciar loro la parola: sono pagine di immensa «complessità e bellezza», che trasudano un’umanità pura, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, con il tedio, il dolore, la noia, l’entusiasmo e l’incertezza che ogni giorno la assediano. Cari lettori maschi, fatevi coraggio e prendete in mano Clarice Lispector, Marguerite Yourcenar ed Elsa Morante, perché le verità che hanno da dirci non valgono meno di quelle dei loro colleghi uomini. Smettiamola perciò di parlare di «letteratura femminile», perché è un’etichetta vecchia che, se usata, rischia solo di farci sembrare più sciocchi.

Un libro per: chi non è mai sazio dei casi dell’umana specie. 

Posted by Beatrice Merlo in Libri e Letteratura
Imparare dai romanzi: “Sostiene Pereira”

Imparare dai romanzi: “Sostiene Pereira”

A qualche giorno dalla celebrazione dell’anniversario della nostra Liberazione, pure con reiterati tentativi di riduzione a semplicistico derby “fascisti vs comunisti” perpetrati da ben note autorità politiche, la ricorrenza del 25 aprile risveglia, negli animi più sensibili, interrogativi e stimoli di vario tipo. Uno di questi, personalmente parlando, è senza dubbio quello del senso della responsabilità. Saremmo stati in grado di assumerci le stesse responsabilità di quelle donne e di quegli uomini che votarono le loro esistenze alla rottura delle catene del nazifascismo? Siamo in grado, oggi, di assumerci la responsabilità di ricordarle e ricordarli adeguatamente? Ce la sentiamo, in altre parole, di sostenere una posizione? L’impressione è spesso quella di sentirci troppo piccoli, troppo indaffarati con le nostre vite, troppo nella norma per pensare a certi grandi temi, e allora il viver privato sovrasta il viver civile e non ci si pensa più. Il protagonista del pluripremiato romanzo di Tabucchi, Sostiene Pereira (1994), è appunto un uomo noiosamente comune: abitudinario all’inverosimile e golosissimo di omelettes, in pessimi rapporti con il proprio fisico corpulento, dirige la pagina culturale di un giornaletto del pomeriggio nella Lisbona di fine anni ’30. Non è toccato dai grandi ideali, la dittatura conservatrice di Salazar non pare creargli particolari problemi morali, l’unica bizzarria che caratterizza la sua vita è il tenero dialogo che tutti i giorni instaura con il ritratto della moglie, morta da qualche anno. Ma egli ha in questa sede il compito di incarnare tutti i piccoli e gli impotenti, e dunque Tabucchi gli dà un nome parlante: Pereira, “albero del  pero”, che in Portogallo «come tutti i nomi degli alberi da frutto, è di origine ebraica» e rievoca così le grandi ingiustizie subite nel corso della Storia.

«Ma viviamo nel sud» disse Silva «il clima non favorisce le nostre idee politiche, noi siamo gente del Sud, Pereira, e ubbidiamo a chi grida di più, a chi comanda […]. Comandava il capo, e noi abbiamo sempre avuto bisogno di un capo, ancora oggi abbiamo bisogno di un capo». «Però io faccio il giornalista» replicò Pereira. «E allora?» disse Silva. «Allora devo essere libero» disse Pereira «e informare la gente in maniera corretta». 

Che cosa ha da insegnarci, che cosa c’è di ancora attuale in questo personaggio all’apparenza così poco memorabile? Per ritornare al nostro discorso: il senso della responsabilità, che va sempre più ingombrando i suoi pensieri, nei confronti tanto della propria coscienza quanto della propria nazione. Ecco allora che sono i caratteri così comuni di Pereira a renderlo iconico e vivo anche ad anni di distanza, perché inversamente proporzionali al coraggio da lui dimostrato. Da quando, all’inizio del romanzo, fa la conoscenza del giovane ribelle Monteiro Rossi, nella mente di Pereira cominciano a divenire sempre più nitide le categorie di giustizia e ingiustizia, i dettami della legge naturale, al di là di che cosa la legge positiva predisponga. La sua graduale e irreversibile presa di posizione contro il regime si riverbera nell’infallibile ritornello «Sostiene Pereira» che apre il sipario su tutte le scene che lo vedono protagonista, dalla prima pagina all’ultima. Sostenere, il verbo della resistenza, dell’abnegazione e dell’irriducibilità è continuamente declinato in un monito che ci ricorda come ognuno di noi, nell’insignificanza della propria quotidianità, può sostenere un’idea, può scegliere da che parte stare, può ergersi di fronte ad eventi avversi proprio come ha fatto il grasso giornalista.

«Ma non ho nessuno con cui parlare» confessò Pereira […]. Ci sarebbe Monteiro Rossi, ma è latitante». «È Monteiro Rossi che ha conosciuto?» chiese il dottor Cardoso. «È il mio praticante» rispose Pereira «il ragazzo che mi scrive gli articoli che non posso pubblicare». «E lei lo cerchi» replicò il dottor Cardoso «lo cerchi, dottor Pereira, lui è giovane, è il futuro, lei ha bisogno di frequentare un giovane, anche se scrive articoli che non possono essere pubblicati sul suo giornale, la smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro».

Quando Pereira smette di prendersi cura solo di sé e della propria precaria salute, quando decide di aiutare Monteiro Rossi unendosi, inconsapevolmente, alla clandestina opposizione alla dittatura di Salazar, quando non straccia ma conserva i polemici e sovversivi articoli del giovane su D’Annunzio e Marinetti, deliberatamente contrari al fascismo dilagante, è lì che avviene il suo cambiamento, la presa di coscienza del suo ruolo. Ora Pereira sa cosa deve fare, e lo farà come meglio può. Definito in più occasioni un grande romanzo civile, premiato dalla critica e oggi in una nuova edizione a fumetti targata Feltrinelli, quindici anni dopo la sua prima pubblicazione Sostiene Pereira ci insegna che quando si ha una voce che può essere ascoltata, si ha anche la responsabilità di usarla. E di usarla bene, s’intende.

Un libro per: chi cerca la verità nella letteratura.

Posted by Beatrice Merlo in Libri e Letteratura
Cherchér l’homme: “La ragazza di Marsiglia”

Cherchér l’homme: “La ragazza di Marsiglia”

Cherchér l’homme, questo il proposito fissato da Maria Attanasio (Caltagirone, 1943) al momento di cercare informazioni riguardo a quella che sarebbe diventata la protagonista del suo fortunato romanzo (La ragazza di Marsiglia, Sellerio, 2018): Rosalia Montmasson. Un nome singolare, che già solo a sentirsi sembra promettere storie d’altri tempi. Effettivamente, Rosalia Montmasson non ha nulla da invidiare ai personaggi che afferiscono al genere epico, tranne la fama eterna. Raschiata via dai palinsesti della Storia, Rosalia fu infatti il trecentotrentottesimo eroe dei Mille di Garibaldi, l’unica donna ad aver partecipato attivamente alla spedizione, la sola ad essersi imbarcata alla volta della Sicilia, mossa da mazziniani furori. La domanda sorge allora spontanea: com’è possibile che una storia così peculiare, che un unicum di tal fatta non solo non compaia in alcun libro di storia, ma nemmeno venga citato, neppure per sbaglio, quando si parla di Risorgimento? Come in molte altre storie, anche in questa il colpevole è soprattutto l’amore. In tutta la vicenda, infatti, legati a doppio filo con gli entusiasmi politici ci sono quelli amorosi: questa pratica, energica e spumeggiante ragazza di Marsiglia fa perdutamente innamorare il giovane futuro primo ministro Francesco Crispi, a cui rimarrà unita come sposa per 25 anni. È proprio Crispi, qui ancora fervente repubblicano, a istillare in lei la passione politica, gli ideali di indipendenza, di libertà e di autodeterminazione, negli anfratti di un amore passionale e inesausto.

Di notte a volte, la gioia d’essere accanto a lui la svegliava all’improvviso, forzando il sonno; percepiva la fragilità mortale del suo corpo e di quello di Fransuà. E, insieme, la tensione immortale della sua mente: l’ardente congiungimento in essa di un’infinita catena di voci occhi mani dal profondo dei tempi in cammino verso il futuro. Si stringeva a lui, piano per non svegliarlo, il suo amore dormiente, lasciando nella sala dei passi perduti il suono della sua vita passata e il suo non sense.                              
(p. 31)

Quest’affinità elettiva e spirituale tra i due, sviluppatasi sotto il segno della lotta comune, in cui alla fine è Rosalia a dimostrarsi la più convinta e tenace, non è comunque destinata a durare: mentre l’Italia unita sta compiendo i primi passi, le opportunità di far carriera, a costo di rinnegare il proprio passato, attraggono Crispi al punto di decidere di cacciare Rosalia, simbolo di tutto ciò che egli non voleva più essere, fuori dalla sua vita. E così, dalla Storia.

Proprio a  causa di questo gravoso inconveniente, Maria Attanasio ha avuto il suo bel daffare nella stesura della Ragazza di Marsiglia, con l’esito di un riuscito romanzo storico (forse addirittura storiografico) che racconta vita, morte e qualche miracolo di Rosalia Montmasson. L’autrice, come racconta lei stessa nel libro, viaggiando per Malta, spulciando gli archivi dell’isola e tenendo come riferimento un saggio senza cui forse la nostra garibaldina sarebbe rimasta del tutto sconosciuta (Una donna fra i Mille, di Renato Composto, edito nel 1989), riesce infine a ricostruire un fedele ritratto di questa donna  impavida, cocciuta e passionale. La magnificenza del romanzo scaturisce tutta dal suo straordinario personaggio principale, la cui storia è già abbastanza avventurosa da permettere all’autrice di evitare fregi stilistici troppo pretenziosi. La prosa dell’Attanasio è infatti stringata, incalzante e schietta e lascia che la storia fluisca da sola in tutta la sua vitalità. I particolari storici minuziosamente registrati arricchiscono il testo, senza per questo appesantirlo o rallentarci nella lettura, che risulta anzi singolarmente vivace e scorrevole.

Troppo distante, e troppo affollato, il mare: non riesce a individuare la nave ammiraglia, dove si svolgerà la festa. Una pazzia, un’insensatezza… con i morti ancora in mezzo alle strade senza sepoltura… rimugina tra sé, ma volente o nolente deve andarci. Un pensiero per un attimo le attraversa la mente:«Come ci vado? Non ho niente». Colpevole e blasfema vanità di femmina, che scaccia subito via. Sono una garibaldina, fu l’orgogliosa e riabilitante conclusione del suo soliloquio.                                          
(p.121)

Piaccia o non piaccia infine il libro per qualsivoglia ragione (ma come forse si è intuito, io non ho potuto che apprezzarlo molto), sono però del parere che si debba sempre essere grati a chi ci permette di conoscere qualcosa di nuovo. Personalmente non avevo idea dell’esistenza di una donna di tale portata nel nostro Risorgimento, ma sono stata ben felice di conoscere questa ragazza di Marsiglia attraverso le parole di Maria Attanasio.

Un libro per: chi non ha paura dei romanzi storici e ama le grandi protagoniste femminili.

Posted by Beatrice Merlo in Libri e Letteratura