Abbiamo ripassato il piacere di manifestare: una metariflessione sugli avvenimenti della Gkn, il precariato e la lotta di classe.

I fatti

È il 9 luglio 2021 ai lavoratori della Gkn arriva una mail; temporalmente sono tre settimane prima dell’inizio delle sognate vacanze. 422 lavoratori di Campi Bisenzio in provincia di Firenze saranno costretti a lasciare il loro posto di lavoro. Il testo di quella comunicazione racchiude in sé parole come “licenziamento collettivo” e “chiusura immediata”. Sono termini forti che pesano in un anno fatto di sacrifici e blocco di licenziamenti. La decisione era arrivata a seguito ad un calo generale del mercato automobilistico e la sempre più massiccia competitività in questo campo produttivo. La notizia sembra sollevare qualche reazione in ambito politico, sono infatti i sindaci di Firenze Dario Nardella e di Campi Bisenzio Emiliano Fossi, uniti a Confindustria a dichiarare la loro preoccupazione per i lavoratori, le loro famiglie e l’intera comunità. La vice ministra allo Sviluppo economico Alessandra Todde convoca un tavolo in prefettura a Roma, l’azienda non si presenta fisicamente ma sarà collegata da remoto. Le parole della vice ministra saranno: «Una gravissima mancanza di rispetto, lo Stato tratta con chi ha il potere di trattare e la parola responsabilità fa parte del vocabolario delle aziende che si siedono al tavolo delle istituzioni.» 

Due sono i termini chiave per comprendere la vicenda: “Le istituzioni” una parola che nel tempo ha assunto connotati e forme diverse e “lo stato” che tutti abbiamo studiato nel suo funzionamento e nelle sue peculiarità. Durante la scuola primaria impariamo il ruolo delle istituzioni, della Costituzione e del diritto. Ci insegnano il senso civico, le regole e il rispetto. Parole che risuonano dal 1948 nei nostri vocaboli e nelle nostre vite. Insieme a questi due grandi poli vi è un altro tema fondamentale, ovvero quello del lavoro. 

Si insegna infatti che lavorare nobilita l’uomo, lo rende libero, ci hanno insegnato che ognuno di noi svolge un lavoro per la società, dalla frequentazione della scuola dell’obbligo, all’università fino allo stipendio e al pensionamento. Cosa succede però quando lo stato e le istituzioni vengono a mancare e il lavoro scarseggia? La risposta è semplice: si manifesta. 

Succede il 19 luglio, esattamente dieci giorni dopo l’invio della mail che annunciava il licenziamento immediato; per le strade di Firenze si riversano diecimila persone, in Piazza Santa Croce, davanti al simbolo della nostra italianità ovvero la statua di Dante, operai, quadri, impiegati, giornalisti, rappresentati di cultura e dello sport si riversano per chiedere giustizia supportando i lavoratori della Gkn. I sindacati chiedono con i megafoni il ritiro immediato dei licenziamenti e la tutta la classe politica resta in silenzio, nascosta nelle ale più remote dei palazzi del potere. 

Diecimila è un numero capace di suscitare un’infinità di ricordi. La storia, come sempre è maestra, era infatti il 1969 quando iniziava il periodo definito “l’autunno caldo” dove in diverse parti d’Italia, operai, lavoratori e studenti scendevano nelle piazze per richiedere maggiori diritti e più riconoscimenti. Tutto era cominciato nel gennaio 1969 quando alla conferenza della FIOM di Sesto San Giovanni il segretario confederale Rinaldo Scheda affermava: «Il difetto principale del sindacato sta nel non essere strutturato e predisposto in modo da suscitare, e neppure da utilizzare, tutta la carica di partecipazione dei lavoratori. Così si spiegano tanti scavalcamenti e spontaneismi che mostrano anzitutto l’esistenza di aree non coperte bene, o non coperte affatto, dal sindacato. La questione sta dunque nel realizzare la massima democrazia di base per acquisire la massima capacità di direzione. E bisogna farlo essenzialmente sul luogo di lavoro, unica “sede sociale” dove in Italia – vedi caso – il sindacato non è ancora riconosciuto né in via contrattuale né in via giuridica, e dove a milioni di lavoratori, radunati a fini produttivi, non è concesso per legge (come da poco in Francia) né per accordo (salvo poche aziende come la Alfa e la Lebole) di riunirsi a fini rivendicativi. Ora, il merito principale della conferenza FIOM, alla luce di questo nesso fra democrazia nel sindacato e potere del sindacato, è di aver fondato sulla fabbrica tutto il discorso del rinnovamento, cioè del rapporto diretto di base e di massa, del sindacato coi lavoratori». Il 1969 è l’anno in cui Londra è invasa dalle proteste dei laburisti, mentre in Italia in diverse città si occupano in modo pacifico alcune aziende e fabbriche. I numeri sono colossali, nelle strade scendono dalle 189.000 persone alle quasi 260.000 nel 1970 per arrivare anche a picchi di 300.000.

Nel corso degli anni le manifestazioni si sono progressivamente ridimensionate, è scomparsa forse quella voglia di urlare e riversarsi nelle piazze. Il 19 luglio si è tuttavia riscritta una pagina di storia, forse una di quelle che ricorderemo come prezioso insegnamento per il futuro. La capacità del collettivo della Gkn è stata quella di raccogliere obiettivi e sensazioni comuni dei lavoratori. Insieme a loro il gruppo di supporto Insorgiamo ha pubblicato un lungo post sulla piattaforma contentee le motivazioni dello sciopero: 

Come gruppo di supporto “Insorgiamo con i lavoratori Gkn” vogliamo entrare nel merito della giornata di sciopero generale di lunedì 19 luglio lanciato da tutte le organizzazioni sindacali, dai confederali al sindacalismo di base, in appoggio alla lotta dei lavoratori Gkn.
Lo sciopero è stato costruito e sostenuto da tutte le Rsu, le organizzazioni, le strutture e le realtà di base che in queste lunghe e calde giornate sono passate dallo stabilimento portando la propria solidarietà e raccogliendo l’invito allo sciopero.
La giornata di sciopero ė stata costruita attraverso volantinaggi, la realizzazione dello striscione “Insorgiamo”, la preparazione di coreografie, cori e accompagnamento. 

Lo sciopero si è nutrito del clima e del morale che siamo riusciti a tenere alto durante giorni e notti passate a presidiare la fabbrica.
Lo sciopero è iniziato durante le notti del fine settimana, è proseguito con lo spostamento dei pullman dalla Gkn al centro, scortati da motorini e bandiere fino ad arrivare alla piazza.
Tante delle parole che abbiamo sentito in Santa Croce sono state portate via dal vento anche se non possiamo non sottolineare le contraddizioni di tutti coloro che oggi sembrano tornati dopo un lungo viaggio durato trent’anni e si trovano spiazzati dalla realtà che presentava ai loro occhi.
Peccato che siano gli stessi che in questi trent’anni hanno firmato e sottoscritto tutte le norme e leggi che oggi hanno prodotto questo disastro fino allo sblocco dei licenziamenti.
Sono gli stessi che hanno sempre sbattuto in faccia ad ogni esperienza uscita dal loro controllo la retorica della “legalità”, salvo poi rendersi conto solo adesso che quella stessa legalità tutela le multinazionali e non i lavoratori.
Era semplice ieri e rimane semplice oggi: la legalità non corrisponde alla giustizia, ma agli interessi di chi detiene il potere.
E vorremmo anche sfatare l’idea che il problema sia la forma con cui avviene un licenziamento e che questo genere di azioni siano solo il frutto delle scelte di fondi finanziari e multinazionali: forse qualcuno ha nostalgia della vecchia raccomandata e dei padroni “vecchio stile”, stile avvocato Agnelli?
Ecco, sappiano che questa è la naturale evoluzione del sistema del profitto e della competizione e che un licenziamento è pur sempre uno schifosissimo licenziamento… nient’altro!

Le uniche parole che di quella piazza ci sentiamo sulla pelle sono invece quelle dei lavoratori della cementizia in presidio da nove mesi davanti alla loro fabbrica, quelle dei lavoratori Gkn in appalto e soprattutto quelle del Collettivo di fabbrica che era estensione di quanto si è visto in piazza.
Perchè in realtà il corteo con cui siamo arrivati in Santa Croce e quello con cui ne siamo usciti ha parlato chiaro: tempi, tensione, rabbia ed emozioni sono state scandite solo ed unicamente dagli operai Gkn e dai solidali che li hanno supportati fino ad oggi.
Un momento di piazza combattivo e determinato che ha travalicato le appartenenze sindacali, i balletti e gli equilibri di una burocrazia che sempre di più i lavoratori sentono lontani dai propri interessi, che ci ha fatto sentire in termini collettivi e politici ciò che quotidianamente siamo solo individualmente come merce nelle mani dei padroni: lavoratori e lavoratrici!
Sicuramente siamo ancora dentro ai calcoli e alle previsione che il fondo Melrose ha fatto preparando accuratamente la chiusura della Gkn, come è stato rimarcato dal palco durante l’intervento del Collettivo, ma c’è un aspetto che probabilmente non hanno considerato perchè non avevano neanche interesse a prendere in considerazione, visto che avrebbero lasciato questo territorio: che questa vertenza andasse oltre il piano sindacale, si facesse riferimento per centinaia di lavoratori e lavoratrici e si facesse lotta politica sfidando le passerelle e le promesse di istituzioni locali e Governo.
Altro che sciopero simbolico, come auspicava Confindustria!

Foto di Andrea Tedone, fonte Dinamo Press

Le manifestazioni continueranno per tutta l’estate coinvolgendo anche diversi esponenti intellettuali quali Zerocalcare che ha realizzato il volantino per l’ultimo incontro organizzato il 18 settembre sempre a Firenze. Quest’ultimo corteo ha visto la partecipazione di un’intera città che ha conquistato i viali della Fortezza da Basso arrivando fino a Piazzale Michelangelo. Tanti i fumogeni, molti gli striscioni e gli interventi. Un momento di grande collettività che non vedevamo da tempo.

Due giorni fa è stato accolto il ricorso dei 422 operai licenziati in maniera ingiusta dall’azienda, per il tribunale di Firenze e per il giudice l’azienda avrebbe violato l’art. 28 dello statuto dei lavoratori mettendo in atto comportamenti considerati come antisindacali.

Dovremmo dunque tirare un respiro di sollievo, essere più sereni e felici eppure qualcosa rimane. Sarà forse la potenza del termine “insorgere” che è stata capace, più di altre come quella di “stato”, a rimanere incagliata nelle nostre menti. Saranno state le immagini simboliche che abbiamo visto sui social network e non sui quotidiani o alla televisione a riaccendere quella speranza che avevamo perduto da tempo. 

Le vicende della Gkn ci pongono di fronte alla domanda filosofica che da sempre attanaglia l’uomo: “stiamo vivendo per lavorare?”

La risposta è sì. Abbiamo per lungo tempo considerato le opportunità lavorative come eccezioni, come miracoli che i datori di lavoro ci fornivano, come possibilità di avanzamento di carriera. Abbiamo vissuto contratti da precari sulle spalle considerandoli esperienze costruttive e di formazione. Abbiamo accettato di consegnare pizze a domicilio per 2,50 euro l’ora, abbiamo accettato contratti da stagisti sottopagati con rimborso spese da 300 euro. Abbiamo accettato senza condizioni lavori retribuiti in nero e senza garanzie. Abbiamo firmato indecisi, ma soddisfatti di avere un lavoro. Penso tuttavia che lavorare non sia una opportunità, non sia un percorso di formazione, ma sia invece un offrire qualcosa, sono io lavoratore che ti dedico il mio tempo, le mie competenze e la mia formazione affinché un domani questa azienda, scuola, istituzione, questo stato possa essere un posto migliore anche con il mio piccolo contributo sociale.

I lavoratori della Gkn ci insegnano a lottare e la loro storia deve essere raccontata, deve volare portando con sé un’eco di ritorno. Dunque noi non solo vogliamo sostenerli, ma ringraziarli, perché forse, per la prima volta in questo paese, dopo molto tempo, ci hanno insegnato che il lavoro non ci nobilita, ma ci rende persone capaci di scegliere.

Questa volta le condizioni le detta chi lavora e non chi dirige e noi saremo sempre dalla parte di chi ha avuto il coraggio di insorgere.