La voce ai colpevoli. Una breve riflessione sulla politica italiana attraverso lo sguardo dei giovani.

Nella canzone Stay away di Night Skinny c’è un verso che esprime il disagio generazionale dei giovani d’oggi: “Non mi piacciono le istituzioni/ Quindi fanculo le guardie, lo Stato e il presidente/ Sto bene in zona mia con la mia gente (con la mia gente)”. Non è un caso che la nostra redazione scelga proprio questa canzone per parlare di una crisi istituzionale cominciata nel lontano 1994.

Nei giorni passati, in una delle poche interviste e dichiarazioni del Presidente del Consiglio, Mario Draghi sottolineava la necessità di lasciare le dosi disponibili dei vaccini contro il Covid-19 alle categorie più fragili e agli anziani. Una bella pretesa visto il piano vaccinale che lo stato italiano ha adottato a partire dalla campagna vaccinale diffusa e iniziata il 27 dicembre 2020. Nell’ultimo anno abbiamo assistito con pazienza all’ipotesi di una rinascita, quella che ci hanno assicurato i medici, le istituzioni e più in particolare la politica italiana. Abbiamo rispettato il distanziamento sociale, le restrizioni, le fasce di colore che ci rendevano sempre più divisi come una nazione. Rinchiusi nelle nostre mura domestiche ci siamo laureati, abbiamo sostenuto esami, frequentato le lezioni online, ci siamo connessi alle otto del mattino per essere presenti durante la DAD. Abbiamo mostrato le nostre cambrette, cucine, i nostri spazi personali, quelli che fino a poco tempo prima erano accessibili ai pochi amici o ai nostri familiari. Abbiamo sopportato la mancanza di abbracci, degli sguardi dei nostri professori, abbiamo percepito che quella era la cosa giusta da fare in vista di un futuro.

Ma è davvero arrivato il futuro che tanto speravamo? Le risposte a questa domanda sono molteplici; da un lato abbiamo continuato le nostre vite adattandoci ad un modo sempre più digitale, fatto di app di incontri, di social network, di google classroom, fatto di notti a chiederci “quando finirà?”. Dall’altra parte, quel senso di impotenza che da anni contraddistingue le generazioni più giovani è stato alimentato da ogni senso di spesamento, paura, sofferenza e rabbia che abbiamo provato in questi mesi. Abbiamo accettato di vivere secondo le regole, niente più movida, niente assembramenti, abbiamo vissuto con la consapevolezza della colpa quella che ogni media dalla televisione alla radio ci hanno inculcato nella mente in questi mesi: “il problema della pandemia e della diffusione del virus sono i giovani che non rispettano le regole.”

Eppure qualcosa è comunque andato storto. Oltre ad essere diventati i capi espiatori di questa pandemia globale abbiamo anche smesso di credere. Se durante la prima ondata avevamo fiducia e osservavamo i dati preoccupanti alla fine di ogni giornata, ora non li guardiamo nemmeno più se non quando bisogna cambiare colore nella speranza di poter, anche se a distanza e rispettando le regole, vedere le persone che ci mancano. Ma siamo davvero sicuri che la perdita della nostra autostima, del nostro coraggio e della nostra possibilità e capacità di sognare sia legata solo a questo periodo?

In questo caso la risposta è più semplice e decisiva: no. La crisi generazionale raccontata nei libri, nell’entrate al Pronto Soccorso di qualsiasi ospedale di giovani che tentano in suicidio e nelle canzoni trap-indie non sono solo una spia di ciò che sta accadendo, ma sono l’urlo soffocato di giovani che per anni si sono sentiti gli “incapaci” di questo paese. Le frasi più ricorrenti che un giovane d’oggi ha udito in tutti questi anni sono: “voi non potete capire…ai miei tempi sì che si lavorava… siete solo sfaticati, non avete voglia di fare niente.” Solo pochissimi studiosi hanno analizzato la percentuale di abbandono della scuola, o le dinamiche sociali che sottendono queste decisioni. Ci hanno detto di studiare, di vivere per la cultura e di credere, di faticare, di lavorare duramente e l’abbiamo fatto. Ci siamo poi accorti di un piccolo dettaglio. Mentre ognuno di noi era chino sui libri o sulle sbobine a studiare abbiamo scoperto che il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio non è laureato, che Matteo Salvini gestisce un partito senza avere una laurea e che anche noi, proprio come il peggior riflesso della politica ci stavamo sfaldando. Ci dicevano di studiare, che un titolo non bastava e dunque abbiamo investito risorse e mezzi per completare i nostri studi che non erano mai davvero completi. L’indennità di un deputato è stimata all’incirca 11.703 euro lordi, una bella cifra considerando che in un periodo di grandi restrizioni sociali ed economica una famiglia su tre fa fatica ad avere un computer affinché il figlio possa seguire la didattica a distanza. Inoltre se paragonata allo stipendio di un docente o di un neolaureato non è solo un pugno nello stomaco, ma anche una vera e propria presa in giro.

Nonostante le mortificazioni subite una cosa non cambierà nel nostro paese, ovvero la rabbia sociale. L’abbiamo vista qualche settimana fa davanti a Palazzo Chigi quando i ristoratori protestavano per i mancati indennizzi, l’abbiamo vista con le proteste in piazza e le occupazioni delle scuole. La vediamo quotidianamente sui profili social di tutti. Quelle che fino a poco tempo fa erano canzoni considerate come “violente e aggressive” sono di fatto lo specchio di ciò che l’anima custodisce nel profondo. Si possono fermare le scuole, i mezzi, gli incontri, le uscite, ma una cosa non si fermerà: la voce. Fino a quando la politica italiana continuerà ad aumentare il divario tra futuro e passato la voce sarà ancora più forte.

In conclusione è giusto vaccinare anche i giovani, quelli che lavorano, gli psicologi, gli insegnanti, i lavoratori della pubblica amministrazione, chi lavora negli ospedali, le categorie più fragili e i più anziani. Non siamo noi a fare la differenza, proprio perché cerchiamo di continuare, di andare avanti come ci hanno sempre insegnato. Il problema è la gestione nazionale e regionale e fino a quando questo non sarà chiaro questo paese resterà in eterno una bolla costruita per chi ha più di cinquant’anni. Tutti devono ricevere il vaccino, tutti devono accedere alle cure assistenziali, tutti hanno diritto alla sanità, alla tutela, al lavoro, alla cultura e all’istruzione, lo sancisce la nostra Costituzione ed è amaro che a ricordarlo ogni giorno siano i giovani. Gli stessi che sono a margine di una società, gli stessi che oltre ad essere i colpevoli di questa pandemia, sono anche stanchi di sentirsi tali, ma che nonostante tutto non perderanno mai la voce. La stessa che questo paese ha dimenticato nel 1994.