Due chiacchiere con… Pietro Caliceti

Il 12 novembre è arrivata nelle librerie una novità targata Baldini+Castoldi: L’opzione di Dio, la terza fatica dell’avvocato Pietro Caliceti, penna già nota al mercato editoriale grazie al successo dei suoi romanzi precedenti, L’ultimo cliente (Baldini+Castoldi, 2016) e BitGlobal (Baldini+Castoldi, 2017). Affezionato al mondo dei legal thriller, l’autore non manca nemmeno questa volta di trascinarci in una trama di investigazioni, sotterfugi, traffici finanziari e accordi illeciti, il tutto reso ancor più intrigante dal fatto di svolgersi all’interno delle mura vaticane.

Il ritmo narrativo parte subito al galoppo, con un coup de théâtre che apre la spinosa vicenda, ambientata nell’era post-Bergoglio: un attentato jihadista lanciato proprio in via della Conciliazione, alle porte di San Pietro. Non solo: mentre una Roma «percossa e attonita» fa partire le prime indagini, viene data la notizia dell’incombente morte del papa, annuncio che innesca meccanismi di favori, compromessi e coercizioni tra i cardinali, sia da parte del leader progressista che di quello conservatore, in vista del conclave ormai prossimo. È qui che entrano in scena i due protagonisti, i fratelli Alessio e Giovanni, incaricati dal cardinale Hamilton, in lizza per l’elezione, di investigare sul suo avversario, Vignale, in cerca di qualcosa di compromettente. Alessio è un uomo di Dio e rappresentante di una fede pura e ingenua, Giovanni un avvocato capace e disincantato, ma insieme i due porteranno alla luce scoperte inaspettate e sconvolgenti. Insomma, c’è del marcio in Vaticano.

Per comprendere meglio la natura di questo libro, assai articolata ricchissima di spunti, lasciamo la parola all’autore stesso, con cui abbiamo avuto la fortuna di scambiare due chiacchiere – naturalmente telefoniche – nei giorni scorsi.

La prima domanda sarà banale ma doverosa: da avvocato di successo quale lei è, che cosa l’ha spinta a scrivere narrativa a un certo punto della sua vita?

Ho sempre scritto parecchio di legge, come monografie giuridiche o saggi pubblicati in rivista, e sono sempre stato un buon lettore, ma l’avvicinamento alla narrativa è stato la conseguenza a un momento difficile della mia carriera. Era il 2010 e la crisi economica imperversava in tutt’Italia. A quel tempo avevo, ormai dal 2003, un mio studio in proprio, e l’attività subì una battuta d’arresto, a causa della cessazione improvvisa delle operazioni straordinarie delle banche, che era il campo di cui principalmente mi occupavo. L’anno successivo non diminuirono le difficoltà, così come negli anni a seguire. Nel 2014 mi sentivo piuttosto disperato, con sempre meno collaboratori e meno clienti. La scrittura è stata per me il modo di buttar fuori tutta la frustrazione, la mia valvola di sfogo. L’ultimo cliente è in effetti un libro estremamente autobiografico, dove rileggo la crisi in chiave generazionale e trasversale alle varie professioni. Non pensavo neanche di pubblicarlo: lo avevo concepito come un appunto per le mie figlie, di modo che, quando la crisi fosse finita, avrebbero capito che cosa avessi passato. Poi il proprietario della Baldini+Castoldi lesse le prime quaranta pagine e mi spinse subito a continuare la storia.

 E oggi che spazio riserva alla scrittura?

Con l’esperienza del primo libro la scrittura, da terapeutica, divenne per me un’attività di piacere, perciò fu naturale non smettere di scrivere. Non è il mio mestiere, certo, ma questo è un vantaggio: non sono costretto a scrivere, non devo buttare fuori un libro all’anno, come molti fanno, col rischio di diventare ripetitivi o banali. Scrivo solo se mi viene un’idea che mi intriga. A quel punto, da quando inizio a pensare al libro, comincia un periodo anche molto lungo di ricerca e documentazione, perché tutte le storie che scrivo sono basate su fatti veri. Ragiono anche sulla struttura del libro, su cosa mettere prima e dopo, su come alternare i capitoli eccetera. Fin qui non scrivo ancora nulla, ma terminata questa fase sono molto facilitato nella stesura. Cerco di scrivere tendenzialmente ogni giorno, anche solo una riga, ma non importa: non è l’ispirazione, ma la costanza che conta, quando si scrive un romanzo.

Mi ha detto che il suo primo libro è nato da un’esperienza personale. Vale lo stesso anche per L’opzione di Dio?

Certamente, e anche stavolta si tratta di un caso fortuito. Ero in chiesa per fare da padrino a mio nipote in occasione della sua cresima. A un certo punto mi passò accanto un ragazzino tetraplegico, in sedia a rotelle. Non poteva compiere alcun movimento, eppure rimasi colpito dalla sua felicità, dalla sua gioia mentre si dirigeva all’altare per ricevere la cresima. È lì che ho pensato al concetto di «opzione di Dio»: per quel ragazzo ha molto più senso credere a un Dio buono che non credere affatto, o credere a un Dio crudele. La fede è l’unica risposta possibile all’alternativa del non-senso. Questo è il punto centrale del discorso di Alessio, nella prima parte del romanzo.

È una soluzione piuttosto pascaliana: ricorda la «scommessa su Dio»

In effetti è così, è quasi una riproposizione di ciò che intendeva Pascal: scommetti su Dio, perché se non esiste non perdi nulla, ma vivi sereno e nella bontà, se esiste è tutto di guadagnato. Pascal è peraltro tra gli autori più importanti per me, ma nel libro c’è anche molto dei Karamazov di Dostoevskij.

È stata questa la sua fonte principale per il romanzo?

Assolutamente. La dialettica tra il bisogno di credere, da un lato, e l’assurdità del credere, dall’altro, in Dostoevskij è rappresentata dai due fratelli: Aleksej e Ivàn, che ho preso in prestito, sia nei nomi che nell’attitudine, per realizzare i miei, di fratelli. In questa alternativa il terzo incomodo è proprio la Chiesa, che infatti nei Fratelli Karamazov è bersaglio di una critica feroce nelle pagine del Grande Inquisitore, dal quale è accusata di aver tradito il messaggio di Cristo per inseguire il potere. È senz’altro una critica che vale anche ai nostri giorni, insieme a molte altre. Qui si apre il discorso sulla pedofilia, sugli scandali finanziari e sulla crisi di identità che la Chiesa sta vivendo, nelle sue varie spaccature interne così come nel confronto con altre religioni. Ho pensato che se avessi dovuto scrivere un Karamazov dei nostri tempi avrei dovuto includere tutte queste tematiche, e così ho fatto.

Per trattare di tutti questi argomenti, il lavoro di ricerca dev’essere stato lungo

Infatti. Mi sono studiato la crisi della Chiesa, ho raccolto tutto quanto detto negli ultimi anni dai vari rappresentanti tradizionalisti e progressisti, ho cercato di capire cosa fosse successo nei passati conclavi, e naturalmente ho fatto ricerca sulla storia del terrorismo islamico e sui finanziamenti alla base degli attentati. Ho mixato il tutto ed è venuto fuori L’opzione di Dio.

Pensa che una critica così articolata sull’istituzione della Chiesa possa causare indignazione da parte dei lettori e della stampa? Molti qui in Italia considerano la Chiesa praticamente intoccabile

Sicuramente me lo aspetto. Tra l’altro vedo che i giornalisti fanno fatica a parlare di questo libro.Sarà un caso, ma non era successo con i miei romanzi precedenti. Di contro mi pare che il libro stia piacendo molto a chi lo legge, e questo è l’importante.

Veniamo a una questione estetica: il suo stile è molto ritmato e fluido, le pagine scorrono con facilità. Sorveglia molto l’aspetto formale per ottenere questo effetto?

Non scrivo in questa maniera perché ritengo di avere uno stile particolare, ma perché mi piace. E mi piace anche che la scrittura si faccia leggere con facilità. Non mi piacciono invece gli scrittori che invece si beano della loro bravura infarcendo le pagine di aggettivazioni, digressioni e simili.

E quali scrittori le piacciono?

Dostoevskij rimane uno degli autori che ho amato di più. Anche il cognome dei fratelli Alessio e Giovanni, cioè Macchia, è un omaggio all’etimologia russa del nome Karamazov, che alcuni collegano al concetto di onta. Ma sono molti gli scrittori che apprezzo: Melville, con il suo capolavoro Moby Dick, Hemingway, che sento particolarmente vicino come tipo di scrittura, Joyce, Kafka, e più vicini a noi Graham Greene, James Salter e tra i giallisti Don Winslow. Ho letto tanto e continuo a farlo, questa è una costante della mia vita.