Le occasioni mancate. Pensieri sulla scuola

È notizia di questi giorni che il Ministero della pubblica istruzione stia lavorando per consentire agli studenti di tornare a fare lezione in presenza già prima di Natale. Ancora una volta la scuola ritorna alla ribalta della cronaca, nel modo sbagliato…

Sono fermamente convinto che la questione della centralità dell’istruzione e del bene degli studenti, in questo momento storico, non si giochi in alcun modo all’interno dell’alternativa tra scuole aperte e scuole chiuse, Dad e didattica in presenza.

Ero contrario alla riapertura delle scuole già a settembre. Ritengo che non ci fossero le condizioni adeguate per assicurare una ripresa sensata e proficua; “riaprire” è stata anzitutto un’imprudenza educativa e didattica, prima ancora che sanitaria; una scelta ideologica (come spesso accade nella politica italiana), obbligata dalla mancanza di alternative valide.

Non ho le competenze per muovere critiche al governo e non voglio mescolare la mia voce a quella di tante altre persone che con facilità pontificano su qualsiasi argomento. Sono profondamente consapevole che ci troviamo in una situazione di emergenza che ha posto tutti di fronte scenari ignoti, ma sento di dover dire con chiarezza che questo governo (come quelli che l’hanno preceduto) non ha una politica chiara sulla scuola.

Altrove ho già espresso alcune considerazioni sulla Dad e sulla proficua riflessione che aveva innescato in alcune persone di buon senso. Credo sia stato un tremendo errore vivere la Dad come una circostanza emergenziale e non fare alcun investimento educativo, formativo ed economico perché questa risorsa (che, per quanto criticabile, ci ha consentito di mantenere il contatto con i nostri ragazzi durante il lockdown) potesse diventare un valido strumento di supporto alla didattica “ordinaria”, ma soprattutto perché offrisse l’occasione per ripensare alcune pratiche educative obsolete e inefficaci. Avevamo l’occasione per liberarci di alcuni tic che affliggono la nostra scuola e non abbiamo voluto farlo.

Io ho visto espressioni di disperazione quando, alla fine dello scorso anno scolastico, è stato annunciato che non ci sarebbero stati bocciati: «L’ultimo strumento per tenere a freno i ragazzi ed evitare che ci mettano i piedi in testa», ha detto qualcuno.

Qualche tempo fa ha fatto molto discutere l’insegnante che ha preteso che gli alunni sostenessero l’interrogazione bendati per evitare che copiassero. Al di là dell’immagine agghiacciante, considero un fallimento fare della “ansia da copiatura” un criterio didattico ed educativo.

Personalmente quello della copiatura è un problema che non ho mai sentito. Copiare è possibile solo nella misura in cui lo studente è chiamato a replicare un contenuto standard, quando gli è chiesto di riferire pedissequamente delle nozioni, quando lo si obbliga a esprimere il suo sapere apponendo una crocetta. D’altra parte, ho sempre pensato che se uno studente è talmente bravo da riuscire a copiare senza che l’insegnante se ne accorga, il problema è dell’insegnante e riguarda la qualità di ciò che propone agli studenti.

Anziché “fare alleanza” con il cambiamento, abbiamo levato gli scudi contro la “la didattica disincarnata e virtuale”, per poi arrenderci alla comodità di google moduli; abbiamo tuonato contro i rischi del medium dello schermo, poi abbiamo registrato le lezioni e le abbiamo caricate sulle piattaforme digitali perché era più comodo per tutti; abbiamo gridato di fronte al pericolo della solitudine degli studenti e poi li abbiamo caricati di compiti e abbiamo stretto sui programmi, per ansia…

Per me il dramma non è “zoom”, ma sentire che alcuni miei ex studenti in università preferiscono studiare per conto proprio anziché seguire i corsi…

Si sapeva che saremmo tornati alla Dad; già prima dell’estate si parlava di una “seconda ondata” della pandemia a ottobre. Nonostante questo, la scuola a settembre è ripartita con le stesse dinamiche di sempre, con gli stessi problemi di sempre (gli insufficienti, le programmazioni etc.), con l’aggiunta di nuove e fondamentali problematiche da affrontare: i PAI, i PIA, a che ora entrare, quanto far durare le lezioni, se indossare o meno la mascherina, se aprire o no la finestra, se fare percorsi preferenziali per uscire etc…

Stando a scuola, si ha modo di assistere ad un fenomeno singolare, che indubbiamente sarebbe necessario approfondire: alcuni insegnanti mostrano una abnegazione estrema quando si tratta di tabelle, unità di apprendimento, programmazioni, ma restano atterriti di fronte alla necessità di ripensare la loro didattica, come se gli venisse a mancare il terreno sotto i piedi. Sono disposti a fare tutte le tabelle che vuoi, ma se gli chiedi di esercitare un minimo di metacognizione, di guardarsi con occhio critico, di trasformarsi, resistono strenuamente! Può avere a che fare con il fatto che spesso, troppo spesso, nella scuola si annidano persone che avrebbero voluto fare altro, che non hanno una vera vocazione? Non lo so. So però che chi si interroga, chi chiede, chi pone i problemi, chi ama il proprio lavoro, spesso va incontro a difficoltà, suscita diffidenza e fastidio (nell’istituzione, come in alcuni colleghi), risulta indigesto o polemico.

Qualche anno fa, nell’ambito di un “corso di formazione”, ci venne proposta la visione del film “Freedom writers”. L’intento era quello di farci riflettere sulle strategie didattiche che la protagonista mette in atto per entrare in relazione con i suoi studenti. Questa donna, che era arrivata a scuola piena di entusiasmo e di sapere, aveva dovuto imparare a fare l’insegnante! Ma, e questo è sintomatico, ciò che più colpì molti dei miei colleghi fu la vicenda personale della protagonista, che, avendo compreso quanto fosse preziosa la scuola per la vita dei suoi ragazzi, aveva sacrificato totalmente la sua, fino a logorare anche il rapporto con il marito (che, obiettivamente,  tanto intelligente non era).

Mi ricordo, come fosse oggi, l’intervento di un’insegnante: «…beh, la storia è un po’ esagerata, dopotutto bisogna avere chiaro che l’insegnamento è un lavoro; pensare che per fare bene l’insegante uno arrivi a dover sacrificare tutto…». Ovviamente non era questo il senso del film, né l’intento per cui ci era stato proposto, ma è evidente che la vicenda toccava un punto nevralgico: l’insegnante medio non vuole essere inquietato.

Né si può dire diversamente dell’istituzione scolastica in quanto tale. Dallo scorso giugno non lavoro più nella scuola in cui sono stato insegnante e vicepreside, perché ciò che penso, ciò che ho detto (modi e contenuti) non è piaciuto alla nuova direttrice, una delle persone più confuse e ambigue che io abbia mai incontrato nella mia (pur breve) vita. E i docenti pensanti che sono ancora lì non hanno vita facile.

L’istituzione scolastica (pubblica e privata), diciamocelo chiaramente, non vuole e non può cambiare; e la politica non ha voglia di investire seriamente sulla scuola. Sarebbe troppo complicato! Bisognerebbe ripensare anzitutto la formazione degli insegnanti, i meccanismi per il loro reclutamento e la loro immissione in ruolo, le condizioni economiche dei rapporti di lavoro; investire sulle strutture, ridurre il numero degli alunni per classe, ripensare totalmente la didattica e i programmi, che per il ministro non esistono, ma per gli insegnanti e per il ministero sì… Se non esistessero come potrebbe il Ministero stilare delle prove di maturità nazionali? O su che base potrebbe stilare delle classifiche delle scuole? O somministrare quella boiata colossale che sono le prove invalsi?

Sembra che sia talmente impossibile coltivare un grande progetto sulla scuola, che le uniche alternative possibili siano tenercela così com’è o chiuderla! Non ho mai sopportato questa semplificazione dei problemi, questo stile (molto italiano) di stabilire delle alternative fisse e poi costringere a pensare i problemi esclusivamente all’interno di queste alternative: migranti sì, migranti no, matrimonio gay sì, matrimonio gay no, scuole aperte sì, scuole aperte no. Come in un eterno e fasullo referendum.

Noi siamo convinti che la nostra libertà stia nella quantità di informazioni di cui disponiamo e nella velocità con la quale ne veniamo in possesso. Ma la vera libertà sta nella possibilità di scardinare le alternative che ci vengono proposte e aprire possibilità inedite.

Questo gesto dissacrante, trasgressivo, che per me è profondamente filosofico ed evangelico, è ciò che chiedo insistentemente agli insegnanti, ai genitori, ai ragazzi: pensiamo oltre il confine del potere, oltre le alternative posteci dalle istituzioni… Poi magari ti licenziano, ma dopotutto rispetto a quando ti bruciavano, qualche passo avanti lo abbiamo fatto.

Così ho immaginato delle cose da fare adesso; una terza via tra “il totalmente chiuso” e il “totalmente aperto”. Potranno sembrare astruse, ma non rinuncio a dirle!

Assumere più docenti per smembrare le classi così da non superare il numero 15 studenti per classe. Potenziare le mense scolastiche, cosicché ragazzi e insegnanti non siano costretti ad ciondolare in giro, ma possano stare il più possibile in ambienti garantiti.  Predisporre mezzi pubblici dedicati agli operatori della scuola.

Consentire ai docenti residenti in un altro comune di fare lezione in Dad (invece nella mia ex scuola i docenti che, per comprovate motivazioni familiari, non si sono sentiti di mettersi sui treni e tornare in presenza, sono stati lasciati a casa con uno stipendio da fame, a fronte dei loro anni di servizio e delle molte ore non retribuite spese per il bene delle scuola).

Mi si dirà che non ci sono i soldi. Bufale! Per le cose idiote o moralmente discutibili i soldi vengono fuori sempre! Abbiamo schiere di costruttori edili che, con il mercato immobiliare in crisi (così sento dire da tempo) continuano a costruire palazzi destinati a restare vuoti. Non si può riconvertire questo settore nell’edilizia scolastica? Non gli si può dare da lavorare affidandogli le scuole?

A Milano (come, immagino, in altre città) ci sono studentati, alberghi e appartamenti vuoti, non si può pensare di convertirli in “luoghi protetti” per i ragazzi (magari delle superiori) che hanno parenti affetti dal Covid, così che possano continuare ad andare a scuola? Una volta si mandavano i figli in collegio (terribile!) perché era chic, oggi si mandano nei college stranieri a fare “il semestre all’estero”; in Italia non si possono mandare fuori casa in strutture adeguate?

Si possono offrire agevolazioni (che so, agevolazioni sull’Imu?) a quei proprietari che danno le loro case gratuitamente a lavoratori, studenti, insegnanti, che hanno necessità di uscire momentaneamente dal nucleo familiare?

E poi, in Italia siamo pieni di fondazioni e non ci sono maestranze disposte ad investire sulla scuola? Non si possono fare accordi per destinare materiale per la didattica online a chi ne fa richiesta?

Io conosco il cuore degli insegnanti! Ci sono inseganti che sarebbero disposti ad andare di casa in casa per insegnare, che sarebbero disposti a prendere in casa i loro studenti, se necessario. Insegnanti che lavorano senza sosta. Se la scuola si appoggia sulle loro spalle non crollerà, ma se si appoggia sulle spalle dei burocrati, dei nozionisti di professione, degli insegnanti di ripiego…non c’è salvezza.

Ma parliamoci chiaro: le soluzioni non si trovano perché la scuola non interessa, perché non sappiamo bene a che cosa serva, perché “investire sulla formazione dei nostri figli” è uno slogan in mezzo a tanti altri! Ogni possibile riforma deve partire da una visone chiara circa il senso e la funzione della scuola. Cosa ci aspettiamo dall’istituzione scolastica? Qual è la funzione del sapere? Che tipo di sapere vogliamo che sia coltivato ed esercitato a scuola?

So di alcuni insegnanti che già a settembre, per paura che tornasse la Dad, hanno compresso sei mesi di programma in un mese e mezzo!

Quando capiremo che il sapere è un mezzo per far emergere l’umanità che è negli studenti? È sempre stato così! Pensate che all’uscita dai teatri di Atene, dopo aver assistito ad una tragedia di Eschilo, i ragazzi venissero interrogati? O che la gente si lanciasse in disquisizioni sottili sui costumi, la recitazione e la psicologia di Medea? Non credo…

Si lamenta che sia la Dad ad aver disincarnato il sapere, ma sappiamo benissimo che la “disincarnazione” del sapere è un fenomeno ben più complesso, cominciato già da tempo! La Dad l’ha solo reso manifesto…

Qualche settimana fa chiacchieravo con alcuni miei ex alunni, che lamentavano la fatica della situazione attuale. Io mi sono permesso di dargli questo unico consiglio: chiedete! Domandate!

Quando un insegnante spiega a ritmi serrati, la strategia migliore è quella di tartassarlo di domande! Sicuramente un ottimo escamotage per rallentare il programma! Ma c’è di più. Preparare delle domande consente agli studenti di cominciare a masticare l’argomento, togliendoli da una posizione di totale passività rispetto al sapere. L’insegnante deve suscitare domande e lo studente deve esercitarsi nel domandare.

Ma c’è una ragione ancora più profonda: domandare richiama l’insegnate alla sua responsabilità di fronte al sapere che pretende di trasmettere. Bisogna chiedergli di metterci la faccia e rendere ragione di ciò che insegna.

Ciò che rende il sapere incarnato non è (solo) lo stare nello stesso luogo, ma prima ancora il fatto che sia incarnato in una vita, che la vita del docente riverberi nel suo sapere e che nel suo sapere riverberi il sapore della sua esistenza.

Quando, trovandosi al cospetto del fantasmagorico Gorgia, il giovane Cherofonte confessa a Socrate di non sapere cosa chiedere, Socrate lo incalza: Chiedigli chi è!