Come raccontare la realtà

Che alcuni, pochi, dati incontestabili esistano sembra essere anch’esso un dato incontestabile. Da sempre le più diverse scienze, da quelle in senso stretto a quelle naturali e sociali, sono alla disperata ricerca di certezze e, quando le trovano, è loro comune caratteristica non staccarsene più. Una delle conquiste epistemologiche più radicate e su cui pochissimi nutrono ormai dubbi riguarda l’innato bisogno, o meglio necessità vitale, dell’uomo di produrre delle storie: l’uomo è sopravvissuto e continua a sopravvivere grazie alla sua capacità di creare narrazioni riguardo a ciò che succede attorno a lui.

Questo a partire dalle epoche più antiche: grande attenzione e interesse hanno suscitato per gli antropologi i miti, i quali sono nati parallelamente alle società umane: essi non sono infatti da considerarsi tanto come delle forme primitive di narrazione, elementari ricostruzioni per spiegare qualcosa di ancora inaccessibile all’intelletto umano, quanto delle forme parallele di narrazioni (parallele, per esempio, alle narrazioni storiche), che senza alcuna pretesa di esaustività volevano cogliere relazioni diverse, spesso più profonde rispetto alla realtà circostante. Ecco allora i miti sulle origini del mondo, delle divinità, delle società e delle culture, delle divisioni tra i sessi, delle tecniche; ecco la figura del Trickster, figura cardine della tradizione mitologica che crea il mondo come lo conosciamo attraverso la rottura di un dato equilibrio originario: personaggio che in virtù delle sue caratteristiche ambivalenti e contraddittorie crea la realtà complessa, intricata e contraddittoria in cui inevitabilmente siamo immersi.

Senza dilungarmi oltre riguardo epoche così lontane, vorrei solo sottolineare come oggi le cose siano poco o per nulla cambiate. Siamo sempre quelli “di una volta”, animali sociali perennemente alla ricerca di una storia per trovare un senso a ciò che ci circonda: come se per riuscire davvero ad assorbire un contenuto, un concetto o una nozione sentissimo dentro di noi l’atavico istinto a costruirci attorno una narrazione atta a consolidarli.

Il “fenomeno Barbero”, per parlare di esempi dei nostri giorni, ne è una prova lampante: quanto possono risultare noiose e pesanti conferenze o saggi storici, quanto invece riescono avvincenti e coinvolgenti le lezioni (e i relativi podcast) del professore torinese. Quello che fa Alessandro Barbero (oltre ad essere inevitabilmente e naturalmente dotato di un’indubbia capacità oratoria e affabulatoria) è costruire una storia intorno alla Storia: la sua non è la Storia piatta e spesso pedante costituita da un’acribìa di dati ed eventi (di cui, con tutta evidenza, troppo spesso si fatica a rilevarne l’utilità), ma è una storia che diventa più vera, più autentica, più vicina a noi perché arricchita di una trama densa di dettagli, aneddoti, curiosità e relazioni profonde che quasi sempre vengono omesse o sottovalutate nelle narrazioni cosiddette classiche. Ed ecco il miracolo: un podcast di argomento storico che attualmente è il più ascoltato in Italia, sbaragliando una concorrenza tutt’altro che sprovveduta, tra cui compiono “giganti” come Fedez o Marco Montemagno.

Si potrebbe ancora parlare dell’intrattenimento, che sempre più si sta allontanando da un intrattenimento chiuso e fine a se stesso per creare invece dei veri e propri “universi narrativi”: l’universo Marvel e l’universo Star Wars lo dimostrano.

Ma ancora poco approfondito credo sia il legame con la politica. Negli ultimi anni, decenni a dire la verità, abbiamo assistito alla nascita e al successo dei cosiddetti populismi; evitando in questa sede di dare giudizi a riguardo, vorrei solo sottolineare come la caratteristica comune dei populismi, al di là delle varie e contrastanti definizioni che ne sono state date, risieda proprio nella loro capacità di creare una narrazione rispetto alla realtà, di narrativizzare ciò che quotidianamente ci troviamo di fronte. Essi hanno costruito una storia, una vera e propria storia con un protagonista (il popolo, in questo caso), l’eroe che deve affrontare un antagonista (qui possiamo rilevarne parecchi a seconda delle contingenze: gli immigrati, la casta, i magistrati rossi…), la cui malvagità, o presunta tale, ne mette a repentaglio sopravvivenza e integrità. Come abbiamo notato, nulla di particolarmente strano o inedito in questo meccanismo. Forse quello su cui dovremmo davvero riflettere è perché nessuna tra le opposizioni sia in grado di smontare questa narrazione o ancora di opporne una propria. Perché quei partiti che più dovrebbero contrastare i populismi non fanno altro che attaccarli o sminuirli, cadendo nella stessa vile retorica che cercano di debellare? Perché di fronte a una narrazione politica forte e senza dubbio efficace non sono in grado di fare altro se non dichiararsi in disaccordo? Credo fortemente che la battaglia, se vogliamo usare questa metafora, vada combattuta ad armi pari: come Bacone ha bene messo in evidenza, la sola pars destruens è totalmente inefficace se non è accompagnata da un’altrettanto forte e riuscita pars construens.