Tenet: l’unica inversione è quella del blockbuster

Complicare le cose è semplice. Semplificare qualcosa di complesso è molto più… complicato.

L’ultima fatica di Christopher Nolan vede ancora una volta centrale nella diegesi del racconto la dimensione del “tempo”. Come sempre, quindi, il regista non bada alla spettacolarità che il mezzo cinematografico può offrire per rappresentare in immagini qualcosa di puramente teorico.

Abbiamo già visto il tempo dilatarsi, rallentare e procedere a ritroso nelle sue pellicole precedenti. In ogni film c’è sempre un tentativo di fare un passo in avanti rispetto al precedente e lo spettatore ormai lo sa ed ogni volta che paga il biglietto per vedere un suo film ha delle determinate aspettative che devono essere soddisfatte.

Lo stesso è accaduto con Tenet, da molti definito come il film più ambizioso del regista e sicuramente il più rivoluzionario. Ma è davvero così? Tralasciando i vari problemi di caratterizzazione dei personaggi, soffermiamoci un attimo sulla componente innovativa che viene riconosciuta a questa pellicola.

Volendo sintetizzare il plot in una frase, la narrazione si sofferma su un agente segreto che intende fermare una guerra fredda sul nascere. Il villain, rigorosamente russo, è in possesso di un’arma dalla grande potenza distruttiva. In questi termini, la storia non è, e nemmeno intende essere, qualcosa di originale. Chiunque potrebbe subito pensare all’archetipo massimo del genere, ovvero James Bond, vista soprattutto la natura esotica che lo spionaggio internazionale comporta. Il peso del carisma del personaggio di Bond è, però, la cosa che viene subito a mancare.

L’elemento che differenzia questo film rispetto al genere (ed anche qui bisognerebbe discuterne) è la componente squisitamente fantascientifica. Sostituiamo all’arma dalla grande potenza distruttiva – che solitamente è un’arma nucleare – con una in grado d’invertire il corso del tempo di uno o più oggetti ed ecco la perfetta scusa per dare alla pellicola una spettacolarità praticamente mai vista prima d’ora.

Fino a che punto, però, si può parlare d’innovazione del blockbuster? Nolan ha sempre avuto questa nomea di essere un avanguardista per i film puramente mainstream, sempre pronto a portare sullo schermo qualcosa di nuovo e d’inedito. Forse in termini visivi e di messa in scena, può anche essere così, ma il suo approccio ed il suo intento teorico non è di certo una novità.

I blockbuster in senso assoluto sono i prodotti della cultura popolare. Questo tipo di film offrono quindi messaggi universali che fanno appello ai sentimenti primari degli spettatori. La struttura narrativa ne risulta piuttosto elementare, poco innovativa nei contenuti ed inoffensiva (Marco Cucco, 2010). Fin qui, Tenet rientra perfettamente nella definizione. Come riportato prima, la storia è molto semplice nelle dinamiche. Al contempo, nel blockbuster, c’è una promessa non scritta con lo spettatore: una fortissima spettacolarità. Anche qui Tenet rientra nella definizione classica di blockbuster.

Ecco che però entrano in gioco le complicazioni. In Tenet, la complessità è data dall’inversione temporale, che si riflette sulle intenzioni dei personaggi. In altri termini, se non è chiaro ciò che accade nella narrazione, ci viene ancora più complesso cercare di decifrare e giustificare le azioni dei personaggi, che qui, “fortunatamente“, sono macchinose con pochissimi elementi personali messi in gioco che possano permettere loro un arco trasformativo degno di questo nome. Di fatto, la complicazione ha qui la sola funzione di creare uno strato superficiale che possa offuscare la vera natura di Tenet: un blockbuster duro e puro, conservatore, poco propenso allo sperimentalismo, ma che mantiene intatta la promessa d’intrattenimento che il suo genere (sci-fi-spy) impone.

Come accade ogni volta che la sala cinematografica necessita di essere messa in risalto rispetto agli altri dispositivi dell’audiovisivo, la pomposità diventa centrale e, di conseguenza, anche gli effetti speciali. Non è qualcosa di nuovo nella storia del cinema. Per risollevarsi dalla crisi della sala dell’indomani della Seconda Guerra Mondiale, numerose sono state le innovazioni, dal colore, al cinemascope fino all’impianto audio. Strategie finalizzate quindi alla sconfitta del concorrente, creando un’esperienza irripetibile seppur molto semplice.

Ma per molti altri film commerciali ad alto costo abbiano fatto passi molto più lunghi in quest’ambito, soprattutto per via di una componente narrativa complessa ed articolata, Tenet farcisce qualcosa di semplice con una sovrastruttura che mai nel corso del film vuole mettere lo spettatore a suo agio, e ciò è qualcosa di negativo per il semplice fatto che la narrazione non richiedeva qualcosa di così complesso. Ecco quindi la falsa innovazione del blockbuster, ovvero l’unica vera inversione del film, due passi indietro ed uno in avanti. E ciò non è assolutamente un male, se non vi è una certa pretesa nel principio progettuale.

Pensiamo invece ad un progetto come Avengers: Endgame. Il film è chiaramente un blockbuster, non solo in un’analisi ex post, visti gli incassi, ma proprio per via del fatto che è nato con questa precisa intenzione, essendo il film più costoso della storia del cinema fino ad ora.

Il blockbuster ed il genere supereroistico è sempre stato accusato di una certa finzione, di una natura plasticosa fine a se stessa, eppure la prima ora di film praticamente non presenta effetti speciali e racconta il modo in cui gli eroi più potenti della terra e della galassia stanno elaborando un lutto. Inoltre, la narrazione semplice e basilare insito nel blockbuster, vede qui incastrarsi gli eventi di circa una ventina di film (e serie, in parte) precedenti, e, quindi, anche un arco trasformativo di personaggi presenti sullo schermo da una decina d’anni.

Dove Tenet fallisce è proprio nella capacità di permettere un accesso universale al pubblico per una storia lineare (nella sua non-linearità solo ed esclusivamente temporale) e dettata da semplici meccanismi di causa-effetto. Avengers: Endgame, per quanto complesso nella sua narrazione reticolare, intende mettere lo spettatore a suo agio pur presentando viaggi nel tempo del tutto fedeli ad una formulazione realistico-scientifica.

(Ebbene sì, il futuro è nella serialità, chi l’avrebbe mai detto?)

Insomma, che il blockbuster abbia un carattere poco innovativo è cosa nota da più di mezzo secolo, ma se quello che cerchiamo è un passo avanti, stiamo guardando il dito del saggio sbagliato.