“Color Out of Space” e l’impossibilità di portare Lovecraft al cinema

Parto subito dicendo che Color Out Of Space è un film ottimo.Per essere tratto direttamente da un racconto di Lovecraft, a livello di trasposizione resta al contempo fedele e con una struttura più adeguata al taglio narrativo che il medium necessita.

Il problema sorge nel momento in cui si cerca di rendere l’opera di Lovecraft un film mainstream, o che, ad ogni modo, possa avere la sua presa su un pubblico relativamente ampio. Nonostante sia lodevole nella sua messa in scena, Color Out of Space non riesce nell’impresa. Infatti, i numeri parlano chiaro. Con un costo di 12 milioni di dollari, il primo weekend domestico d’apertura ha visto il film portarsi a casa 216mila dollari ed al momento il box office mondiale segna 900mila dollari complessivi d’incasso.

Stiamo comunque parlando di un ottimo film in termini realizzativi e di messa in scena, che con un budget ai limiti del low-budget (vista la natura contenutistica che un titolo del genere richiama), riesce nell’impresa quasi titanica di rappresentare l’orrore cosmico tramite colori e vapori ‘indescrivibili’che poi sarebbero viola con sfumature di azzurro, ma diciamo che questa voglia incontenibile di buttare il colore viola sulla pelle degli attori si fa passare sotto silenzio finché funziona in termini narrativi. Basti pensare, infatti, ad alcune sequenze di Mute (film Netflix di Duncan Jones) in cui alcuni tubi neon sono fisicamente incastonati nelle pareti di edifici pubblici casuali senza una parvenza di senso logico-narrativo, ma solo per finalità estetiche fine a se stesse.

Ciò detto, i problemi alla base sono di ben altra natura, riconducibili direttamente all’opera di Lovecraft. I temi affrontato dall’autore sono di una natura orrorifica e metafisica talmente intricata, che la focalizzazione sui personaggi finisce inevitabilmente in sordina. Non può esserci un arco trasformativo da parte del personaggio, poiché, nel migliore dei casi, le sue facoltà mentali vengono danneggiate in maniera immutabile, mentre nel peggiore, muore lasciando solo un rimasuglio della sua esperienza d’innanzi all’orrore di cui è stato testimone.

Un personaggio, quindi, non può migliorare, non può peggiorare (consciamente o per scelta), non può far ricadere problemi morali sulla sua personalità e sugli ostacoli che appaiono lungo il suo cammino. L’orrore cosmico, quindi, diventa un villain che non può essere sconfitto. La fine del protagonista è segnata e, salvo rari casi come ad esempio La Casa Stregata, non sono possibili atti di eroismo espliciti. Inoltre l’orrore cosmico è tale proprio perché “capita” all’umanità, non in quanto punizione per la propria hubrys o per difetti individuali e propri dei singoli personaggi.

È una tragedia che capita a personaggi mediocri – o, al massimo, solo intellettualmente svegli e brillanti – e che scombussola le loro vite in maniera radicale, senza fornir loro la possibilità di riflettere sui propri errori, sui propri fatal flaw. Anzi, il tema proposto dell’orrore cosmico non può funzionare se il personaggio ha una “colpa” o un qualcosa da migliorare, proprio perché passerebbe in secondo piano e l’idea della piccolezza dell’uomo di fronte all’immensità materica e concettuale dell’universo e degli universi.

Prendendo un film come Bird Box, riconducibile all’orrore cosmico, si possono notare particolari differenze. Innanzitutto non è un film che mira a mostrare la fatalità del cosmo e della sua immensità. Al contrario, questo meccanismo non viene nemmeno spiegato, in quanto non è il problema principale e non è ciò che il film vuole raccontare. Non importa quale sia la natura degli esseri che causano follia, ma la cosa che al film importa raccontare è come sopravvivranno i protagonisti, che tipo di relazioni si instaureranno fra di loro in un contesto in cui l’umanità è in ginocchio e se la protagonista riuscirà o meno a sanare la sua totale irresponsabilità nei confronti della prole in arrivo. In pratica, l’orrore cosmico serve come correlativo oggettivo della sua condizione.

Le opere di Lovecraft, private dell’accurata analisi concettuale dell’umanità in balia di forze esterne che possono annientarci con la loro sola presenza nel nostro universo, non avrebbero la stessa forza, quindi presentare dei bisogni morali nei protagonisti sarebbe una perdita di tempo.

In conclusione, i personaggi delle opere di Lovecraft sono inevitabilmente portati ad essere dei burattini mossi dagli eventi senza una vera psicologia e la storia, in questo caso, diventerebbe il solo vedere la psicologia dei protagonisti cedere, l’ordine delle forze naturali – a noi note – venire meno e un testimone inerme divenire testimone involontario di una tragedia che nel migliore dei casi non verrebbe presa in considerazione dalle autorità.

Questo naturalmente per dire che è certamente possibile riuscire a realizzare un film ottimo nella messa in scena, in grado di trattare queste specifiche tematiche, ma non sarebbe mai strutturato in maniera tale da essere vendibile al grande pubblico, che troverebbe ostico avere un legame emotivo con personaggi di questa natura, in vicende tanto vaste dalle enormi implicazioni concettuali.