La vacanza di senso e la possibilità dell’azione. Sulla scuola, il coronavirus e l’esistenzialismo.

Ai miei intrepidi studenti di 5^

Milano ai tempi del coronavirus.

Di fronte allo schermo del mio PC, attraverso la piattaforma weschool, devo tenere una lezione alla mia “classe virtuale”. Una necessità dovuta alla sospensione della didattica ordinaria decretata dal governo.

La piattaforma dà qualche problema, per cui non posso vedere i miei studenti, né posso sentirli. In buona sostanza un vero successo educativo.

Mi dà da pensare quanto entusiasticamente gli insegnanti si buttino sulle novità, senza conoscerne i confini e senza indagarne il senso: un chiaro segnale che la didattica, la scuola, le forme abituali di trasmissione del sapere sono morte già nei fatti. Sia beninteso, non critico l’innovazione in quanto tale e non sono per nulla diffidente nei confronti delle trasformazioni, anzi! Dico solo che il bisogno di insegnanti e alunni di sperimentare, di superare, scardinare gli argini imposti dalle forme abituali della didattica, sono il sintomo che ciò che facciamo non sempre funziona, non ha presa, ci stanca, ci logora. Questo fatto va assunto con radicalità e deve diventare il punto di partenza di ogni possibile ripensamento della scuola.

D’altra parte non posso fare a meno di pensare che la smania (consumistica ed edonistica) del “nuovo a tutti i costi” (il nuovo telefono, la nuova macchina, la nuova politica, la nuova tecnologia, la nuova scuola) risponda anche ad una certa “fatica del quotidiano”, ad una certa impazienza dell’uomo inurbato e tecnologico, che ha perso il contatto con i ritmi della natura. C’è una profonda sapienza nella natura che ti costringe a fare i conti con tempi non tuoi e a giocarti il tutto e per tutto a ogni semina; e, come dice la Scrittura, spesso «altri è chi semina, altri chi raccoglie» (Gv 4, 37). Questo investimento senza profitto (che è l’insegnamento) è indubbiamente difficile da sostenere. Variare le forme, cambiare i contesti, aiuta a rendere più sopportabile la fatica, ma se non è occasione di ripensamento radicale dei nostri tic didattici serve a poco.

Non mi mostro in webcam, non ne sento la necessità, preferisco che i miei ragazzi ascoltino la mia voce e tengano l’attenzione sui loro quaderni e sui testi che vorrei leggere con loro.

Difficoltà tecniche a parte, partiamo. Avevo scelto di parlare dell’esistenzialismo, un argomento che volevo cominciare da tempo. Dice Camus che «tutte le grandi azioni e tutti i grandi pensieri hanno un inizio di poco peso. Le grandi opere nascono spesso alla svolta di una strada e alla bussola di una trattoria» (A. Camus, Il mito di Sisifo). Per me è stato un bagliore di ironia, una suggestione sarcastica a indirizzare il mio inizio. Così, annunciando in chat l’argomento della lezione, scrivo ai ragazzi che ho scelto di parlare dell’esistenzialismo perché le lezioni online, la scuola che ti raggiunge fin dentro casa, i “faccioni” in webcam degli insegnanti, i compiti, etc…sono esperienze dell’angoscia che neppure Kierkegaard avrebbe saputo immaginare. Ma c’è un altro motivo: quale migliore occasione per parlare dell’esistenzialismo, che questi giorni in cui l’assoluta “vacanza di senso” ha fatto irruzione nelle nostre case, nelle nostre vite?

Non starò qui a ripetere ciò che ho detto per introdurre l’esistenzialismo. Vorrei, piuttosto, riprendere il filo di questa “intuizione”, senza fare dell’attualità spicciola.

Gli avvenimenti di questi giorni ci hanno obbligato a interrompere il ritmo delle nostre quotidianità. Questa interruzione repentina ha “spalancato” davanti ai nostri occhi il nulla di senso su cui poggiano le nostre esistenze; ha mostrato che poche settimane possono incidere irrimediabilmente sulla vita civile, sociale, religiosa ed economica di un intero paese, palesando davanti ai nostri occhi l’assoluta virtualità del nostro benessere, la precarietà delle nostre esistenze, il terreno argilloso su cui si poggiano le nostre vite.

La scena dell’assalto all’Esselunga, con la gente munita di valige e borsoni per accaparrarsi i viveri prima della “catastrofe”, mostra drammaticamente come le azioni degli uomini siano spesso mosse dal nulla di senso. Sono convinto che questo episodio non lo si possa liquidare solo con una battuta o col biasimo, ma vada assunto in tutta la sua drammaticità e complessità.

Il non senso appare palese nell’episodio dell’Esselunga: una miriade di persone che, spaventate dalla diffusione a macchia d’olio del virus, si riversano per ore in uno stesso luogo, per accaparrarsi i viveri necessari per contrastare il virus che forse stanno contraendo in quel momento. Il (super)mercato invaso da gente inconsapevole che ha scambiato il consumo con il bisogno e che sta (in fondo) esorcizzando la paura della morte (è sempre lei!) accumulando beni deperibili, è forse l’immagine più eloquente della “morte di Dio“ al tempo del supermercato…

Ma non è solo “la gente” (categoria tanto astratta, quanto impietosa rispetto alle individualità responsabili) a galleggiare sul nulla: l’informazione, uno strumento prezioso, ottenuto faticosamente, che è stato ridotto alla stregua dei discorsi “da bar” (come si diceva una volta). La politica, quasi interamente ridotta a propaganda, che si permette di dire tutto e il contrario di tuto, che gioca a chi urla di più, per la quale l’unico modo di dire qualcosa è riempire le piazze, o andare alla ribalta dei media. E i vescovi che, improvvisandosi showman, moltiplicano le messe celebrate in diretta a porte chiuse, quando magari a porte aperte ne avrebbero celebrato la metà. Vescovi, che invece di suscitare la consapevolezza nei cristiani, invitando al raccoglimento e a ricercare Dio nel sacramento dell’uomo, invitano a cibarsi di un cibo virtuale (e non spirituale) assistendo alla trasmissione della messa.

La politica in tv e in internet, l’informazione sui social, la scuola online, le messe virtuali… mi pare che la virtualità stia diventando la cifra dei nostri non-rapporti, pur essendo una possibilità preziosa. Ma noi l’abbiamo trasformata nel surrogato della relazione, un modo per sentirci vivi, a distanza.

Credo che in questo momento sia necessario fermarsi e prendere le cose sul serio. L’esistenza, il modo d’essere dell’uomo, è sempre in situazione. È la situazione a determinare il limite e la possibilità della nostra esistenza. Ogni azione, ogni comprensione, che non parta da un’assunzione integrale, radicale, completa della situazione che siamo, è inutile, astratta, illusoria, ingannevole.

Ciò che mi ha sempre affascinato dell’esistenzialismo è il tentativo di elaborare una filosofia saldata con la vita (non in senso individualistico), un esercizio di comprensione e di lettura della realtà “dal di dentro”, che metta in questione il pensatore come persona storicamente determinata, individuo concreto in situazione.

Non si tratta di appiattirsi sull’attualità, ma di assumere il presente in maniera radicale, di comprenderlo per capire chi siamo noi e quali margini di cambiamento ha la nostra azione. Di fronte alla realtà che si dischiude davanti ai nostri occhi, non possiamo restare neutrali, non possiamo non scegliere; e la realtà in questo frangente, nella particolare situazione in cui siamo, apre di fronte a noi la “vacanza di senso” del nostro mondo, il nulla su cui poggiano le nostre azioni, pubbliche e private.

Colti dallo stupore e dallo spaesamento provocato dell’interruzione improvvisa del continuum delle nostre vite, pur di non vedere che non sappiamo chi siamo, che sappiano fare delle cose, ma non sappiamo perché, cerchiamo spasmodicamente un riempimento, una, come si dice oggi, occupazione. Non sto certo qui riferendomi a chi, colpito da questa crisi inaspettata, rischia il proprio posto di lavoro, l’affitto o il possesso della propria casa, il mantenimento della propria famiglia. Sto parlando di noi (insegnanti, preti, politici, giornalisti) categorie privilegiate (sebbene in alcuni casi squattrinate), che hanno come compito pensare, progettare, guidare, riflettere, sognare. Noi faremmo un torto alla nostra vocazione e agli altri se cedessimo allo spasmodico bisogno di riempimento (comunque e in qualunque modo).

Noi, insegnanti (e i politici e i giornalisti e i preti) non abbiamo altra strada che, come novelli profeti anticotestamentari, incarnare il non senso del nostro tempo, palesare “la distanza da Dio”, ovvero impersonarne la morte? Noi insegnanti (con la nostra didattica spesso inefficace, con i nostri voti e pagellini, con la nostra incapacità di immaginarci oltre le nostre consuetudini operative, di opporci alle mode del momento, di chiedere senso, di sognare, di progettare) dobbiamo rassegnarci a esser maschere transeunti della nostra epoca e limitarci a incarnare il tramonto della nostra figura storica (che con le sue forme stantie risulta sempre più anacronistica)? Oppure c’è per noi la possibilità di trasformare l’oggettività della realtà in trascendenza del valore? C’è per noi la possibilità di trasformare il negativo della realtà, che ci si staglia di fronte come oggetto inerte, in realtà viva, dinamica, efficace, fruttuosa?

Da Nietzsche in poi sappiamo che il nulla di senso non è superabile; possiamo rimuoverlo, fare finta che non sia così, ma la vacuità, il nulla, la vacanza di senso non è una convinzione, ma un dato di fatto (che non riguarda solo lo spaesamento di questi giorni): lo mostrano le nostre azioni, le file all’Esselunga, le parole dette senza coerenza, la tecnologia usata per distruggere, il progresso che in realtà fa regredire la natura, l’uomo, la cultura. Che “Dio è morto” non è un’opinione, ma un’esperienza che tutti noi continuamente facciamo nelle nostra vita sociale e individuale; lo dimostra quanto destabilizzanti siano per noi gli avvenimenti (individuali e collettivi) che interrompono il flusso della nostra routine, che sfuggono al senso abituale delle nostre esistenze, che mettono in crisi le nostre abitudini. Il senso è un abito di risposta; quando la vita inquieta la nostra abitudine, la nostra capacità di risposta, quando ci troviamo, come si dice, di fronte a fatti “privi di risposte”, sperimentiamo che il mondo è un incontro e il senso non è qualcosa di già dato una volta per tutte, ma qualcosa da fare intersoggettivamente.

Le strategie di riempimento per rimuovere il problema non stanno funzionando: il mito del progresso si sta rivelando un boomerang, il consumismo (che ci disabitua alla creatività e all’invenzione) porta in sé un’insanabile paura di morte che aumenta il senso di precarietà delle nostra vite; le religioni rischiano di lasciare insoddisfatti i bigotti e solitari gli assennati. Le lotte tra progressisti e tradizionalisti per il pizzo di una cotta, mostrano lo scollamento della religione dalla vita, a tal punto che quando in chiesa ci si limita a ricordare il Vangelo (parlando, per esempio, di accoglienza e di amore del prossimo chiunque esso sia) alcune persone si indignano e tacciano il prete di cattocomunismo (che solo dio solo sa cosa sia).

Ciò che ho cercato di far capire ai miei studenti è che la vacanza di senso (per quanto dolorosa e spaesante) non deve suscitare paura (timore e tremore, si!), ma essere vista coma la straordinaria occasione per l’uomo di aprirsi alla trascendenza di sé. Il non avere punti fermi è faticoso, ma è la cosa più bella che l’uomo abbia: poter fare di se stesso un sogno, un progetto, un destino. E come fanno a non capirlo i credenti, che poggiano la loro fede su un Dio creativo, imprevedibile, che tiene fede a se stesso, mostrandosi sempre nuovo, sempre fanciullo?

Lungi da me il voler banalizzare la situazione, mi premeva che i ragazzi capissero che il nulla di senso, la vacanza di senso (che adesso drammaticamente sperimentiamo) è l’apertura della possibilità, della creatività, che ci richiama alla nostra responsabilità di uomini.

Ora più che mai si impone una scelta: noi, noi uomini e donne della conoscenza, siamo figure crepuscolari della vacuità o incarnazioni della possibilità?