Un ideale film sui Beatles

La recente visione di Yesterday, al di là di tutto, mi ha fatto sorgere un pensiero che si è rilevato essere un timore tangibile molto forte: un futuro possibile biopic sui Beatles. Se è possibile un film con le loro musiche, allora presto – ma magari non così tanto – sarà possibile un loro film biografico. Per carità, ce ne sono già molteplici, ma Nowhere Boy si sofferma sulla giovinezza di Lennon e non va oltre, mentre Backbeat racconta la storia di Stuart Sutcliffe, utilizzando i Fab Four solo come contorno, senza approfondire le loro dinamiche interne.

Quindi, per sfizio e per gioco, immaginiamoci insieme il film ideale sui Beatles, soprattutto in un contesto come il nostro in cui i biopic musicali sono diventati la tendenza del momento, mettendo in luce numerosi problemi strutturali.

Innanzitutto bisogna capire cosa si vuole raccontare con un film del genere. L’ascesa e la caduta di un gruppo musicale? Troppo poco, dato che si tratta del Gruppo musicale per eccellenza.

Bohemian Rapsody ha dimostrato quanto la formula dei biopic musicali sia ormai stata fissata con una tale rigorosità strutturale da mandarla in cortocircuito. Patrick Willems ne parla molto bene in un suo video.

Prendiamo come riferimenti diversi film: Ray, Get On Up, Bohemian Rapsody e Walk the Line e mettiamo a nudo la loro struttura:

  • il film comincia con la vicenda in medias res, nel momento del “concerto della vita” del protagonista-genio musicale in questione. Addosso ha molta pressione.
  • torniamo immediatamente nel passato e ripercorriamo la tragedia che da giovane l’ha colpito per renderlo il genio-ribelle che è oggi.
  • ha un primo approccio con la musica
  • poi, su un palco, subito mette in mostra il proprio talento.
  • a seguire abbiamo una scena cruciale in sala di registrazione, la prima sfida su cui la narrazione si sofferma, dato che il protagonista deve fare i conti con un producer molto cinico.
  • il disco produce almeno una hit e parte il tour mondiale che sancirà il suo successo.
  • abbiamo montaggi di transizione per mostrare i luoghi toccati dalla tourneè, come si traduce il suo grande successo – che ovviamente si manifesta con donne-soldi e uso-abuso di sostanze stupefacenti.
  • la droga, appunto, può essere uno dei modi che ha il cantante per spingere la propria musica e la propria creatività ad un livello successivo, ma sarà la causa dei suoi problemi.
  • fra questo e la crisi delle proprie relazioni, abbiamo una vera e propria crisi creativa che fa cominciare il “periodo nero della sua vita. Il suo viaggio dell’eroe, in pieno secondo atto, fa emergere le ombre più grandi. Per citare Kingdom Hearts, “più ti avvicini alla luce, più grande sarà la tua ombra“.
  • in questo frangente, ovviamente, il protagonista non è mai lucido, ha delle crisi e spesso va in riabilitazione.
  • nel terzo atto si riprende e torna in perfetta forma e motivato.
  • realizza il concerto finale, o più importante, della sua carriera (ovvero quello visto all’inizio della pellicola)
  • il film si chiude con un freeze-frame.
  • …ah e ovviamente compare una scritta-tappabuchi prima dei titoli di coda che ci comunica tutto ciò che il cantante ha fatto nel resto della sua carriera, ovviamente off-screen.

Dunque, coi Beatles è impossibile schematizzare il tutto con questo paradigma, per diverse ragioni:

  • innanzitutto il loro ultimo concerto si colloca a metà della loro carriera.
  • il produttore “cinico”, Sir George Martin, nel loro caso ha un valore creativo quasi paragonabile a quello della band.
  • non c’è un genio-creativo leader, ma tre grandi geni – e due braccia probabilmente strappate alla miniera – che devono lavorare in armonia totale per il bene della LORO musica.
  • non sono un gruppo, sono un movimento culturale, l’espressione di una determinata generazione e degli effetti che hanno avuto sulla storia (non solo!) musicale.

Ora è un po’ più chiaro che cosa il film debba raccontare. Non la semplice STORIA di tre geni (anzi 4, dimentico sempre George Martin, mannaggia…), ma la storia di una CULTURA e di come essa si sia creata e manifestata, tra beatlemania e controcultura-hippie, fino a sfociare nella disgregazione del gruppo, e nella disgregazione quindi di determinate speranze di una generazione giovanile sempre più alla ricerca di una nuova identità.

Andando con ordine, il film dev’essere per forza diviso in due parti. L’intera carriera dei Beatles può essere scissa in due linee narrative: ascesa e beatlemania da una parte e controcultura-hippie, problematiche relazionali interne ed il loro canto del cigno – che ha piena espressione nel Rooftop Concert – dall’altra.

Parte 1:

  • la storia dev’essere equamente spartita. È facile cadere nella tentazione di mettere Lennon ed il suo ego come protagonista solo perchè dopo aver lasciato il gruppo ha cavalcato “una certa onda“. Quindi come si sono conosciuti, le prove, ma soprattutto Liverpool in tutta la sua essenza: una malinconica città portuale colma di lavoratori operosi e 3 amici che si distanziano dal grupp
  • non c’è un genio creativo e non ce n’è bisogno. Quello che bisogna mostrare c’è già in Backbeat, dei giovanissimi che suonano per 16 ore al giorno con degli orari e dei tempi di lavoro quasi da operai. Sudore, fatica, lavoro. Non c’è spazio per il genio artistico, solo esperienza acquisita sul campo. Sicuramente qualcosa di meno retorico – ma più dignitoso dell’ideale romantico dell’artista solitario, oggi irreale e poco credibile.
  • poi arrivano i live, la beatlemania che spopola.

Apriamo una piccola parentesi sulla Beatlemania: come la si racconta? La scelta più populista imporrebbe degli artificiali giochi di montaggio accompagnati da un ottovolante dei loro brani secondari.

Attenzione: questo sistema potrebbe addirittura portarci all’Oscar per il miglior montaggio.

Raccontare la Beatlemania, implica che questa debba esser respirata e vissuta nel corso della narrazione. Parallelamente alla vita dei Beatles, si deve inserire la vita di persone comuni e mostrare come effettivamente un intero movimento, una coppia magari – con una storia d’amore classica – ma influenzata e magari perfettamente simmetrica alle loro dinamiche interne dalla vita e dalle opere dei nostri cari John, Paul, George e Ringo.

Qui si può anche fare il richiamo più populista e facilone chiamandoli Desmond e Molly (da Ob-la-dì Ob-la-dà per i profani) legando così la loro relazione magari a qualche riferimento all’interno delle canzoni dei Beatles.

È possibile che questi si fossero conosciuti ad un concerto, lei una ragazzina urlante e lui fan che abbraccerà da un momento all’altro la controcultura trascinando pure lei, prima di giungere al loro secondo atto in cui li vediamo metter su famiglia.

Tornando a noi, la prima parte avrà un arco temporale tale da poter raccontare l’ascesa ed il declino della beatlemania, la formazione del primo movimento-pop-di-massa. Il finale a questo punto, non può che essere il momento in cui la band ha la prima crisi, la loro epifania chiave che segnerà un loro radicale cambiamento culturale e musicale, durante l’ultimo concerto del 29 Agosto 1966 al Candlestick Park. Certamente a livello temporale si percorre un lasso di tempo maggiore in questa parte rispetto alla seconda.

Ruolo chiave sarà ovviamente George Martin. Il successo prematuro di questi giovani si traduce in disorganizzazione e confusione per dei giovani lasciati in quasi totale libertà. Il produttore allora interviene con un ruolo molto più simile a quello del mentore piuttosto che di antagonista. Di certo questa è una novità nei biopic musicali, ma le dinamiche si sono già manifestate nel rapporto fra Thomas Wolfe e Max Perkins in Genius.

George Martin è indiscutibilmente il Mentore di questi quattro eroi. Colui che seda la confusione e permette al genio creativo dei quattro protagonisti posti sullo stesso piano.

La seconda parte, invece, è più complicata. Dato che narrativamente, contando entrambi i film, deve raccontare il declino, il punto focale dell’avventura dei nostri eroe, ovvero la controcultura.

La regia può dunque permettersi momenti maggiormente onirici poiché diegetici con l’intera narrazione, permettendo così un’organica confluenza delle ideologie radicali di quel periodo e della partecipazione ad esso dei nostri protagonisti. Questa fase avrà un carattere maggiormente beatlesiano, psichedelico e coreografico nei momenti in cui i brani del gruppo subentrano nella storia. Per citare un esempio, le situazioni musicali devono essere più simili a quanto visto in Rocketman piuttosto che Bohemian Rapsody.

Abbiamo diverse linee narrative che possono procedere parallelamente alla storia portante dei 4 eroi. Ad esempio ora hanno tutti messo su famiglia, sviluppato con loro un rapporto particolare di riconciliazione soprattutto in una situazione in cui la beatlemania sta scemando. Ovviamente, Molly e Desmond, saranno la loro immagine speculare, rimanendo perennemente legati alle vicende del gruppo.

Le vicende reali dei Fab Four permettono inoltre una modifica sul piano narrativo standard del genere biopic musicale. Oltre ad avere molteplici scene in studio, piuttosto che in tour, ampio spazio dev’esser dedicato a tutti gli effetti al loro viaggio spirituale dal mistico Maharishi, il Mid-Point della nostra storia. Esso non solo darà un definitivo colpo alla crisi relazionale del gruppo, le cui pratiche ideologiche e produttive svilupperanno pieghe differenti sul livello individuale, ma permetterà il definitivo ingresso nel terzo ed ultimo atto. I desideri dei protagonisti muteranno talmente tanto grazie a quest’esperienza da creare un conflitto elevato che necessiterà una definitiva risoluzione. Non solo, metterà anche in risalto il vero “need” dei personaggi:

  • John Lennon comprenderà che il piano spirituale non è di suo interesse se non viene declinato nella produzione artistica o sul piano politico.
  • Paul McCartney rimane quello più colpito dalla figura del Maharishi, sebbene debba seguire i suoi compagni per una questione legata all’immagine del gruppo da parte dei media, non esplicitando la loro crisi.
  • George Harrison comprende che ha una forte debolezza sul piano spirituale che grazie al mistico riesce a colmare. Il problema sorgerà nel momento in cui il gruppo svilupperà dei dubbi sulla figura di riferimento nel loro viaggio in India, causando in George una frattura.
  • Ringo Starr è quello meno coinvolto dal piano spirituale, e si accorge che ciò che vuole veramente è stare vicino alla sua famiglia.

Sarebbe facile mettere in risalto la figura di Yoko Ono come il villain, ma lei non sarà altro che la bomba legata alla miccia che si è accesa fra i protagonisti. Ella è la manifestazione fisica della crisi, che mai toccherà il piano creativo, ma solo quello relazionale, dato che la storia del gruppo è tanto breve quanto intensa, ma centrale sarà l'”ego” di Lennon, che emergerà qui con grande prepotenza, mascherato da motivazioni ideologiche e politiche.

Ovviamente, la nostra coppia d’innamorati, continuerà ad emularli nelle proprie azioni. In questo caso ci sarà una rottura fra di loro e bisognerà comprendere se la risoluzione può esser lieta o meno.

Infine ci troviamo d’innanzi alla conclusione. Il “combattimento finale“, la resa dei conti del gruppo. La loro separazione è ormai fuori da ogni controllo, quasi imminente, ma decidono di affrontarla a viso aperto con un’ultima grande apparizione, il loro canto del cigno: il Rooftop Concert.

A questo punto, perchè no, ci può essere una riconciliazione fra la nostra coppia innamorata, che hanno capito quanto non possano stare insieme, ma si regalano alcuni momenti di pace e di ricordo del loro rapporto proprio sotto il Rooftop Concert. Proprio come il rapporto che intercorre fra i membri dei Beatles, anche il loro è sul filo di un rasoio ed inconciliabile con quello che sono ora diventati. Il cambiamento ideologico e sentimentale di quest’epoca, di questa cultura, è ben manifesto in tutti i personaggi.

Il Rooftop Concert non è da intendersi come il loro “concerto della vita”, poiché ogni singola azione o performance dei Beatles ha avuto il suo influsso nella storia e nella cultura di massa. Ciò che conta è come dei ragazzi, cresciuti artisticamente insieme fin da quando erano molto piccoli, riescono a mettere da parte le controversie ora più forti che mai, per creare, un’ultima volta, qualcosa che il mondo categorizzerà, nuovamente, come qualcosa di straordinario.

E qui si chiude la loro vicenda. Una vicenda che non ha seguito, che non segue cosa sia successo dopo ai singoli membri, poiché i Beatles sono morti nel 1970, non i singoli membri, ma a noi di loro non importa, importa solo del segno che questo collettivo ha lasciato col suo passaggio.

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