Old Boy

Non solo Hollywood: arte cinematografica nella terra del Sol Levante

Il cinema orientale rappresenta da sempre la croce e la delizia dei critici cinematografici; un cinema di nicchia, ancorato a numerosi festival ma che, soprattutto in Italia, non è riuscita ad avere una diffusione capillare nel circuito della distribuzione, rimanendo per poco tempo in cartellone e in un numero piuttosto ristretto di cinema. Non che sia facile, per l’occidentale medio, apprezzare la messa in scena e la recitazione orientali, aderenti a canoni completamente diversi da quelli comuni – con il capofila incarnato dal diffusissimo cinema hollywoodiano – al punto da rendersi spesso e volentieri indecifrabili. Ed è proprio in questi giorni che tra i cinefili spuntano proprio nomi provenienti dall’oriente e che la maggior parte dei circuiti mediatici di massa sta considerando poco; a partire da Le Verità, proposto da poco al festival del cinema di Venezia, del giapponese Hirokazu Koreeda fino all’ancora più invisibile Burning di Chang-dong Lee e basato su un racconto di Haruki Murakami
Eppure di pellicole iconiche nel circuito orientale, per i cinefili in senso stretto, ce ne sono moltissime; basti pensare a Battle Royale di Kinji Fukasaku, adattamento di un romanzo tra i più celebri in materia di distopia sociale, e accolto favorevolmente dal pubblico di tutto il mondo. O l’intramontabile trilogia della vendetta di del maestro Park Chan-wook, la sublimazione della violenza a perfezione estetica che nasconde una durissima, ma altrettanto lucida, critica alla società contemporanea in una Corea del Sud povera e stretta nella morsa della brutalità fisica e morale. Vogliamo quindi proporvi 3 film di produzione orientale, provenienti da altrettanti paesi. Si tratta indubbiamente di generi diversi, per cui anche la sensibilità tra le pellicole divergerà enormemente, ma sono pari merito per composizione e impatto emotivo. 

Partiamo quindi con il più semplice da analizzare, Lanterne Rosse di Zhāng Yìmóu. Nella Cina del Nord del 1920, vessata dalla povertà, una ragazza appena diventata orfana di padre viene chiesta in sposa da un maturo discendente di un’antica dinastia; alla ragazza non resta che accettare, proprio per scampare alla miseria in cui è finita dopo la perdita del padre. L’uomo, però, ha già tre mogli, che si contendono spietatamente le attenzioni del consorte e la ragazza dovrà imparare velocemente come batterle al loro stesso gioco. Il film ci presenta la tragica storia di questa eroina, curando anche il più piccolo dettaglio e restituendoci un prezioso spaccato della Cina di quegli anni, dove il maschilismo era la pratica più comune e la schiavitù femminile la norma. 
La lentezza e la maniacale precisione con cui Yìmóu dipinge ogni inquadratura sono lo specchio della società che intende mostrarci, una soffocante realtà dal quale è impossibile sottrarsi. 
Lanterne rosse, nella sua spietata, seppur perfetta, brutalità è indubbiamente tra le pellicole migliori degli ultimi 30 anni e imperdibile per chiunque voglia provare ad approcciare il cinema cinese.

Spostandoci di poco più ad est incontriamo la Corea del Sud e un altro sublime dramma, Bittersweet Life di Kim Ji-woon. Il film racconta di Sun-woo, il killer perfetto, al servizio del boss mafioso Kang. Quando questi chiede al suo sicario di tenere d’occhio la sua giovane e attraente compagna, tuttavia, il protagonista si ritroverà trascinato in una spirale di violenza e vendetta per proteggere la ragazza. Spesso accostato – ingiustamente – all’estetica tarantiniana, Bittersweet Life è al contempo un pugno e una carezza per lo spettatore, tanto nella composizione quanto nella storia che racconta. Un delicatissimo e complicato mix di dolcezza e violenza abilmente equilibrati da Kim Ji-woon, arricchiti da una composizione pop sempre impeccabile. 

A chiudere il cerchio interviene una pellicola di nuovo incentrata sul terribile mondo della mafia, ma ambientata nel Giappone dei primissimi del 2000. Parliamo del più controverso tra le tre proposte, Ichi The Killer del maestro Takashi Miike. Come anticipato, anche in questo caso il perno attorno al quale ruota l’intero film sono i clan mafiosi, uniti tramite dei saldi accordi per non pestarsi i piedi a vicenda. Quando tuttavia sparirà uno dei tre capoclan, i suoi sottoposti, e in particolare Kakihara, non si daranno pace fin quando non avranno trovato lui o, nel caso peggiore, il suo assassino. Contemporaneamente scopriamo che in città agisce un killer spietato ed incredibilmente violento, Ichi. Le vite di tutti i personaggi in gioco si intrecceranno in un finale assolutamente pazzesco e non banale. A dispetto del tema, piuttosto cupo e drammatico, Miike utilizza dei toni – dal grottesco al comico – che contrastano enormemente; si crea così una dissonanza che, sulle prime, può sembrare surreale ma consente di dare sempre nuova vitalità alla pellicola e non erodere mai l’attenzione dello spettatore. Il sublime uso della superviolenza, mai gratuita ma sempre ben integrata nel discorso narrativo, viene accostata – nuovamente con disarmonia – a grotteschi e palesemente artificiali effetti CGI. Ad in corniciare alla perfezione questo quadro surreale, infine, interviene una regia frenetica che assale lo spettatore non concedendogli un attimo di tregua.

Il cinema orientale, insomma, è un mosaico piuttosto complesso, fatto di sfumature e messe in scena a volte difficili da decifrare per un occhio occidentale, ma che nascondono un’altissima sensibilità poetica e molto spesso una morale che troppo di frequente manca ai prodotti hollywoodiani. 

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