La controcultura fra Tarantino, Hollywood, Mad Men ed i Beatles

Il punto che sicuramente ho trovato maggiormente intrigante ed interessante nella nuova pellicola di Quentin Tarantino, è uno degli elementi motrici della narrazione in questa grande allegoria fiabesca: la controcultura.

Perché sì, è giusto specificarlo, il film di Tarantino altro non è che una fiaba, che – ricordiamo – non è sinonimo di favola, poiché quest’ultimo termine è utilizzato per racconti brevi d’intento morale, mentre quello in questione non implica una funzione paternalistica, ma solo la presenza di elementi magici o extra-naturali ai fini della costruzione di una narrazione destinata all’intrattenimento. Per intenderci, le favole sono quelle di Esopo, le fiabe sono quelle ricostruite dai Fratelli Grimm attraverso l’analisi dei racconti popolari.

E proprio la cultura popolare è il centro del nostro discorso, o meglio, una sottospecie ben precisa. La controcultura, in termini generali, fa riferimento ad una serie di movimenti specifici nati negli anni ’60 che vedevano la propria ideologia dominante nella lotta rivoluzionaria contro l’ordine costituito. In contesti capitalistici ed anti-radicali come gli Stati Uniti, è naturale che fossero visti nel peggiore dei modi, come una minaccia ai valori portanti dell’istituzione. La Manson Family, in quest’ottica, aggiunge anche una struttura assimilabile alle sette, più che ad un vero e proprio movimento culturale,

Eppure, i loro ideali si sparsero a macchia d’olio per tutto il (fu) Nuovo Mondo, avendo come principali simpatizzanti una nuova generazione di giovani, cresciuti sull’onda della vittoria nel secondo dopoguerra e spinti da dei genitori conservatori alla ricerca di una nuova identità. Emersero immediatamente nuovi fenomeni come i Luna Park, i Drive-in e nuovi tipi di sostanze stupefacenti.

Persino l’industria di Hollywood sentì la pressione di questa nuova generazione, tanto che fu costretta a rivedere i suoi assetti, la sua estetica e le sue ideologie per far presa su di essa, con pellicole quali Easy Rider o Il Laureato.

Serie televisive come Mad Men hanno mostrato l’emergere di una cultura “di sostrato” rispetto ai protagonisti. I personaggi della serie, infatti, sono molto lontani dalle idee della nuova generazione che nel corso delle sue stagioni vede lentamente prendere sempre più piedi. Viene rappresentato sia attraverso uno spirito di ribellione da parte della figlia di Don Draper (il protagonista della serie), che aumento sempre di più col suo avvicinarsi all’età adolescenziale, sia attraverso dei personaggi di grande fama che diventano veri e propri protagonisti di quest’era: i Beatles. Abbiamo infatti un momento in cui la figlia di Don, vittima naturale della beatlemania, desidera più di ogni altra cosa vedere i fab four dal vivo. Persino Draper, volente o nolente, finirà per fischiettare “I Want to Hold Your Hand“. Dulcis in fundo, una puntata della serie si concluderà con Tomorrow Never Knows. Insomma, la beatlemania, in quest’epoca, è entrata pienamente nella vita di chiunque, persino in quella di conservatori senza scrupoli come i mad men.

Questo excursus è servito per mostrare quanto effettivamente l’emergere di nuovi gusti di una fascia di pubblico totalmente nuova e di uno stile di vita maggiormente radicale fossero una realtà culturale tangibile per quei tempi.

Con C’era una Volta a… Hollywood avviene un totale ribaltamento di questa situazione presente nell’immaginario comune. Abbiamo già visto in Bastardi Senza Gloria come per Tarantino la realtà storica non sia minimamente un valore cruciale ed indissolubile per la costruzione di una narrazione, anzi, rientra perfettamente nel messaggio che la stessa narrazione intende comunicare.

Nel finale del film, infatti, non solo la serie di omicidi in casa Polanski non avviene, raggiungendo nell’epilogo un vero e proprio happy ending, ma i personaggi principali rappresentanti la radicalizzazione cieca causata dalla controcultura vengono neutralizzati in maniera quasi comica, facendoli trasparire come figure ridicole.

Non solo nell’universo fiabesco di C’era una Volta a… Hollywood, il cambio culturale non è avvenuto, e probabilmente non avverrà mai, dato che l’epilogo vede il Cinema-di-Serie-A ed il Cinema-di-Serie-B – un tempo solo vicini di casa – conciliarsi fisicamente e spiritualmente in qualcosa di unico attraverso le figure di Rick Dalton e Sharon Tate.

Non è la prima volta che in una narrazione di finzione in un contesto storico ben preciso, le figure dei movimenti radicali e hippie vengono “sconfitte” dai protagonisti-antagonisti. Prima infatti si è accennato a Mad Men. Nel finale della serie, infatti, Don Draper non può che accettare ed addirittura partecipare a questi movimenti, anche a causa della propria crisi creativa nel suo ambito professionale. Negli ultimi istanti, grazie al primo piano del protagonista sorridente e alla storica pubblicità della Coca Cola – “Hilltop” – a seguire, intuiamo che Don ha utilizzato questi movimenti radicali come obiettivo principale del target di quelli che saranno suoi nuovi clienti.

Perché sì, in fin dei conti, il cambiamento principale apportato dalla controcultura non è stato altro che riassestare il sistema industriale, modificandone le pratiche di produzione del contenuto mediale e delle principale tipologie di pubblico da integrare nel proprio orizzonte distributivo. È esattamente il caso della New Hollywood, per quanto riguarda la produzione cinematografica.

Alla luce di questo contesto culturale, risulta chiaro come effettivamente la pellicola di Tarantino sia portatrice di un sentimento che nulla ha che vedere con la rivoluzione storica o con la critica a determinati ideali. Il suo punto è voler riproporre un ambiente fiabesco ed utopico della Hollywood-pre-rivoluzione-culturale, che modifica la storia e la cultura anche grazie all’integrazione spirituale con un determinato tipo di cinema autoriale e di “Serie A“, in questo caso rappresentato da Polanski e dalla Tate, con uno maggiormente di genere e di diverse fasce di pubblico.

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