Spider-Man Life Story #6 – Un bel sogno

Nel 1962 il quindicenne Peter Parker scelse di ignorare un ladro in fuga, lo stesso che poco dopo avrebbe assassinato il suo amato zio Ben. Nel 2019, Chip Zdarsky e Mark Bagley ci raccontano la fine della sua storia.

Dopo sei mesi di lacrime e sorrisi, Spider-Man Life Story taglia infine il traguardo e ci raggiunge nella contemporaneità, come mostra quel vistoso 2019 che apre la pista alle trenta pagine alle quali è affidato il compito di dare una conclusione al must read fumettistico delll’anno.

«Una fine non è mai facile. Me la immaginò così tanto nella mia testa che non potrà mai soddisfare le mie aspettative», così disse JD nel controverso ultimo episodio di Scrubs, gettando luce sulla maledizione che accomuna tutti i prodotti seriali: maggiore è l’interesse o il consenso verso una data serie, maggiori saranno le dimensioni di quella spada di Damocle costituita dalle aspettative verso il finale.

E com’è, quindi, Spider-Man Life Story 6?

E’ difficile maturare un’opinione che si fermi all’analisi di questo ultimo numero e non vada verso la serie nella sua interezza, ma forse è proprio questo che Spider-Man Life Story 6 intende fare: tirare le somme.

Questo sesto capitolo mette nel frullatore i momenti salienti degli ultimi dieci anni del Ragno e trova perfettamente il suo spazio nei generi che hanno saputo incontrare il gusto del pubblico odierno, dividendosi fra scenari pirotecnici e meraviglioso intimismo, ma la storia non è altro che un pretesto per raccontare un personaggio, e dare a questo un degno addio.

Spider-Man Life Story non è una rivoluzione della narrativa, ma una lettera d’amore di Chip Zdarsky all’Uomo Ragno. «This is just a simple song, to say what you done», come recita la canzone degli Shins; «I told you about all these years, and away they did run».

Come dissi già in precedenza, la sere è l’elegante punta di un iceberg composto da sessant’anni di avventure, che incanala l’amore di tre generazioni di lettori, e di uno scrittore che sembra essere nato appositamente per insegnare (o ricordare) a tutti noi cos’è che fa Spider-Man: salva tutti. Più forte dei mali del mondo, più forte delle scaramucce fra due multinazionali che si contengono i diritti del personaggio; lui semplicemente salva tutti, ad un livello che arriva persino a diventare metanarrativo, insegnando il significato di bontà e di responsabilità a milioni di giovani, diventando letteralmente lo zio Ben di tutti noi.

Peter Parker, nonostante le vesti inedite di un 72enne, è più riconoscibile che mai, e arriva alla conclusione della sua storia con il sorriso sulle labbra, attingendo forza da tutto ciò che ha contribuito a formarlo in questi lunghi anni, tanto le luci quanto le ombre, perché queste insieme fanno la somma dell’eroe che, nelle sue ultime battute, lui stesso riconosce di essere, trovando così la pace.

Pur raccontando una vicenda razionalmente definibile come tragica, una piacevole sensazione di calore resta solida fino alla fine, e neanche per un secondo il numero smette di convincere il lettore che tutto sia andato per il meglio, che quello che si ha fra le mani è un lieto fine, e paradossalmente è la verità.

L’ultima vignetta è, probabilmente, la più importante dai tempi di Amazing Fantasy 15 del 1962, perché mai prima d’ora ci è stato dato modo di osservare un Peter Parker che riesce a perdonare sé stesso, che può ritenere il suo peccato originale estinto e poter così, finalmente, riposare.

Com’è, quindi, Spider-Man Life Story 6?

E’ un fumetto bellissimo, perché è un fumetto di cuore: scritto con il cuore, che si rivolge al cuore dei lettori e che centra il cuore del personaggio. E siccome parliamo di arte grafica e anche l’occhio vuole la sua parte, aggiungo anche un elogio alle matite di Mark Bagley, il quale è probabilmente stato investito in pieno dall’importanza del progetto che gli è stato affidato ed è riuscito quindi a disegnare talmente bene da superare ampiamente i suoi stessi anni d’oro, firmando tavole che, ci scommetto, sono già entrate nella storia.

Non sapendo cos’altro aggiungere senza rischiare di diventare stucchevole, mi spoglio delle vesti di analista e riprendo quelle di appassionato e di amante dell’Uomo Ragno, un po’ eterno Peter Pan, e dico grazie alla Marvel, per aver approvato questo progetto, e a Chip Zdarsky, per aver ricordato a tutti, compreso me, che fare miracoli con questo personaggio è e sarà sempre possibile.

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