Rambo

Rambo: Last Blood – Sentimenti intangibili e tramonti insanguinati

La carriera di Sylvester Stallone, negli ultimi anni, ha preso una piega sorprendentemente introspettiva e drammatica. I due bellissimi e recenti capitoli di Creed (ma anche il Rocky Balboa del 2006) dove l’eroe americano abbandonava quasi totalmente i guantoni da boxe per analizzare se stesso e l’avanzare dell’età sul suo corpo e la sua mente, ne sono la prova. Vedere un uomo che da sempre è simbolo di forza e vittoria, accettare umilmente lo scorrere del tempo e farsi carico delle debolezze che esso porta, senza comunque arrendersi, è un qualcosa che arriva dritto al cuore. Ed ecco che anche John Rambo, altro celebre personaggio interpretato da Stallone, affronta la chiusura del cerchio della sua esistenza; il suo tramonto insanguinato. Come il titolo lascia intendere, il sangue macchierà ancora una volta le mani del reduce di guerra. Qui, in una veste coerente con il percorso cinematografico che il suo interprete sta per l’appunto compiendo; Sylvester “Sly” Stallone si mette in gioco e mostra il lato più emotivo e fragile di un personaggio da sempre rappresentato come un eroe senza macchia ed ora in preda ai suoi tormenti e alla paura di poter perdere quel poco di buono che la vita gli ha dato. Rambo: Last Blood è un film che onora la sua grande icona riuscendo ad umanizzarla, senza però perdere la natura sanguinaria nel momento in cui essa è tenuta ad emergere per poi culminare lì dove è proprio l’attore americano a dare il suo saluto al cinema che, tra tanti ostacoli e successi, l’ha reso grande. È in casi come questo che le (già labili) definizioni di perfezione e imperfezione non contano; analizzare tecnicamente un film come questo, che conosce e mostra senza problemi i suoi limiti perchè il discorso che vuole diffondere è temporalmente e sentimentalmente intangibile, significherebbe privarlo di una scintilla da accogliere per accettare con serenità che il vento sta cambiando. Proprio come sta facendo Sly.

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