Once Upon a Time in… Hollywood – il saggio sul cinema di Tarantino

Mr. Tarantino ama il cinema, follemente; dal 1987, anno in cui scrisse per Tony Scott True Romancerealizzato però solo nel ’93, dopo Le Iene – il regista non ha mai smesso di riflettere profondamente sul mezzo cinematografico. Passando anche per il figlio illegittimo che Tarantino ha deciso di non riconoscere, Natural Born Killer, è evidente una costante visione metacinematografica in ogni sua pellicola. Quel che l’autore fa, infatti, non è solo mero citazionismo, ma uno studio sul cinema e su tutti i suoi aspetti produttivi.
In quest’ottica il suo non film non poteva essere da meno; eppure il regista è riuscito a fare un ulteriore passo avanti, scrivendo un vero e proprio saggio sul cinema che ha acceso la sua passione di bambino. In fin dei conti Once Upon a Time in… Hollywood è semplicemente la lettera aperta di un innamorato, un terreno di gioco dove si realizzano tutte le sue più appassionate e folli fantasie.

Ed è così che Tarantino rischia tutto per tutto attraverso la figura di Sharon Tate, Roman Polanski e Bruce Lee ad accompagnare i veri eroi della fiaba, due personaggi di pura fantasia che gli consentiranno di cambiare di nuovo le sorti di una storia tristemente nota.
Letto sotto questa luce non stupisce, quindi, che le prime notizie sul film fossero critiche sul modo in cui l’autore ha trattato i soggetti, accusati di non essere perfettamente aderenti agli originali; tuttavia è necessario capire che, una volta scelto di deviare dai fatti di cronaca, è legittima anche una certa riscrittura dei soggetti coinvolti. Questo non vuol necessariamente dire che il vero spirito della Tate non viva nell’interpretazione di Margot Robbie o che attraverso Mike Moh Tarantino abbia mancato di rispetto a Bruce Lee. Piuttosto la perfetta alchimia creatasi tra tutti gli interpreti ha reso Once Upon a Time in… Hollywood un perfetto e delicatissimo omaggio alla figura di Sharon Tate, quasi – e forse il termine è improprio – una piccola rivincita sulla storia con cui Tarantino ha scelto di renderle giustizia. Non è, infatti, solo la Robbie a stupire fortemente; sotto la guida dell’autore anche la coppia Brad Pitt / Leonardo Di Caprio funziona sotto ogni punto di vista, benché la bilancia penda al solito più verso la commedia anche tragica che non verso il vero e proprio dramma.
A sostenere l’ottimo lavoro del cast interviene una messa in scena dalla cura quasi maniacale in grado di consentire in pieno l’identificazione dello spettatore con i soggetti coinvolti e una regia meno marcatamente Tarantiniana ma dal taglio ovviamente autoriale che consente di ritrovare l’occhio del regista nei momenti decisivi.
È arduo, insomma, trovare difetti in un prodotto studiato a tavolino come Once Upon a Time in… Hollywood, che corre tuttavia il pericolo più grande di tutti. La nuova poetica che permea la pellicola e il suo dichiararsi favola fin dai primissimi frame rischia di lasciare lo spettatore più indifferente del solito di fronte ad un prodotto targato Tarantino.

Nonostante, infatti, ogni aspetto produttivo sia indiscutibilmente valido, il pubblico potrebbe aspettare, invano, la forza narrativa tipica di ogni sua precedente pellicola. Si tratta in fondo di una fiaba e, per la prima volta, Tarantino sceglie di concederci una carezza invece del solito cazzotto allo stomaco.
Difficile dire, però, se questo aspetto sarà perfettamente compreso anche dal pubblico meno abituato a riflettere sul suo cinema.

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