Mindhunter 2: sempre più unica

La mente umana è un enorme mistero. Quella di un serial killer lo è ancora di più, e gli agenti Tech e Ford lo stanno imparando sempre più a loro spese.

Nella prima stagione di Mindhunter, serie prodotta da David Fincher e Charlize Theron, il compito della nuova Task Force dell’FBI si “limitava” all’analisi e profilazione della nuova tipologia di assassino sviluppatosi negli anni ’70: il serial killer. Ora invece si compie un passo ulteriore: l’applicazione sul campo dei dati raccolti nelle famose interviste ai criminali più violenti degli Stati Uniti, diventate quasi già cult. Il reparto di Scienze Comportamentali si trova per la prima volta ad investigare concretamente su uno dei casi di omicidi seriali più ambigui e tragici degli anni ’70: gli omicidi di Atlanta.

Questa volta, durante tutta la stagione, ad emergere maggiormente è la vita privata dell’agente Tech, fino ad ora conosciuto al pubblico in modo abbastanza superficiale. Gli eventi che segnano la vita di questo personaggio tendono a mescolarsi con la sua professione, condizionandola inevitabilmente. Quello che nella prima stagione ci è stato presentato come un uomo pragmatico, razionale e distaccato nei confronti degli inquietanti personaggi che incontra, subisce un trauma familiare che lo indurrà a vedere il mondo in cui lavora con un occhio diverso, più emotivo e meno lucido. Un esempio lampante è l’incontro con Charles Manson, interpretato magistralmente da Damon Herriman, seppur per poco. Davanti alle continue provocazioni del criminale, il “vecchio” Tech avrebbe continuato l’intervista lucidamente e con la solita leggera ironia che lo contraddistingue. Quello a cui assistiamo invece è esattamente l’opposto. L’intervista si trasforma sempre di più in una discussione, sfociando infine in un vero e proprio litigio, ponendo fine ad uno degli eventi più attesi della serie.

Anche nell’agente Ford possiamo notare un’evoluzione, nonostante non si parli ulteriormente della sua vita privata, già ben presentata nella prima stagione. La forte motivazione che spingeva il personaggio precedentemente era dovuta al fascino della mente dei criminali e alla sua voglia, quasi empatica, di conoscerli il più a fondo possibile. Ora invece, davanti alla concretezza del primo caso in cui si trova coinvolto, l’agente inizia a comprendere che in gioco ci sono molto più che semplici conoscenze teoriche. Già con l’incontro dell’inquietantemente freddo Edmund Kemper nella prima stagione, Ford aveva provato qualcosa di più profondo e tragico, causando in lui addirittura numerosi attacchi di panico. In questa  stagione la sua “presa di coscienza” è scaturita dall’incontro con le madri delle numerose vittime dell’assassino di Atlanta. L’agente Ford non si trova più a confrontarsi con semplici numeri, ma con persone in carne ed ossa, la cui speranza dipende dalle sue decisioni. Questa nuova consapevolezza porterà in lui un coinvolgimento ulteriore nelle indagini, facendogli nascere dubbi sulla validità del nuovo metodo di indagine introdotto dalla sua sezione.

Un altro personaggio la cui vita privata viene messa maggiormente in risalto è quello della dottoressa Carr, ma purtroppo essa risulta non avere lo stesso impatto delle altre, rimanendo come una sorta di cornice esterna, a volte anche poco pertinente al vero “cuore” della serie. Speriamo fortemente che questo personaggio, che ha già ampiamente dimostrato di essere all’altezza degli altri, possa tornare ad avere un ruolo più centrale nello sviluppo della trama.

Ciò che rimane giustamente l’unica costante di Mindhunter sono i dialoghi. Scritti ancora una volta magnificamente, essi si riconfermano la vera “arma segreta” della serie. David Fincher riesce a tenere alta la tensione e a far inorridire senza mostrare quasi mai immagini crude o eccessivamente violente, nonostante il genere a cui appartiene la serie possa richiederlo. Sono sempre i personaggi a descrivere i delitti efferati e le loro metodologie, ma questo non affievolisce minimamente la sensazione di angoscia che viene trasmessa in quei momenti. Pochi prodotti audiovisivi contemporanei riescono ad essere sorretti così abilmente dai dialoghi. Per questo Mindhunter risulta una serie televisiva unica, lontana da qualsiasi altro thriller di genere simile al suo.

Viste le nuove ed interessanti premesse, ci aspettiamo mantenga la sua unicità nelle prossime stagioni, che non vediamo l’ora di gustarci.

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