Cosa succede alle eroine hollywoodiane?

Hollywood, ultima frontiera. Questi dovrebbero essere i viaggi di un’industria verso l’attualizzazione delle sceneggiature, verso la scrittura di personaggi femminili che combattono pregiudizi e stereotipi di sorta. È infatti innegabile che il ruolo della donna si sia evoluto nel corso dei suoi cento (e più) anni di storia, passando da ruoli marginali e passivi a vere e proprie protagoniste dello schermo. Ma non è tutto oro quel che luccica e se siamo fortunatamente distanti dalla visione maschilista hollywoodiana – più o meno abilmente registrata dalle prime critiche femministe – è altrettanto interessante notare come al momento l’industria dei sogni stia vivendo un momento di stanca nella realizzazione delle proprie eroine. 

Ma qual è il tratto più peculiare di questa trasformazione?

Se negli anni ’70 Laura Mulvey a ragione aveva rintracciato in alcuni film, se non addirittura in generi e registi, un certo modo di vedere la donna – e di muoverla di conseguenza – di lì a poco, senza troppo clamore, la donna avrebbe completamente ribaltato il modo di essere percepita. Uno degli esempi più significativi di quello stesso decennio resta l’iconica Ellen Ripley, l’eroina dell’intramontabile Alien firmato da Ridley Scott. La saga, in realtà è il risultato di un processo di scrittura molto particolare; nella prima versione della sceneggiatura non erano stati specificati i sessi di nessuno dei membri dell’equipaggio; inoltre gli autori volevano distaccarsi da una pratica molto comune in quegli anni – soprattutto negli slasher movie di quegli anni –  l’inserimento dello stereotipo della final girl. Nonostante queste premesse, però, lo sceneggiatore Dan O’Bannon si rese conto che una Ripley donna avrebbe equilibrato l’equipaggio fin lì selezionato durante i casting. In quel momento nasceva, a sorpresa e senza troppe riflessioni di genere, un punto di riferimento per la scrittura femminista. 
Ed è proprio questo il dettaglio più assurdo di tutti; O’Bannon, così come lo sceneggiatore Ted Tally per il silenzio degli innocenti – anche se forse il vero punto di riferimento sarebbe Thomas Harris – non avevano in programma di scrivere un’eroina femminista e non avevano di certo intenzione di scrivere un prodotto che rispondesse ad assurde quote rosa o a nuovi modelli imposti dalla società. Ad oggi, invece, è evidente che dover rispettare tutti questi vincoli e, insieme, cercare di evitare a tutti i costi le polemiche più disparate ed assurde che di giorno in giorno si scatenano, ha reso la scrittura dei personaggi femminili a dir poco forzati. Nel tentativo di renderle emancipate, forti ed indipendenti, alcune di loro hanno perso umanità, diventando degli assurdi automi, altre si sono semplicemente costituite come pedanti ed arroganti stereotipi che nulla hanno a che vedere con il reale essere donna. Nello sforzo, quindi, di renderle superiori agli uomini – in un momento in cui invece andrebbe ribadita la parità intellettuale – le hanno svuotate di qualunque declinazione positiva, perfino della possibilità di empatizzare con loro.
Tra gli esempi peggiori degli ultimi anni spiccano, senza alcun dubbio, la tenente di Altered Carbon, Kristin Ortega. L’ennesima eroina forte, indipendente, che non fa altro che dare il tormento al protagonista maschile della fortunata serie al punto da rendersi non brillante, non indispensabile, ma inutilmente saccente e petulante, se non assolutamente noiosa per gran parte della storia. Ma non è certo l’unico esempio a favore di questa tesi; tra le eroine con cui non si può assolutamente empatizzare spiccano anche la controversa Rey della nuova saga di Star Wars, la Mary Sue del nuovo decennio per eccellenza. 

È pur sempre vero che Hollywood – così come il mondo della serialità – cercherà sempre di schivare le accuse di maschilismo, omofobia e razzismo, ma è anche impossibile non notare che nel tentativo di allontanare ognuna di queste accuse sono stati fatti degli sforzi che hanno indebolito la scrittura e favorito l’introduzione di nuovi stereotipi di cui nessuno aveva davvero bisogno. 
Quello che l’industria del cinema, ma anche tutti i sollevatori di polemiche dell’ultima ora, dovrebbero capire è che questo non fa che ingigantire la percezione della differenza tra sesso, razza e orientamento sessuale. Mettere una donna sul piedistallo rendendola follemente ed assurdamente forte non fa che renderla ancor più aliena nei confronti dell’uomo e, soprattutto, dello spettatore – a prescindere che si tratti di un uomo o di una donna. Ma, soprattutto, è folle immaginare, e proporre su schermo, un mondo in cui una donna non ha bisogno di un uomo; e non perché la donna sia il sesso debole, ma perché tutti abbiamo bisogno del nostro complementare al nostro fianco. E se vogliamo insistere sul fatto che un uomo ha bisogno di una donna accanto – come è giusto che sia – dobbiamo essere pronte ad accettare l’idea che sia vero anche il contrario. 

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