“Il Signor Diavolo” di Pupi Avati: è rinato l’horror di genere?

Pupi Avati torna sul grande schermo con Il signor Diavolo, un film che vuole essere nostalgico, popolare, ma anche complesso, nel senso latino di «abbracciare» varie pulsioni, paure, leggende.

La storia prende le mosse da Roma, dove un giovane funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia, Furio Momenté, viene incaricato di recarsi segretamente a Venezia per indagare su un misterioso omicidio: qui infatti un ragazzino, Carlo, ha ucciso il coetaneo Emilio con l’accusa di essere il diavolo. La situazione è doppiamente delicata, in quanto nel delitto sono coinvolti dei prelati, rei di aver fomentato la superstizione religiosa e aver socraticamente corrotto l’animo dei più giovani. In secondo luogo la vicenda andrebbe a imbarazzare la DC in un fortino elettorale come il Veneto, rischiando di compromettere il consenso in una regione storicamente “bianca”. Momenté viene così incaricato di svolgere un’indagine parallela per scoprire davvero cos’è accaduto e insabbiare la vicenda.

Il punto di vista attraverso cui lo spettatore viene scoprendo la storia è doppio. Da una parte si ha la deposizione che Carlo fa al giudice, la vera ossatura del film: è qui che il piccolo protagonista rivela la sua versione dei fatti, piena di dettagli soprannaturali ed elementi horror, tanto inquietante quanto incredibile: l’arrivo di Emilio, la morte improvvisa dell’amico Paolino dopo essere stato morso da Emilio o la dentatura di quest’ultimo simile a quella di un maiale. Dall’altra parte abbiamo l’indagine di Momenté, un goffo funzionario statale che sembra trovarsi di fronte a qualcosa più grande di lui, che stenta a barcamenarsi tra i documenti ufficiali e il non detto tipico dei piccoli paesi. Eppure è proprio lui l’alter ego dello spettatore, il corpo estraneo gettato forzatamente in un mondo con cui non ha nulla da condividere e di cui ignora le dinamiche profonde.

Il signor diavolo, secondo le parole dello stesso regista, si presenta come una trasposizione, approfondita e romanzata, di quelle storie (di cui Avati è viva testimonianza) che un tempo si raccontavano la sera prima di addormentarsi. Un film “gotico-padano” in cui ci si cala in una cultura popolare, contadina, a tratti surreale, che per secoli ha rappresentato l’unico concreto momento di condivisione e quindi di arricchimento comune: uno spazio dove la cultura, intesa nel suo più ancestrale significato di qualcosa legato alla terra, che viene per l’appunto «coltivato», può fondersi con il suo esatto opposto: la religione, la dimensione eterea della vita. Senonché Avati s’affretta a controbilanciare questa dimensione “alta” nuovamente col “basso”, con Satana, che per definizione sta sottoterra.

Detto questo, c’è da constatare che Il signor diavolo è un film non scevro da difetti (anche se, bisogna dirlo, i pregi sono assai più interessanti e degni di nota dei lati negativi).

Tralasciando il fatto che sia un horror che non fa paura e dagli effetti speciali non all’altezza, a mio parere gli elementi davvero negativi sono due. Il primo è la trama: dopo i primi 5 minuti lo spettatore è già a conoscenza di tutto. La deposizione di Carlo e le indagini di Momenté non fungono da espedienti narrativi attraverso i quali esplorare un mondo e scoprire la verità pezzo per pezzo (creando così una vera simbiosi tra spettatore e personaggio), bensì risultano loro malgrado conferme di una storia che già si conosce. Ciò ha come conseguenza l’inevitabile svalutazione di Momenté e del suo ruolo. Per non parlare della sottotrama che viene a crearsi tra il funzionario romano e l’infermiera dell’ospizio dove è ricoverato il padre: senza nessuna utilità narrativa, ha tutta l’aria di essere stata inserita per diluire un po’ il film.

L’ultima nota negativa rispetto alla trama è il colpo di scena finale (sul quale ovviamente tacerò); il regista ha ammesso che si è trattato di una decisione improvvisata sul momento, e si vede. Purtroppo un occhio attento non può non notare come questo coupe de theatre vada a inficiare tutta la storia, creando vistosi buchi narrativi e fastidiose incongruenze con quanto visto fino a quel momento.

Il secondo difetto riscontrato è una promessa non mantenuta. Le premesse erano buone, anzi buonissime, ma purtroppo un vero e proprio approfondimento della cultura popolare non c’è stato; quella volontà di calare lo spettatore in un folklore atavico e ancestrale è parzialmente sfumata. Oltre a evocare l’eponimo signor diavolo che risiede nel corpo di Emilio, un ragazzo nato dal rapporto di una donna con un maiale, e ad accennare a qualche leggenda sul suo conto, i riferimenti, purtroppo, scarseggiano.

Rimane però una questione lasciata aperta, uno spunto che invoca a gran voce di non essere trascurato, e questo è il grandissimo pregio del film. Un horror di genere nel 2019 è di nuovo possibile, e la scommessa di Pupi Avati è senza dubbio vinta: un film non perfetto ma piacevole, interessante, a tratti accattivante, ma soprattutto di successo: non a caso a due settimane dall’uscita è ancora il primo film italiano al botteghino. Prova che l’interesse per questo genere c’è, è forte, e l’iniziativa di Pupi Avati non merita di restare lettera morta.

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