Joker di Todd Phillips | Venezia 76

È difficile non uscire stupefatti dalla sala dopo un film di questo tipo. Joker non ha di certo deluso le aspettative che gravavano su di lui, sia per via del fardello del suo nome – associato ad un’ampia mitologia fumettistica – sia alla promessa di tradire questa mitologia, allontanatosi dalle storie originali.

Arthur Fleck è un uomo di mezz’età in totale smarrimento all’interno di un contesto urbano-politico che ha lasciato i cittadini più “umili” in uno stato di totale abbandono. Questo naturalmente causa non pochi problemi ad Arthur, soprattutto per via di un trauma misterioso ed irrisolto che verrà sviscerato nel corso della narrazione.

Sulla trama non ci addentriamo oltre. Basti pertanto sapere che questa sarà la linea di partenza dell’intera vicenda.

Si tratta di una delle prime volte nella storia dei cinecomic in cui abbiamo di fronte a noi una storia quasi completamente originale che prende più distanze possibili dagli sviluppi ormai ridondanti e conosciuti dagli spettatori. Il Joker centra pertanto il suo obiettivo, ma non con precisione millimetrica.

Si potrebbe dire che il suo più grande difetto sia proprio la mancanza di decisione e di coraggio nell’abbandonare la complessa mitologia della DC comics. Il tutto viene fatto con un intreccio che non sorprende per la sua originalità, poiché estremamente lineare nella sceneggiatura, almeno fino al secondo atto, ed il suo nodo centrale in queste sezioni è chiaro fin dal trailer – salvo naturalmente un paio di colpi di scena imprevedibili, che scatenano gli eventi che porteranno al climax finale.

Se la storia ha quindi uno sviluppo lineare, la messa in scena, invece, è il vero fiore all’occhiello, in particolare per via della “furbizia” magnificamente orchestrata da Todd Phillips. Quasi tutte le sequenze sono incentrate sul personaggio di Arthur, ed è quindi naturale che ci si concentri sul lento declino del personaggio di Joaquin Phoenix e che la sua risata ci accompagni per gran parte di esso.

La sua interpretazione è senza ombra di dubbio magistrale, resa ancora più evidente da tutti gli intensi primi piani del suo volto, tramite un ampio utilizzo di focali lunghe. La profondità di campo in questo gioca un ruolo cruciale, evidenziando infatti l’isolamento del personaggio rispetto al resto del mondo.

Il tutto è accompagnato da lente carrellate, atte a guidarci in questa sorta di catabasi negli oscuri meandri della follia che si manifesta appieno nella danza. Maggiore consapevolezza acquisirà il personaggio, maggiore sarà la sua sicurezza nei movimenti, che diventa un elemento fondamentale della sua psiche ed in grado di caratterizzarlo.

Volendo sintetizzare, il film è un’ottima fusione fra Taxi Driver e Re Per Una Norte – entrambi di Scorsese, che misteriosamente si è chiamato fuori dal progetto dopo esser stato intenzionato a produrlo – con l’aggiunta di un’iconografia del personaggio chiara in partenza solo a livello generale. Senza rivelare troppo, uno dei punti interrogativi è sull’effettiva necessità dell’ultimo atto di richiamare un immaginario già visto, ovvero il suo abbraccio all’anarchia (con tutte le sfumature che questo termine comporta) nonostante i metodi per arrivarci abbiano preso direzioni completamente diverse.

Insomma, stiamo sicuramente parlando del film più attesto della Mostra del Cinema di Venezia. Già la scelta di questa pellicola si è rivelata fondamentale per la manifestazione, dato l’elevato afflusso di pubblico e critica, ed inoltre anche per il peso che comporta inserire un cinecomic all’interno di un festival storico e rinomato come quello del Lido.

Dopo nemmeno un giorno d’uscita, numerosi quotidiani e critici già esaltano questo film definendolo subitamente come un capolavoro, nonostante la brevità dei tempi data per elaborare pienamente un giudizio ed il suo impatto sulla cultura di massa. Sia chiaro, l’impatto ci sarà, ed anche molto forte e sarà anche un successo buono – se non ottimo – al botteghino.

Ma come detto in precedenza, a mente fredda, le perplessità aumentano. Soprattutto per quanto riguarda la definizione di “autoriale“, termine che Jason Mittell identifica come un tentativo da parte del pubblico di dare una manifestazione antropomorfa al prodotto artistico, così da collegarlo direttamente al suo singolo creatore secondo un ideale prettamente romantico.

Da questo punto di vista, risulta chiaro fin da subito anche a quale tipo di pubblico tenderà a rivolgersi un’opera così impacchettata, tentando una sintesi fra la solita dialettica fra populismo e mondo intellettuale, nonostante che tale schieramento sarà, a conti fatti, inevitabile, in particolare fra chi elogerà il tentativo di aver creato un cinecomic per il piccolo pubblico, dandogli una forma “nobile“, e chi invece lo accuserà di avere uno sviluppo eccessivamente ridondante e confuso, non adatto al grande pubblico. Questo ovviamente nella peggiore delle ipotesi.

Per concludere, è un film che parla molto alla pancia dello spettatore – motivo per cui non compie scelte coraggiose di totale distacco dalla mitologia fumettistica – e che sicuramente sarà in grado, anche se furbescamente, di stupire, ma soprattutto anche d’influenzare il genere stesso.

Si ringrazia Michele Innocenti per gli splendidi spunti su questo film.

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