Spider-Man Life Story #4 – Una sinfonia dolceamara

L’anno è il 1995. Peter Parker è un uomo sulla cinquantina, separato da sua moglie, che quando non passa il suo tempo a dirigere le ormai colossali Parker Industries si libra fra i tetti di New York City nei panni del vigilante noto come Spider-Man.

È il giro di boa per la miniserie di Chip Zdarsky, che con questo quarto numero sbarca finalmente nei bizzarri anni 90, quegli anni caratterizzati da simbionti e giacche di pelle, da bazooka e grottesca anatomia, ma che nel bene e nel male costituiscono un periodo iconico per il personaggio, anche per merito del nostro Mark Bagley, che qui compie il suo personale viaggio nel tempo e ripercorre le storie dei suoi albori vent’anni dopo, più anziano e maturo come lo stesso personaggio che torna a illustrare. Tuttavia, i 90s di Zdarsky risultano subito molto differenti dal periodo a cui fanno riferimento, sia tematicamente che stilisticamente, complice probabilmente il fatto che il decennio offra una situazione politica e sociale decisamente meno riconoscibile rispetto agli anni che lo precedono e seguono, e questo permette all’autore di allontanare il piede dall’acceleratore e soffermarsi completamente sul protagonista: ci viene finalmente mostrato l’eroe, vediamo lo stupefacente Uomo Ragno che salva civili in pericolo e afferra automobili al volo, e l’incorruttibile Peter Parker, un Bruce Wayne della Marvel, che affronta a viso aperto il rivale in affari Tony Stark e lo intima ad abbandonare la produzione di armi.

Il sapore che resta in bocca durante la lettura di questo numero è difficile da identificare; pescando ancora una volta a piene mani dalla cultura musicale del decennio preso in esame, si potrebbe usare l’espressione Bitter Sweet Symphony. L’autore ci restituisce uno Spider-Man più familiare, seppur brizzolato, di cui ci si può fidare, nonostante viva nel rimpianto e nella perpetua insoddisfazione di ciò che è diventata la sua vita. Dopotutto, che senso ha disporre di un grande potere se le tue responsabilità sono unicamente nei confronti di un’azienda?

«Tryin’ to make ends meet, you’re a slave to money then you die »

Il racconto che leggiamo è sicuramente il più intimo fra i quattro e si prende i suoi lunghi respiri, ma non teme di affrontare quel mastodontico elefante nella stanza che è la seconda Saga del Clone, odi et amo di tutti i lettori del Ragno, la quale ha occupato buona parte degli anni 90 e ha rappresentato un vero spauracchio per le sorti di questo quarto numero. Contro ogni aspettativa, il lavoro di sottrazione compiuto da Zdarsky, che alleggerisce la storia e la riduce all’essenziale, risulta non soltanto piacevole, ma anche perfettamente inserito nell’arco di maturazione del suo Peter Parker, un Peter Parker diverso dal reattivo giovanotto a cui siamo abituati, saggio, stanco, che afferra le premesse della Saga e le reinventa affinché si prestino a realizzare ciò di cui sente il bisogno.

«I need to hear some sounds that recognize the pain in me, yeah

E’ in questo numero, tuttavia, che Spider-Man Life Story presenta la sua prima macchia: se fino ad oggi questa miniserie ha saputo distinguersi per l’audacia con cui ha saputo reinventare tappe iconiche della mitologia dell’Uomo Ragno affinché funzionassero in questa nuova miscela, l’autore ha scelto di inserire in questo quarto capitolo la celebre morte di un noto comprimario, che se nel ’93 rappresentò una freccia al cuore degli appassionati, qui appare come una formalità da sbrigare, senza pathos, in quanto assenti le premesse per percepirlo vista natura stessa della miniserie.

Cionondimeno, è catartico osservare come per tutta la durata del numero si avverta un forte senso di chiusura: le trame vengono (quasi) tutte concluse, nonostante manchino ancora due numeri al termine della corsa, ed è probabile che Zdarsky l’abbia fatto per sottolineare come con questo numero siamo effettivamente davanti alla fine di un’epoca, in quanto, come allora, diciamo addio ad un secolo, addirittura un intero millennio, soluzione che ho trovato deliziosa. Seguendo questo concetto, non mancano i faccia a faccia finali con due dei più iconici nemici di Spider-Man, il Dottor Octopus, che Bagley ci mostra nella sua  versione più terrificante vista finora, e l’immancabile Norman Osborn. Su quest’ultimo in particolare vale la pena soffermarsi: il machiavellico avversario numero uno qui appare nient’altro che patetico, un gracile ottantenne che non ha saputo fare altro se non crogiolarsi nell’odio verso un uomo che negli ultimi trent’anni ha vissuto la propria vita. L’aura di pericolo che l’ha sempre accompagnato scompare, e lo si può notare nella riproduzione della celebre scena dell’aliante, che qui viene semplicemente bloccato da Peter e frantumato a mani nude come fosse di carta, quasi a voler fare da specchio alla debolezza del proprietario, che infatti di lì a poco muore per un attacco di cuore, pronunciando «ti odio» come ultime parole.

«I’ll take you down the only road I’ve ever been down»

L’epilogo, con Peter che sceglie di riprendersi la sua felicità, difficilmente non disegnerà un sorriso sul volto del lettore; un vero e proprio lieto fine per il nostro eroe e i suoi cari, e sarebbe credibile immaginare che la storia possa concludersi qui, non fosse per la triste consapevolezza che questa gioia ovviamente non durerà, ma d’altronde se così non fosse i rimanenti due numeri sarebbero piuttosto noiosi, e Chip Zdarsky, ormai lo sappiamo, non ci fa annoiare mai.

«It’s just I can’t change my violence, melody and violence»

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