Spider-Man Life Story #3 – La guerra a casa

«Qui giace Spider-Man, ucciso dal cacciatore».

Fu con queste parole che, nel lontano 1987, il capolavoro di J.M. De Matteis, L’Ultima Caccia Di Kraven, aggredì i lettori di tutto il mondo.

Gli 80s rappresentarono un periodo essenziale per la crescita del fumetto. È il decennio della Dark Age of Comics e della British Invasion, termine riferito appunto al prominente avvicinamento di autori inglesi all’industria dei comics americani, come Neil Gaiman, Grant Morrison o Alan Moore, ciascuno dei quali contribuì ad una totale reinvenzione della natura del medium: si prediligevano atmosfere cupe e mature, la libertà creativa era ai massimi storici e, parallelamente a quanto accadeva nel cinema, l’approfondimento psicologico era il cuore di ogni storia. E pioggia, tanta, tantissima pioggia.

Fu una sorpresa più che gradita quando anche Spider-Man, tendenzialmente lontano da atmosfere dark, si guadagnò uno spazio su questo Olimpo, lo stesso di  Watchmen e The Dark Kight Returns, grazie a quella che è ancora oggi considerata, con pochissimi obiettori, la miglior storia mai scritta sull’Uomo Ragno.

Con questo terzo numero, Chip Zdarsky firma il mash-up più brillante fatto finora, riuscendo a mescolare abilmente l’impegnativa Ultima Caccia con le altre storie che caratterizzarono il personaggio durante il decennio, ovvero Secret Wars (primo crossover della Marvel Comics) e la mitica saga del costume alieno, senza dimenticare, come in ogni numero, le tensioni politiche e sociali degli anni presi in esame. Torna ancora una volta il tema della guerra, leitmotiv dall’inizio della miniserie, che in questo numero trova finalmente il suo porto, manifestandosi in due incarnazioni: Fredda, realistica e casalinga, e Segreta (dalla già citata Secret Wars), fantascientifica e interplanetaria.

«There’s so many different worlds
So many different suns
And we have just one world
But we live in different ones
».

Così cantava Mark Knopfler in Brothers In Arms, le cui parole prendo in prestito per rappresentare al meglio il rapporto fra micro e macrocosmo di cui vive quest’opera, che mescola le carte e modifica le prospettive, partendo da una lotta per il pianeta Terra e facendo così apparire la nostra guerra, persino se fra americani e sovietici, fratricida.

Peter Parker, che per vent’anni e due numeri ha disperatamente cercato di tenersi lontano dalla guerra, si ritrova catapultato in ben due di esse, fino a realizzare che la guerra più grande l’ha sempre avuta dentro di sé. Dopo tre numeri diventa palese che il personaggio scritto da Chip Zdarsky è fortemente diverso dalla controparte classica; ciò non è solo ovvia conseguenza dell’invecchiamento in “tempo reale”, ma anche e soprattutto del microscopio dell’autore: non ci viene mai mostrato l’Uomo Ragno sotto una veste eroica, non c’è spazio per civili salvati da incendi o borsette recuperate, la serie gira unicamente intorno agli errori e ai dilemmi morali di un melanconico Peter Parker quarantenne, alle prese con la sua guerra personale. Una guerra contro le sue responsabilità, divise fra famiglia, costume e le interessanti Parker Industries; una guerra fra le mura domestiche, verso l’incapacità di gestire un matrimonio in crisi, l’arrivo di due gemelli e una zia May novantenne in piena demenza senile (schiaffo in faccia di una certa violenza ai lettori affezionati), e, soprattutto, una guerra contro se stesso.

Il concetto di lato oscuro, altra tematica chiave degli anni 80, si incarna nel più didascalico che mai costume nero, il quale non ha bisogno di alterare in negativo la personalità di Peter, ma funge da abito a tema per la caratterizzazione di quella che già di per sé non sembra, a conti fatti, una brava persona, bensì un uomo che fatica a esibire il suo lato umano e più e più volte è causa diretta della sofferenza di chi lo ama. Tuttavia, la storia è abile nel giocare con la nostra percezione e non fatica a farci empatizzare con il protagonista quando questo esce sconfitto da una battaglia sul tetto con Kraven il Cacciatore e prega l’avversasio per la sua vita o, per antitesi, quando a un passo dall’essere trascinato nell’abisso, implora la donna che ama di premere il grilletto, e lei, fra la pioggia e le lacrime, lo fa. «Like tears in rain.».

Spider-Man si ritroverà, al termine di questa storia, privato di ogni cosa, solo, ad affrontare i suoi demoni. Morte e rinascita, cadere e rialzarsi, come detta la miglior tradizione supereroistica di quegli anni, seguendo quanto fatto da Frank Miller con Daredevil e da David Micheline con Iron Man; Chip Zdarsky getta le basi di quella che, nei prossimi numeri, dovrà essere una vera e propria ricostruzione di un personaggio che ha toccato il fondo e che non è detto sia disposto a risalire.

Il meraviglioso epilogo ci mostra Kraven mentre, terminata la sua caccia, osserva il calar del sole con malinconia e, dicendo addio alla sua defunta madre, si accinge a togliersi la vita, guidando di nuovo la mente del lettore verso la canzone dei Dire Straits, la cui penultima strofa risuona:

«Now the sun’s gone to hell and
The moon’s riding high
Let me bid you farewell
Every man has to die
».

Poi, il Cacciatore prende il fucile e lentamente se lo porta alla bocca, il tutto gestito con un ritmo al cardiopalma da Mark Bagley, le cui vignette, quasi cinematografiche, sembrano scandite da un immaginario ma assordante battito cardiaco, che non permette all’occhio di staccarsi dalla pagina fino al sorprendente, terrificante cliffhanger finale, confermando, se ce ne fosse stato ancora bisogno, il perfetto inserimento della storia nei canoni che hanno reso gloriosi gli anni 80.

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