“M.”, la biografia di Mussolini che vince il Premio Strega

Qualunque opinione si abbia riguardo ai concorsi letterari (non sempre imparziali, non sempre focalizzati sulla vera qualità letteraria ed editoriale), non si può negare l’importanza storica del premio Strega, che sostiene l’onore e l’onere di pubblicizzare la narrativa contemporanea italiana già dal 1947, cioè da quel difficile dopoguerra in cui nulla pareva più lontano dai bisogni stringenti e al contempo più necessario all’uomo di una rifondazione culturale. Non è poi da dimenticare il gran numero di classici della nostra letteratura che ne hanno conquistato il podio: Cesare Pavese con La bella estate, Elsa Morante con L’isola di Arturo, Dino Buzzati con i Sessanta racconti, Tomasi di Lampedusa con Il Gattopardo, fino a Primo Levi con La chiave a stella e Umberto Eco con Il nome della rosa.

Quest’anno la palma va ad Antonio Scurati con M. Il figlio del secolo, primogenito di una trilogia ancora da dare alla luce, romanzo più che storico, dramma senza invenzione, ma con una propria vicenda tragica: l’ascesa al potere di Mussolini, nelle sue varie tappe dal 1919 alla svolta autoritaria del 1925, raccontata con un’encomiabile imparzialità. Come ha dichiarato l’autore stesso dopo essere stato insignito del premio, la scelta di non porre alcun filtro alla narrazione se non quello documentario (assolutamente nulla è infatti frutto di fantasia in questa storia) ha una finalità ben precisa: lasciare che il fascismo mostri da sé tutta l’ingiustizia, la violenza e la barbarie che gli sono connaturati. È una scelta encomiabile e sicuramente efficace, che smorza sul nascere qualunque accusa di partigianeria e pregiudizio, lasciandoci anzi riflettere con i nostri propri strumenti critici, cui vengono in soccorso le lettere, i documenti e i telegrammi opportunamente riportati alla fine di ogni capitolo/scansione temporale. Si potrebbe pensare che una siffatta divisione (per giorni, mesi e anni e personaggi), per di più corredata da un tale repertorio documentario, appesantisca la narrazione: nient’affatto. L’esito è quello felice di un romanzo scorrevole (a dispetto dell’andamento storiografico e della considerevole mole), ben scandito (personalmente trovo che le indicazioni temporali facilitino la lettura) e ottimamente comprovato da fonti dirette e indirette.


Benito Mussolini, di origine plebea, zingaro della politica, autodidatta del potere, a soli trentanove anni era il più giovane ministro del suo paese […] al momento dell’ascesa non aveva nessuna esperienza di governo né di amministrazione pubblica, era entrato alla Camera dei deputati soltanto sedici mesi prima e indossava la camicia nera […]. Con tutto ciò, figlio del fabbro – figlio del secolo – aveva salito le scale del potere. In quel momento, il nuovo secolo si era aperto e, al tempo stesso, si era richiuso sui suoi passi.

Tra i particolari che arricchiscono la ricostruzione storica, affascinano e spaventano quelli sull’uomo Mussolini, il self made man della vicenda, negligente padre di famiglia (tranne se si parla della figlia Edda, per cui stravede) e spietato politico, amante passionale e infedele, amico che preferisce essere temuto che amato. Diversi suoi rapporti sono rievocati e ripercorsi: quello di amore-odio (più una buona dose di invidia) con D’Annunzio, modello di comportamento e oratoria per Mussolini fino all’impresa di Fiume; quello con Margherita Sarfatti, personaggio chiaroscurale, di luci ed ombre, donna all’avanguardia e straordinariamente colta, amante di una vita del Duce; infine quelli con i suoi vari collaboratori, utili a mostrarci un fascismo intimidatorio e violento fin dalla sua nascita, nel 1919, e non frutto, come tristemente si sente ancora dire, dell’amicizia sbagliata di Mussolini con Hitler.

La duplice natura del personaggio principale, poiché egli è insieme protagonista della storia ma antagonista della Storia, favorisce una lettura a due livelli: uno di immersione e coinvolgimento, l’altro disincantato e amaro, dato che, nonostante gli ostacoli che si presentano al futuro Duce nel suo percorso di ascesa, sappiamo già come andrà a finire. Questo secondo livello si fa sentire più che mai nelle pagine dedicate alla commovente figura di Matteotti, l’eroe buono, il martire, il contraltare ideologico e morale del barbaro Mussolini. Isolato dal suo stesso partito, osteggiato e deriso dai deputati fascisti e liberali nei suoi coraggiosi discorsi alla Camera, lontano dall’amatissima moglie, con cui si scambia lettere che hanno già il sapore dell’addio, condannato in partenza a una fine ingiuriosa, egli possiede tutti i tratti del titano destinato a cadere di fronte agli ingiustissimi e spietati dei, il che lo rende sicuramente il personaggio più iconico e memorabile del romanzo insieme al capo dei Fasci.


“Il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparatemi l’orazione funebre”. Dopo averlo detto, Giacomo Matteotti sorride […]. Durante tutto l’interminabile centosettesimo discorso parlamentare dell’onorevole Matteotti, Benito Mussolini se n’è rimasto in silenzio, seduto al banco della presidenza. Ha ostentato indifferenza […]. Quando, però, ha potuto finalmente abbandonare l’aula, ai cronisti parlamentari è apparso livido, il volto tirato.

M. è insomma un libro che risulta utilissimo alla riflessione sulle conseguenze di un potere malato, basato più sull’omologazione di pensiero e sul riconoscimento di un nemico che su reali fondamenta ideologiche. Peraltro, una lettura che risponde a molte domande e sfata molti miti sul fascismo gioverebbe a tutti. Basti pensare che il treno che conduce Mussolini da Milano a Roma, a prendersi la sua gloria dopo la marcia  sulla capitale, giunge a destinazione con ben un’ora di ritardo.

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