Il valore dell’ amore in una società ipermoderna

Quante volte i nostri genitori ci hanno detto che ci volevano bene, quante volte ancora abbiamo sentito l’esigenza di sentirci amati? La risposta a questa domanda è: tante, forse troppe volte. Allora perché facciamo così fatica ad amare gli altri e a dimostrare ciò che proviamo?

In un testo molto famoso di Zygmunt Bauman Amore liquido si può riscontrare una interessante riflessione sulla disumanizzazione dei rapporti interpersonali nella nostra modernità. Secondo l’antropologo ciò deriverebbe da una errata attribuzione di equivalenza fra “amore di sé” e “istinto di sopravvivenza”. Quest’ ultima infatti, è spesso intrecciata alla figura dell’Altro contrariamente a quanto l’individualismo e la società in cui viviamo cerchino semplicisticamente di affermare chiamando in causa la legge del più forte di Darwin. Riflettendo sulla presenza di altri individui all’interno della nostra vita, possiamo affermare infatti come la nostra esistenza non si riduca solo a protezione o a adeguamento dei precetti conformistici, ma anzi tenda sempre di più a dispiegare la sua espressione umana chiamando in causa la soggettività e responsabilità individuale. Secondo il precetto cristiano di “ama il prossimo tuo come te stesso” ogni essere umano dovrebbe essere in grado di dimostrare il bene provato secondo una scala gerarchia, mantenendo i precetti esistenziali come valori essenziali della piramide. Eppure, spesso questo non accade e a concepire proprio questo disagio fu lo stesso Sigmund Freud che nel testo Disagio della civiltà sottolineava che solo rispettando l’altro è possibile vivere insieme, ma solo rinunciando all’egoismo per accedere al sentimento profondo creato dal legame. Ma secondo quali virtù e principi l’uomo è in grado di seguire uno dei comandamenti più belli ascritti nella logica morale?

Si tratterebbe per lo più di un atto di fede che coinciderebbe, di fatto, con l’atto di nascita dell’umanità stessa, in virtù del quale l’uomo fuoriuscendo dal guscio di impulsi si trasforma in essere innaturale ad essere dotato di ragione e amore. Sarebbe proprio quest’ultima la vera differenza tra la bestia, e l’essere razionale. La sopravvivenza umana sarebbe così irriducibile alla pura conservazione della vita, ed è per questo che conservazione spirituale e umana possono prendere vie separate. Se da un lato l’uomo riesce e può ribellarsi al perpetuarsi della vita, per esempio andando incontro alla morte attraverso il suicidio quando la dignità e la valorizzazione viene meno, dall’altro può condurre una esistenza disumanizzata e svuotata a pura vita materiale. L’amore di sé non sarebbe dunque il mero atto della riproduzione della specie. Ciò che amiamo di noi stessi è proprio la speranza di essere amati, ovvero di essere oggetti riconosciuti nelle nostre peculiarità e particolarità, altri dunque dovrebbero amarci per imparare ad amare noi stessi. Per quanto concerne la legge morale, del bene tende sempre al bene e l’amore tende sempre all’amore ci si dovrebbe aspettare che il prossimo desideri essere amato per le stesse ragioni che stimolano il nostro amore di sé e ciò sarebbe vero simbolo di unicità.

La definizione di amore liquido fornito dalla società ipermoderna in cui viviamo, per definirla con un termine lacaniano, creerebbe una falsa idea che farebbe coincidere amore di sé e istinto di sopravvivenza, portando come a senso unico la legge più forte, scambiando di conseguenza narcisismo sano con patologico. Il primo affonderebbe le proprie teorie nel riconoscimento dell’altro e quindi nel principio di umanizzazione della vita. Il secondo invece creerebbe una chiusura fino all’esaltazione di sé, identificando l’altro come un nemico e un rivale. La lotta per la sopravvivenza dunque sfocerebbe in una serie di pietismi e giochi psicologici atti a fare del male al nostro rivale.

Molti antropologi e studiosi si sono soffermati sul valore del bene nella nostra società in continuo e costante cambiamento. L’uomo sembra aver perso la sua identità collettiva e in alcuni casi il suo stesso inconscio e ipermoderno che sarebbe dunque privo di colpa, ma massimamente colpevole, incapace di assumere il coraggio dell’esistenza. Amare l’altro in un processo di convivenza, relazione, matrimonio, non è mai semplice, in ogni momento di donazione e condivisione con un’altra persona sentiamo perdere dentro di noi piccoli tasselli di esistenza e così preferiamo scegliere la strada della non affezione e del non impegno.

Capire cosa l’altro desidera, crede, pensa, ammira è il compito più difficile di un “imparare a conoscersi”, perché inevitabilmente ad ogni piccolo passo verso la realizzazione dell’apertura e del disvelamento all’altro vengono suscitate le esperienze più dolorose, profonde e sensoriali. Esiste dunque una soluzione a questo, oppure viviamo in un mondo senza amore?

L’amore c’è e spesso risiede proprio dentro di noi anche se nascosto dal desiderio di sopravvivere creato all’interno delle nostre esigenze. Secondo le stime la maggior parte della popolazione prova difficoltà all’impegno e alla convivenza, questa patologia viene definita come filofobia o anoressia sentimentale. Nicoletta Suppa, psicoterapeuta in una intervista per Repubblica (22 agosto 2018) ha spiegato che il meccanismo mentale che si crea nella coppia è quello del timore di perdere il controllo, che si manifesta nelle persone tipicamente razionali o che hanno subito traumi d’amore. Questo accade perché l’innamoramento comporta necessariamente una perdita di controllo, un affidarsi e dedicarsi all’altro. Quando però si è abituati a controllare sempre tutto, non si è disposti a vivere in funzione dell’altro. L’innamoramento è considerato un segno di debolezza e l’altro diventa un potenziale pericolo. Succede proprio l’opposto di quello che dovrebbe accadere in amore: invece che sentirsi sicuri vicino al partner, ci si sente fragili. Quando i sentimenti sono intesi come causa di insicurezza, non ci si lascia più andare. Quando, invece, l’amore passato è stato fonte di sofferenza, si teme di ritrovarsi nella stessa sensazione. Nelle storie successive la persona può “decidere” di non darsi completamente all’altro e di razionalizzare, per quanto possibile, il proprio coinvolgimento. In questo caso il passato sentimentale ha lasciato ferite aperte, che non permettono di fidarsi ancora dell’altro. Eppure, esistono proprio dei consigli utili per superare questa barriera. Il primo: non programmare nulla e vivere ogni singolo momento del quotidiano come l’attesa di una nuova possibilità. Secondo: sperimentare sempre scegliendo e facendo esperienze nuove per entrambi i partner della coppia. Terzo: non uscire sempre da soli, ma costruire intorno solidi sostegni, perché la vita di coppia si sa richiede del tempo. Quarto: evitare di coinvolgere troppo le famiglie nel primo momento e infine non considerare il passato come una strada già segnata, anzi cercare sempre il nuovo. Insomma, come direbbe Rossella O’Hara in Via col vento: “Domani è un altro giorno e si vedrà”, non precludiamoci così la possibilità del diverso, dell’altro e soprattutto dell’amore.

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