Gli antibiotici: una minaccia per gli ecosistemi

È ormai noto come la resistenza agli antibiotici sia una grave minaccia per la salute dell’uomo a livello mondiale, ma che cosa si sa sulle conseguenze ecologiche ed evolutive dell’uso umano di antibiotici in natura?

Il più delle volte lo scopo dell’impiego di antibiotici è quello di uccidere i batteri utilizzando la MIC (Minimal Inhibiting Concentration), ovvero la concentrazione minima sufficiente per garantire l’inibizione della crescita batterica. Tuttavia, con l’uso massiccio negli allevamenti e nell’ambito sanitario, siamo arrivati ad avere la costante presenza di antibiotici negli habitat naturali. Essi sono presenti in concentrazioni tali da non permettere l’estinzione della popolazione batterica, ma sufficienti per provocarne importanti mutazioni genetiche.

La loro diffusione nell’ambiente naturale, infatti, ha profonde implicazioni sulla distribuzione dei cosiddetti ARGs (Antibiotic Resistance Genes) ovvero i geni di resistenza, i quali possono essere trasmessi di batterio in batterio attraverso un meccanismo estremamente veloce, consentendo così un’evoluzione pericolosamente rapida. Ma in che modo gli antibiotici vengono dispersi? E come fanno le diverse specie batteriche a trovarsi in contatto?

La maggior parte del composto antibiotico utilizzato in ambito sanitario viene espulso dal corpo, in modo da raggiungere gli impianti di trattamento delle acque reflue, i quali non  riescono a degradarlo completamente. Cosa ancor più grave, le acque reflue possono fungere da hotspot per le specie batteriche provenienti da ambienti differenti.

Un discorso simile vale per gli antibiotici usati negli allevamenti: essi vengono espulsi dagli animali per ritrovarsi così nel letame (già di per sé ricco di specie batteriche) utilizzato poi per la concimazione. Attraverso l’irrigazione dei campi si favorisce l’assorbimento del composto antibiotico nei primi strati del terreno, zone comfort per la proliferazione di numerose comunità di batteri (più di un milione di specie nel suolo!).

L’essenza del problema risiede nel fatto che le popolazioni batteriche che si trovano a contatto con queste basse concentrazioni di antibiotici (non abbastanza alte da provocarne la morte) hanno il tempo di evolversi e sviluppare i fattori di resistenza. Le implicazioni sono gravi: diversamente da quanto si possa pensare, i batteri hanno un ruolo chiave nella nostra vita poiché controllano i processi fondamentali per lo sviluppo di ecosistemi, a partire ad esempio dalla fertilità del suolo, essenziale per il nostro sostentamento. Mutazioni genetiche di questo tipo possono alterare permanentemente l’attività delle comunità batteriche, distruggendo così interi ecosistemi nel corso del tempo.

È molto importante cominciare a pensare alla resistenza antimicrobica, molto spesso descritta come qualcosa che «si diffonde», come a qualcosa che «si evolve». L’incapacità di usare il termine “evoluzione” riflette l’idea errata che i processi evolutivi siano lunghi, lenti, non rilevabili e distanti dalla realtà in cui viviamo. Questa convinzione distorce la percezione della popolazione riguardo alla gravità del problema, il quale non  è più solo di natura sanitaria, ma mette in pericolo le corrette funzionalità degli ecosistemi, con gravi ripercussioni sull’intero ambiente del quale (e a volte sembriamo dimenticarcene) facciamo parte anche noi.

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