La neo-lingua del XXI secolo: un’evoluzione della comunicazione

Siamo ormai abituati a concepire il linguaggio come un elemento naturale, intimamente legato al concetto stesso di società, tanto che una comunità umana priva di linguaggio non viene nemmeno considerata, o comunque deputata a una prossima estinzione.  Tuttavia il linguaggio è un aspetto tutt’altro che naturale (ammesso che esista davvero il concetto di “naturale” e non sia anch’esso una creazione culturale) e, anzi, si configura esattamente come quel quid, eminentemente umano e del tutto artificiale, che segna la differenza tra il mondo umano, dotato di parola, e quello animale, che ne è invece privo. Il linguaggio nasce allora come conseguenza al bisogno, primario e istintivo, di comunicare: tanto fondamentale che Primo Levi, nei Sommersi e i salvati, rifletteva sul fatto che i gerarchi nazisti, per raggiungere il loro scopo di annientamento dell’ebreo in quanto persona, misero in atto una sistematica eliminazione della comunicazione (necessaria per la sopravvivenza) attraverso una programmata carenza di informazione. Lo stesso Levi infatti attribuirà non solo alla sua competenza chimica, ma anche alla sua conoscenza della lingua tedesca (era quindi in grado di comprendere e comunicare), un ruolo sostanziale in vista della sua sopravvivenza.

Ma torniamo alla parola comunicazione, che etimologicamente viene dal latino “cum” (assieme a), che indica reciprocità, insieme alla radice di “munus”, che presenta in latino un doppio significato: “compito” ma anche “dono”. Questo perché originariamente munus indicava la carica pubblica di magistrato, il quale oltre a ottemperare ai propri doveri, offriva anche al popolo dei veri e propri regali, ovvero gli spettacoli teatrali. La comunicazione come “processo che mette in comune”  divenne poi presto oggetto della retorica, intesa come lo studio della produzione di un testo o un discorso con funzione persuasiva. Anche approfondire l’etimologia di persuasione è interessante, in quanto lo scopo di un discorso sano sarebbe non quello di convincere (“cum” più “vincla”, ovvero “lacci”, “legami”, volendo alludere alla natura costrittiva di tale processo) ma quello di persuadere: il verbo latino è suadeo, e vi si rintraccia la radice di suavis (“dolce”) a cui viene aggiunto il prefisso per-, che indica compimento. La dolcezza cui fa riferimento la radice di suadeo dovrebbe essere sia nella modalità della proposta che nel suo contenuto, tanto da creare nel destinatario una fides, che non è solo un’adesione del cuore, un passeggero trasporto emotivo, ma prima di tutto un’accettazione razionale e stabile.

Evidentemente quella a cui assistiamo quotidianamente, nei dibattiti politici e pubblici, non è una sana comunicazione, quanto piuttosto una sua degenerazione, una manipolazione tesa a vincere e a convincere, perfettamente inserita e adattata alla realtà contemporanea che sempre più assume le fattezze di un agone. Basta fare un giro sui social (anche sui canali ufficiali dei più importanti partiti politici) per imbattersi in espressioni che nulla hanno a che fare con la suavitas retorica, come “smerdare”, “sputtanare”, “asfaltare”, “massacrare”… Sdoganare un linguaggio pesante, volgare e spesso offensivo è sicuramente una colpa gravissima della politica attuale, avallata dai talk show e dagli ormai imperanti social network. L’azione combinata di questi due fattori, politica e internet, credo sia alla base del contemporaneo mutamento di comunicazione.

Umberto Eco diceva che un tempo la televisione veniva in aiuto dei più poveri (intesi come culturalmente poveri: basti pensare ai programmi di Alberto Manzi) a discapito dei ricchi, mentre oggi il processo appare rovesciato: internet aiuta i più ricchi (nel senso di chi dispone di più mezzi culturali) a discapito dei più poveri, che si trovano spaesati  e senza mezzi per poter gestire un universo così vasto. La possibilità, virtualmente illimitata, di poter esprimere liberamente la propria opinione, senza filtri e senza il pudore che naturalmente si ha quando si parla di fronte a un interlocutore, rappresenta uno snodo cruciale. Da una parte i “poveri” (sempre in rapporto ai mezzi culturali, come li concepiva Eco) non hanno gli strumenti per dominare l’universo informazionale di internet né la capacità critica di discernere i dati: ma, d’altrocanto, non è una colpa, nessuno ha insegnato loro a farlo, e intere generazioni si sono trovate improvvisamente catapultate, se non buttate in un qualcosa di più grande di loro; è mancata l’informazione per l’informazione, l’insegnamento di un approccio verso un mondo nuovo, come invece è normale per qualsiasi altro aspetto della vita. Dall’altra parte internet rappresenta un inconscio palesato, un luogo privilegiato, o considerato tale, in cui esprimere senza remore tutto ciò che passa per la mente. Complice una dicitura evidentemente ambigua, la pagina di facebook diventa il proprio diario personale, un angulus in cui rendere pubblicamente manifeste pulsioni, paure, rabbie, tensioni e sfoghi, che altrimenti rimarrebbero giustamente recondite. Freud immaginava l’animo umano come un iceberg, laddove la parte emersa rappresentava la mente conscia mentre la parte sommersa (che è estremamente più estesa) l’inconscio. Ecco oggi si assiste a un ribaltamento dell’iceberg,  e ad essere inabissata è la parte razionale, la mens, mentre la parte sommersa viene costantemente e pubblicamente ostentata attraverso il medium di internet, che di certo in quest’ottica non predilige la comunicazione come processo di “dare un dono a qualcuno”.

In questa nuova realtà si è inserita a pieno titolo la politica che, intercettate le illimitate potenzialità che ha da offrire una suddetta congiuntura social-virtuale, ha sfruttato a suo vantaggio, e non senza abilità, questo mondo. Ovviamente tali abilità sono controbilanciate da colpe altrettanto significative. All’interno di un più ampio processo di personalizzazione e de-sacralizzazione della politica, un ruolo fondamentale, nel passaggio dalla Seconda alla sedicente Terza Repubblica, è stato giocato proprio dalla comunicazione. Coloro che, per motivi diversi, non sono riusciti ad adeguarsi, sono elettoralmente capitolati (Berlusconi in primis). Ho appena citato la de-sacralizzazione della politica: quale allora il modo migliore per mantenere un’aura di guida e di leadership, mostrandosi però al contempo vicino ai bisogni del popolo, anzi arrivando a fondersi con esso? Utilizzare i medesimi canali e il medesimo linguaggio, ma ovviamente premendo sulla “parte sommersa”, su quella comunicazione distorta che ha origine e punta sulla “pancia” della gente. Di conseguenza vedere un politico, a maggior ragione se del proprio partito di appartenenza, agire in quel modo, utilizzare proprio quel tipo di comunicazione, vale a dire sdoganarla e legittimarla: non è altro che la trasposizione del “se lo fa lui, perché non posso farlo anch’io?” La classe dirigente, nonostante tutto, detiene ancora in sé una notevole rilevanza sociale, funge da exemplum, soprattutto oggi in cui più che consenso si può parlare di vero e proprio tifo. Essere oggetto di una fiducia incontrollata  e ai limiti del morboso significa anche avere su di sé una responsabilità non indifferente. Giustificare certi commenti o certe esternazioni dei propri elettori “fans” solo perché genuini o in virtù di una pseudo-democratica parresia, non solo crea un pericoloso circolo vizioso, ma non fa altro che favorire un determinato linguaggio e il palesarsi di preoccupanti pulsioni. Apostrofare chiunque non esprima opinioni simili alle proprie con “si candidi col Pd” (come se poi il libero pensiero fosse vincolato all’appartenenza a un partito) è la morte del contraddittorio, del dibattito e dell’elaborazione razionale. Innervosirsi e attaccare quotidianamente con durezza i propri avversari denota uno scarso spirito democratico: si ricordi che la tanto agognata democrazia ateniese si fondava su due principi fondamentali: l’accoglienza nei confronti di chiunque e il consenso del dissenso (principio che dovrebbero ripassare un po’ tutti indiscriminatamente, da destra a sinistra).

Riappropriamoci di un linguaggio sano, di una comunicazione autentica che sappia di nuovo favorire il ragionamento e lo scambio critico: non più parole cariche di odio e livore che non portano da nessuna parte, ma ricche di suavitas, che sappiano creare un dialogo costruttivo e illuminante per entrambe le parti. Discostiamoci da certe forme degenerative e volgari, anche a costo di contraddire il proprio leader politico.

Come ho avuto modo di sentire recentemente da Gustavo Zagrebelsky, il vero dibattito non è quello finalizzato a decretare un vincitore (e dovremmo anche liberarci dal lessico agonistico quando si parla di dibattiti e confronti), ma quello in cui una parte, resa consapevole dall’interlocutore di essere nel torto, se ne avvede, e considera il confronto non come una sconfitta, ma come una ricchezza e un’occasione di crescita personale: in quest’ottica la vittoria non può che essere di tutti.