Oltre Il Confine – Storia di un mondo nascosto

gli uomini vorrebbero agire seriamente ma non sanno come fare. Tra i loro atti e le loro cerimonie c’è il mondo e in questo mondo scoppiano temporali e gli alberi si torcono al vento e tutti gli animali creati da Dio vanno e vengono, eppure gli uomini questo mondo non lo vedono. Vedono le azioni delle proprie mani, oppure vedono ciò che nominano e si chiamano per nome l’un l’altro, ma il mondo lì in mezzo per loro è invisibile.

Cormac McCarty

Anni ‘30. In un paesino del New Mexico, la famiglia Parham si trova a dover affrontare una minaccia molto grave per degli allevatori: una lupa ha superato il confine con il Messico e sta decimando il bestiame. Il giovane Billy Parham e suo padre cominciano quindi una lunga caccia all’animale, che sembra essere molto più furbo di quanto ci si potesse aspettare. Finalmente però, Billy riesce a catturare la lupa, ma quando si rende conto che è incinta, decide di non consegnarla al burbero e taciturno padre, il quale la ucciderebbe. Decide invece di riportarla tra le montagne messicane, per ricongiungerla con il suo mondo. Comincia per Billy e per suo fratello Boyd un lungo e apparentemente interminabile viaggio che li porterà a perdersi e ritrovarsi più volte, sul confine tra natura e civiltà.

“Oltre Il Confine” non è semplicemente un romanzo di avventura, ma piuttosto un romanzo di formazione, il cui protagonista impara a conoscere la dura ed eterna legge della natura, che l’uomo sembra voler dimenticare, ma dalla quale non può fuggire. Il viaggio di Billy e di suo fratello sembra perdere sempre più significato, trasformandosi in un vagabondare senza meta. Un po’ per gli ostacoli che si pongono davanti ai due e un po’ perché il mondo degli uomini sembra perdere fascino, essendo costantemente sottomesso da una natura incombente ed inesorabile, seppur descritta come spoglia ed immobile. Essa sembra assumere il ruolo di “forza casuale”, che non punisce e che non premia, ma che si pone come legge uguale ed imparziale, priva di pietà o di rabbia.

Entrano qui in gioco le domande esistenziali dei protagonisti, poste timidamente, quasi sottovoce, tramite monosillabi, ma prive di risposta. La natura non concede risposte a nessun uomo, poiché non ne conosce il linguaggio e nemmeno le importa conoscerlo. Non resta quindi che cavalcare, cercare una meta ed un significato che forse non c’è, mentre la natura osserva e regna, nascosta da un apparente silenzio, che l’uomo non riesce a cogliere. 

Anche in questo romanzo, che è il secondo della “Trilogia del Confine”, McCarthy si fa riconoscere per il suo stile asciutto e diretto, soprattutto per quanto riguarda i dialoghi, dominati da lunghi silenzi e da poetiche descrizioni del paesaggio, al punto da far passare in secondo piano le azioni degli uomini, rendendo come vero protagonista l’ambiente selvaggio. Il lettore si trova quindi sopraffatto da un mondo antico come quello della natura, tendendo a spogliarsi di tutto ciò che possa anche solo ricordare il mondo umano e ad immergersi in quella realtà che McCarthy descrive in modo così vivido e spietato.