Il diritto di sognare. Piccolo manifesto per una scuola possibile

Insegno da qualche anno ormai, quanto basta per aver toccato con mano più volte la disillusione. Vi dirò, non piace questa sensazione, è arrivata troppo presto.
D’altra parte non mi rassegno a rinunciare a sognare una scuola diversa, sebbene questo mi faccia, a volte, ottenere la qualifica di idealista. Ma per esperienza so che molto spesso i realisti, le persone concrete, quelle che parlano di “cose reali” e non si perdono nei “filosofeggiamenti”, sono, in realtà, macabre maschere del cinismo, dell’opportunismo, della immobilità interiore; o drammatiche maschere della frustrazione e della delusione.

Rivendico, e senza retorica, il diritto di sognare. Per me non si tratta di una categoria fanciullesca, ma biblica. Nella Bibbia non sono i fanciulli a sognare, ma gli adulti. Me lo ha insegnato Martini che il sogno nella Bibbia è una modalità per leggere l’azione di Dio, ma anche per progettare, per costruire la realtà a partire da prospettive differenti. Lui che alle soglie del secondo Millennio, chiedeva: «alla fine del Millennio, lasciateci sognare».

Sognare, per me, è stare coi piedi per terra!

Diciamocelo senza tanti giri di parole, la scuola è morta. Se non lo è del tutto, è sicuramente in fin di vita, circondata dai becchini della politica che le stanno col fiato sul collo, pronti a celebrare il suo funerale.

Credo che tra le riforme più scellerate dei governi di questi ultimi anni (ultimi si fa per dire), ci siano proprio le riforme della scuola, che hanno finito per trasformarla in un luogo anacronistico e schizofrenico. Noi insegnanti, e di ritorno i nostri alunni, siamo bombardati da richieste assurde e contradditorie: competenze e invalsi, lezioni non frontali e programmi ministeriali, educazione integrale della persona, nozionismo e test a crocette sono solo alcuni esempi. Come si possa rimanere saldamente ancorati a se stessi e non impazzire, ancora non lo so. Gli insegnanti di lungo corso hanno imparato a pascere il presente e farsi scivolare addosso le cose, altrimenti impazzirebbero. Magra consolazione.


La nostra scuola ha ancora una evidente impostazione gentiliana. La struttura è rimasta identica, ma la quantità di materie d’insegnamento è aumentata, così come la quantità di sapere. Nella scuola di Gentile non si insegnava nulla della relatività o della fisica quantistica; la filosofia finiva nei dintorni dell’hegelismo e la biologia era pressappoco ancora una branca della zoologia. I nostri studenti (io li ascolto quando ripetono altre materie, mi faccio raccontare cosa studiano, così come mi piace ascoltare i colleghi mentre parlano tra loro…) maneggiano un sapere potentissimo, con una ingenuità spaventosa. Che fare? Qui comincia il mio sogno, in forma di manifesto.


Primo. Di fronte ad un sapere così esteso, non è più possibile pensare che la preparazione coincida con la completezza delle informazioni.

Come conciliare allora l’esigenza di avere alunni preparati, con la necessità di trasmettere il sapere (non semplicemente le nozioni)?

Anzitutto creando una alleanza tra i vari gradi di scuola: non si può più ricominciare ad ogni ciclo d’accapo. Bisogna che sia chiaro per ogni ciclo di scuola cosa possiamo chiedere ai nostri ragazzi. Devo potermi fidare di chi ha lavorato prima di me, non tanto a partire dal programma svolto, ma dall’esperienza scolastica, che deve essere in continuità. E non ci sarebbe bisogno di tutto questo discutere sulle competenze.

Sono rimasto molto colpito quando finalmente ho scoperto cosa intendono (al di là del linguaggio nebuloso) molti pedagogisti: i ragazzi non sanno fare cose che per noi erano scontate, le competenze che prima si apprendevano implicitamente, adesso necessitano di essere insegnate esplicitamente (e insegnare una competenza…è proprio schizofrenico).
Così come trovo un po’ banale la soluzione di alcuni illustri pedagogisti che ho avuto la sventura di dover ascoltare nei vari, interminabili aggiornamenti cui sono stato sottoposto, i quali affermano che di fronte alla vastità del sapere, la soluzione è tagliare!

Cosa taglio? Agostino? Epicuro? Spinoza? Esistono davvero “autori minori”? Argomenti minori? E chi lo decide? Il ministero? La fretta? Il gusto del singolo insegnante? Il taglio è una cosa seria, sbagli la potatura e la pianta muore…

Secondo. Bisogna “sincronizzare gli insegnamenti”, è necessario che gli insegnanti imparino a lavorare insieme!

Non sempre lo sanno fare, quasi mai sono obbligati a farlo.

Terzo. Abolire gli indirizzi!

Innanzitutto perché il sapere è unico, e le specializzazioni sono la morte della cultura. In secondo luogo perché uno studente deve poter maturare col tempo la propria fisionomia; a tredici anni è troppo piccolo per sapere “cosa fare da grande”… e se poi si accorge di essere nel posto sbagliato? Quanti ragazzi ci sono nelle nostre scuole che si accorgono troppo tardi di aver fatto una scelta sbagliata…e quanto sofferente diventa per loro il percorso scolastico.

Ci vuole un biennio (o un triennio) ben strutturato, in cui si costruiscano le basi; e un triennio (o biennio) in cui lo studente possa approfondire le materie per cui è più portato (qualcosa del genere avviene nei licei artistici nei quali, a partire dal terzo anno, si sceglie un indirizzo specifico, senza tralasciare alcuna delle materie fondamentali, solo ricalibrandone il peso).
«Non il molto sapere sazia l’anima, ma il gustare e sentire le cose interiormente», diceva Rosmini.
Ma nel mio sogno ci sono anche degli aspetti molto pratici: iniziare la scuola alle 8.00 è uno stillicidio. Cominciamo alle 9.00, finiamo anche più tardi, ma sfruttando bene le ore: non si può più, come facevano con me al liceo, rimandare tutto allo studio individuale pomeridiano.
Una giornata più gestibile: non sei materie diverse, in sei ore. No alla sfilata dei professori. Massimo tre materie al giorno, in blocchi da un’ora e 45 minuti ciascuno, con un intervallo di 15 minuti tra un blocco e l’altro. Come si può pretendere di chiedere ai ragazzi 15 minuti di pausa al giorno su 6, a volte 7 ore?
Più tempo in classe significa possibilità di impostare una didattica differente. Non so gli altri, io in 45 minuti (perché a questo si riducono i 50/55 minuti di lezione) non riesco a dire granché.
E poi, perché no, aule e ambienti belli! Perché le nostre scuole sono colorate come ospedali? Perché i banchi devono stare in file parallele? «Perché poi non si vede bene la lavagna», obiettano alcuni colleghi. Bene, ci si sposta! Perché un’altra assurdità è che si chieda agli studenti di essere attivi mentalmente, ma passivi col corpo! Ormai sappiamo quanta parte il corpo abbia nei processi di apprendimento. Sappiamo quanto l’ambiente sia importante. Ma non ce ne ricordiamo quando si tratta della scuola.
Chi di noi fa cose diverse stando ostinatamente nello stesso luogo o nelle stesse situazioni? 
La spesa si fa al supermercato o al mercato, se voglio rilassarmi sto in poltrona o sul divano; se voglio leggere, magari vado al parco; se cucino, non lo faccio certo stando sdraiato. Ma i nostri studenti no: leggono la Divina Commedia stando al banco, assistono alla dimostrazione di un teorema stando al banco, guardano un dipinto stando al banco. «Non amano l’arte», si dice: ma vi immaginate se ad una mostra ci mettessero tutti seduti in fila e ci facessero vedere i quadri a distanza? Se ci imponessero di leggere i libri, non sulla nostra poltrona preferita, ma seduti su un banchetto, senza fiatare, senza poter dare al nostro corpo la possibilità di esprimere le emozioni che vivi? 
Diciamo: «I nostri studenti sono passivi», ma noi quando leggiamo una poesia che ci tocca o ascoltiamo la musica che ci piace ci alziamo, magari passeggiamo, facciamo un sussulto per la frase che ci ha colpito…esprimiamo le nostre emozioni. Immaginate di ascoltare Bach seduti su una sedia, in posizione eretta, senza lasciarci trascinare.
Se non partiamo dall’esperienza, se non partiamo dai ragazzi, se non abbiamo in mente loro quando parliamo di scuola, a nulla valgono le ricette dei “riformatori della scuola”.
Una volta un pedagogista di grido (che non sapeva neanche tenere a bada l’uditorio, tanto era barboso) disse che quando uno studente sosteneva il suo esame, lui non gli chiedeva «cosa sai?» ma (e io mi dicevo tra me  e me, chiederà «cosa ti è piaciuto, di cosa vuoi parlare., cosa hai imparato di nuovo…») «cosa ne pensi dell’esame?»…Un genio!

I miei studenti restano stupiti quando racconto che una delle più grandi lezioni, il mio maestro me l’ha data all’esame. Per Sini c’erano solo due possibilità: 30 e lode o bocciato. Mica puoi quantificare il sapere: tu nei hai uno, tu cinque, tu sette. Inoltre all’esame portavi un argomento a tua scelta tratto dal corso. E voi direte: troppo facile! Uno dice quello che vuole e becca 30 e lode. No. Perché Sini interveniva mentre parlavi, il tuo discorsetto diventava un dialogo e non potevi ripetere le cose “a pappardella”, o meglio potevi farlo, ma lui se ne accorgeva. Se avevi capito interagivi, altrimenti ti ammutolivi e quando lui finiva di parlare riprendevi da dove eri rimasto, facendo la figura del pirla davanti a un filosofo vero.
Ancora adesso io chiedo ai miei ragazzi di partire da dove vogliono (alcuni atterriti mi dicono: «no, la prego mi chieda qualcosa lei») e poi interagisco con loro. Perché io non devo controllare che loro studino (quella è la base), né tantomeno coglierli in fallo; mica faccio il secondino! Io devo controllare che loro abbiano capito. 
Queste sono alcune delle idee che ho maturato; idee preziose, perché mi fanno sentire che l’insegnamento è vivo, può ancora essere vivo. Ho dei colleghi preziosi con i quali le coltivo, coi quali mi trovo in sintonia su questi temi. Non ho ancora trovato la scuola che abbia voglia di dare fiducia a queste nostre idee. Ma non mollo.
Ma la cosa che spero di più è che, leggendo questo articolo, i miei studenti ed ex studenti ritrovino ciò che hanno vissuto con me…questo sarebbe già un successo non da poco.

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