Il Traditore: confessioni di un non pentito

Marco Bellocchio, dietro la macchina da presa, porta in scena le confessioni di Tommaso Buscetta. Sono due i mondi dinanzi ai quali ci si trova, quello dei valori e quello della mafia, i cui corrispettivi rappresentanti sono persone oneste e uomini d’onore, spaccatura evidenziata da Buscetta stesso durante i suoi faccia a faccia con la giustizia, a partire da quello con Giovanni Falcone. Pur non definendosi mai un pentito e ribadendo più volte la sua posizione di uomo d’onore presso la grande Piramide di Cosa Nostra,  Buscetta collabora rivelando le azioni commesse da ciascuno dei membri del clan capeggiato da Totò Riina, clan del quale vi è un’immagine spietata e veritiera, senza peli sulla lingua, quanto risibile, quasi come se il fine fosse anche quello di deriderli, deriderli perché incapaci di pronunciare una parola in italiano corretto senza ricorrere al dialetto siciliano, deriderli perché così ignoranti da usare un fantomatico ordine del medico per giustificare l’istinto di accendersi il sigaro in un’aula di tribunale.  Bellocchio quindi si concede anche a un paio di parentesi comiche in un quadro tragico per la giustizia italiana. Ma c’è poco per cui ridere, e il graduale inginocchiarsi della mafia che, per merito delle rivelazioni di Don Masino, porterà allo scatto di ben oltre 300 mandati di cattura procede con una narrazione che non esalta minimamente la criminalità dando a essa un’immagine cruda e sprezzante senza preoccuparsi di conferirne quella spettacolarità di cui abbiamo già goduto in gangster alla Gomorra o Romanzo Criminale. Il fulcro del film non sono sparatorie, indagini e/o colpi di scena, né a Bellocchio interessa fornirgli epicità quanto un senso di malessere, servendosi di un ritmo lento e malinconico, colori cupi e scuri, lunghi silenzi e sguardi di rassegnazione di un uomo che piano piano si rende conto di non aver più nulla da perdere e di essere accompagnato dalla morte –come afferma Giovanni Falcone stesso nella sua prima scena “La morte ci accompagna”– una volta che le sue posizioni con il clan si sono rese avverse.

Niente retorica e niente moralismo (ce ne sarebbe bisogno?)  soltanto una delle più brutte e scomode verità che la storia della mafia si porta sulla coscienza, spiattellata schiettamente da Marco Bellocchio e con forse la miglior interpretazione di un camaleontico Pierfrancesco Favino.

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