“Stoner”: una storia di splendida insignificanza

Il binomio trama-personaggi, che da che mondo è mondo costituisce l’ossatura di qualunque libro, è anche uno di quelli su cui, terminata una lettura, più ci si interroga. Una volta chiuso il volume, intendo, viene spontaneo chiedersi se ciò che di esso ci ha davvero catturato sia stata la vicenda narrata o i protagonisti che l’hanno vissuta. La questione in soldoni è: la complessità e l’originalità della trama sono sacrificabili di fronte a personaggi dall’indelebile caratterizzazione? Io non ho assolutamente dubbi a riguardo: se la trama risulta incalzante e coinvolgente di per sé, tanto meglio, ma il vero miracolo si compie quando l’attore è talmente bravo da far dimenticare il palco spoglio intorno a lui. Personaggi ben studiati sono in grado di attrarci e trascinarci dentro qualsiasi tipo di vicenda, portandoci al punto di pensare che quella storia ci riguardi, che sia la nostra stessa storia.

È proprio per questo che un romanzo come Stoner di John Williams (Fazi Editore, 2012) non poteva passare dalle mie mani senza lasciare il segno. Si tratta di un libro che, fin dal titolo, s’identifica del tutto con il suo protagonista, il quale, a proprie spese, ci offre una serie di amare lezioni sulla vita. Giunti all’ultima pagina si ha infatti la sensazione di aver appreso qualcosa, di essere ora consapevoli di una verità che forse sarebbe stato meglio non conoscere.


Non aveva amici, e per la prima volta nella vita prese coscienza della solitudine. Certe notti, in soffitta, alzava gli occhi dal libro e contemplava gli angoli bui della stanza, dove la luce della lampada guizzava tra le ombre. Se la fissava a lungo e attentamente, l’oscurità si condensava in una luce che acquistava la forma impalpabile di ciò che stava leggendo. E allora si sentiva fuori dal tempo […]. Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e il radioso Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni.

 William Stoner è un personaggio che si colloca a metà tra l’inettitudine sveviana e l’inconsistenza calviniana: in quel percorso tremendamente lineare che è la sua vita, egli non osa mai un’azione, rimane, piuttosto, fedele a una coerenza intellettuale che tuttavia gli impedisce di lasciare una traccia sulle cose e le persone con cui entra in relazione, insomma nasce cresce e fa le sue scelte mantenendosi sempre al di qua della vita. Stoner (così viene chiamato per  tutta la vicenda, quasi a far dimenticare la componente personale e umana che sta nel nome proprio per concentrarsi su quella rocciosa e inanimata che caratterizza il cognome così come la sua indole) è un ragazzo di campagna che, nel 1910, viene mandato dal padre a studiare agraria presso l’università di Columbia, affinché un giorno le sue conoscenze possano tornargli utili nei campi. Ciò che il vecchio non ha previsto, però, è che Stoner rimanga folgorato da una lezione di letteratura inglese, tanto da cambiare presto facoltà, per poi intraprendere la laurea specialistica e divenire professore nella sua stessa università. Svolge il suo lavoro con caparbia abnegazione, ma non riesce a salire oltre il grado di ricercatore; sposa una ragazza che non lo ama e che si rivelerà anzi la sua più grande nemica per tutta la vita; fa una figlia con cui non riuscirà mai a stringere un vero rapporto; è costretto a chiudere, pena il danneggiamento della carriera, l’unica, sincera storia d’amore (extraconiugale) che abbia mai intrapreso e infine conclude i suoi giorni con lo stesso distacco con cui li aveva vissuti, osservando il mondo da una finestra. L’esistenza di Stoner ha la stessa consistenza di quella dello Straniero di Camus, ma con il determinismo tragico dei personaggi di Zola, che pare condannare ineluttabilmente all’infelicità lui e tutta la sua stirpe. Dietro questa coltre di resilienza, tuttavia, si nasconde un uomo che soffre e che s’interroga: le pagine più intimamente potenti del libro sono quelle che si aprono sulla psicologia del protagonista, sui tarli che gli rodono il cuore, sulla rassegnazione ormai in lui connaturata.


Era arrivato a un’età in cui, con intensità crescente, gli si presentava sempre la stessa domanda, di una semplicità così disarmante che non aveva gli strumenti per affrontarla. Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata. Sospettava che alla stessa domanda, prima o poi, dovessero rispondere tutti gli uomini. Ma si chiedeva se, anche agli altri, essa si presentasse con la stessa forza impersonale.

La morale di tali riflessioni è quella amara della disillusione, della consapevolezza che non sempre avere degli scopi nella vita e man mano riuscire a depennarli è fonte di felicità. Quello che è mancato a Stoner è, credo, quello che manca a sempre più uomini, nella frenesia senza pause in cui oggi veniamo sospinti: la spontaneità, quello slancio istintivo che permette alla vita di librarsi in aria e di non arenarsi a terra, appesantita dalle quotidiane zavorre. Una storia e un’esperienza che sono all’apice dell’insignificanza acquistano fascino e attrattiva proprio grazie al loro attante, un personaggio che è se stesso ma è anche tutti gli uomini, che porta sulle sue spalle tutta la crisi di valori del ventesimo secolo e che proprio per questo fa di Stoner una tappa imprescindibile in ogni percorso di lettura.

Un libro per: chi pensa di aver già scoperto tutti i pilastri della letteratura novecentesca.

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