La promessa del sapere: Eros e Conoscenza

È noto a tutti il parallelismo istituito da Platone, per bocca del suo maestro, tra Eros e Conoscenza. Il mito di Eros narrato da Socrate nel Simposio è forse la lettura più originale, senza dubbio quella che ha maggiormente formato la nostra cultura, della natura della conoscenza e insieme l’interpretazione più performativa del “so di non sapere” socratico. Platone, che aveva individuato nel desiderio l’origine dei mali della città, ne fa la metafora più significativa della conoscenza.

Non intendo qui ripercorrere l’argomentazione socratico-platonica, ma piuttosto fare qualche considerazione. Inizio col dire che solo chi avverte un profondo sentimento di inadeguatezza verso il sapere può essere spinto verso la sua ricerca. Nell’era dell’informazione, dell’opinionismo e del nozionismo sterile (per chi, come me, fa l’insegnante, cose come le prove Invalsi, i test a crocette, libri coi riassunti pronti, domande di fine capitolo e altre oscenità sono mostri con cui fare i conti quotidianamente), il desiderare la conoscenza sembra qualcosa di utopico; si conosce per passare i test delle università, per trovare lavoro, per riempire il libretto, per passare oltre (mi aveva stupito qualche tempo fa il manifesto di una nota università di Milano che invitava gli studenti a prendere la seconda laurea perché «due è meglio di uno»).

Bisogna ripartire dalla mancanza: la conoscenza è un bisogno insopprimibile, nasce da un’esigenza. Ciò che consente di avvertire questa esigenza è il desiderio. Un desiderio che non va colmato (come per lo più si fa oggi) perché non si tratta del desiderio di qualcosa, ma della struttura stessa dell’uomo che si vede de-sidera, proveniente dalle stelle, da spazi siderali di cui non intravede l’origine (pensate all’evoluzionismo, che ad ogni nuova scoperta archeologica retrocede di migliaia di anni la soglia dell’umano, che, davvero, si perde nella notte dei tempi).

A ben guardare, al giorno d’oggi, più che Socrate sembra che abbiano vinto i sofisti. La nostra scuola è una scuola sofistica: maestri (che devono sapere tutto) impartiscono nozioni (senza alcun valore formativo) agli studenti, che non ne capiscono il senso. Si fanno per lo più cose senza senso: come quest’ultimo non ha luogo nel nostro fare, così la retorica (ma non quella fine, sottile dei sofisti) da quattro soldi diventa lo stile dei nostri discorsi: al bar, a scuola, in politica etc.. Davvero la retorica è l’ultima parola della nostra cultura? Davvero siamo inevitabilmente condannati all’infinito proliferare di discorsi senza fondamento? O forse dobbiamo ripiegarci in un moralismo reazionario (cosa che tentano in molti) per dare senso ai nostri discorsi?

Discorso (come insegna il mio maestro Carlo Sini), non è solo ciò che si dice, è tutto ciò in cui siamo immersi e che plasma l’etica della nostra azione quotidiana, e dunque anche il pensiero. E non sono forse discorsi senza senso quelli in cui siamo immersi quando facciamo zapping davanti alla tv, corriamo con le cuffie al parco, o camminiamo in fila ordinati come soldatini per comprare l’ultima scempiaggine che ci attrae? Se questi discorsi che ci plasmano continuamente (mentre facciamo file interminabili al supermercato, nei negozi, mentre ripetiamo meccanicamente gesti che sono di chiunque altro in una parte qualunque del mondo) potessero avere parole, risuonassero nelle nostre orecchie, non ne avremmo vergogna? Un saggio indù diceva: «se i nostri errori fossero scritti sulle nostre vesti, non faremmo così i disinvolti». Se riuscissimo a fermarci e fare da specchio ai discorsi che ci abitano, forse ne saremmo sconcertati. Se mi penso con un ego nobile, mentre digitando questi tasti mi vedo nella sterminata cultura della scrittura, nella vita della verità dei filosofi che amo, dei maestri che mi hanno plasmato, che discorso è quello che faccio tutti i giorni aspettando la novantadue, o facendo scorrere le foto di Instagram? Che cosa discorre attraverso di me? Quale vita? Quale verità?

Quale antidoto abbiamo alla retorica? Quale antidoto abbiamo per la sclerotizzazione della cultura? Per la idiozia dei nostri discorsi?

Anche se la questione costituisce un peso ancora enorme da sopportare, siamo troppo smaliziati per pensare di poter opporre alla retorica una verità assoluta. Possiamo anche provarci, ma essa sarebbe vuota e morta già prima di poterla dire e il suo fetore sarebbe insopportabile. Sarebbe l’estremo inganno della retorica.

Che fare allora?

È qui che, a mio avviso, l’insegnamento platonico torna attuale: bisogna coltivare il desiderio, produrre la mancanza della conoscenza, il che equivale a decostruire il nostro sistema scolastico, il nostro sistema politico e la nostra informazione. Una cosa da poco.

Si tratta di incarnare il desiderio, senza saziarlo. Ma non basta!

Perché la gente è disposta a fare file interminabili per un Iphone, per un pc, per un cd del cantante preferito, magari autografato? Perché sono cose desiderabili, ma non lo sono in sé, lo sono perché condivise! È questo il trucco (poco platonico?) e forse l’antidoto alla sofistica che Platone non poteva avere. Non ci sono cose desiderabili e cose che non lo sono, vi sono desideri che sono condivisi e desideri che non lo sono. Più il desiderio è condiviso e più forte è l’attrazione che esercita! E questo lo sperimentiamo ogni giorno: desidero il desiderio dell’altro. Bisogna riuscire a condividere il desiderio della conoscenza, fare rete, cercare persone che hanno voglia di conoscere.

Naturalmente, l’espediente (Poros) non è sufficiente. L’oggetto del desiderio deve poter essere posseduto per essere desiderato. Qui io metto in campo gli insegnanti: noi siamo, noi dobbiamo essere l’incarnazione della promessa che il desiderio della conoscenza è efficace. Checché se ne dica, la scommessa dell’insegnamento non sta nell’estetica, ma nella fede. Non si tratta di essere appetibili, di inventarsi cose straordinarie e chissà quale altro espediente possa immaginare un pedagogista di grido che teorizza sulla scuola; si tratta di essere uomini e donne degni di fede. Noi incarniamo la promessa che la fatica dello studente ha senso, produce frutto, non è vana e per questo il nostro sapere diventa desiderabile.

Non si può partire dall’estetica per poi arrivare alla vita, noi dobbiamo incarnare la potenza che la conoscenza ha esercitato nella nostra vita, i nostri corpi devono testimoniare la trasformazione che hanno subito e come sono stati plasmati dal sapere.