H&M: contano più i ‘like’ o i lavoratori?

5 maggio 2019: il profilo Instagram di H&M pubblica la foto di un nuovo costume da bagno. Dopo pochi giorni, questa raggiunge più di 880 mila like diventando la più apprezzata tra le oltre 350 postate nel solo 2019. La chiave di questo successo social sta nella modella scelta: Jill Megan Kortleve, 25enne in questione, non risponde alle forme stereotipate della moda ma con la sua fisicità normale interpreta un modello di Bodypositive, basato sull’accettazione di qualsiasi forma corpo e contro standard di bellezza irrealistici.
Due giorni dopo, in Svezia, si tiene l’Annual General Meeting di H&M. L’azienda nel 2013 ha promesso il rispetto degli stipendi minimi per 850mila lavoratori dell’abbigliamento entro il 2018. Ciò non è avvenuto e così la Clean Clothes Campaign, rete che si occupa del ‘miglioramento delle condizioni di lavoro e rafforzamento dei diritti dei lavoratori dell’industria della moda globale’ chiede, supportata da quasi 180mila firme, la creazione di un living wage fund, fondo per un salario minimo a favore dei lavoratori. Anche questo ha esito negativo.
H&M non conosce crisi, il report del trimestre dicembre 2018-febbraio 2019 mostra un incremento del fatturato del 10%. Il prezzo di questa continua crescita grava però sui lavoratori di questa grande macchina del fast-fashion.
È proprio la sopracitata Clean Clothes Campaign che nel settembre 2018 ha pubblicato la propria indagine sulle condizioni lavorative nelle fabbriche dove si producono le migliaia di vestiti che ogni giorno riempiono i negozi di tutto il mondo. I risultati ottenuti mostrano come in tutti i Paesi studiati (Bulgaria, Turchia, India, Cambogia) i livelli di salari dignitosi non vengono mai rispettati e spesso i lavoratori vivono al di sotto della soglia di povertà.
Un triste esempio è quello della Bulgaria dove i dipendenti, per ricevere uno stipendio accettabile, si trovano costretti a lavorare 12 ore al giorno, 7 giorni su 7 (44 ore di straordinari). In Turchia sia arriva a restare in fabbrica dalle otto di mattina a mezzanotte. L’attività sindacale è spesso repressa o fortemente osteggiata.
Ma perché accostare queste due notizie che in comune hanno solo lo stesso marchio? Il motivo è solo un invito ad una riflessione. Il successo della foto parla da sé, H&M è stato celebrato da giornali e siti come promotore di messaggi di accettazione e contro le discriminazioni in base alla taglia. Alla luce della politica di un’azienda che non permette a 850mila lavoratori di avere una vita dignitosa ci si chiede se non si tratti di una mera operazione di marketing, una facciata utile ad incrementare il fatturato di una delle industrie meno sostenibili del mondo.
La nota positiva è che le pubblicità inseguono le nuove tendenze. Il fatto che un messaggio di accettazione, che sempre più persone accolgono e condividono, sia considerato un ‘nuovo trend’ è un segnale senza dubbio rincuorante. Le realtà che non considerano l’acquirente un semplice portafoglio pronto a essere svuotato toccando i punti giusti esistono. Esistono brand che rispettano i lavoratori e promuovono idee inclusive e attente alla persona, basta saperli distinguere.

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