La cronaca dell’ingiustizia: “Furore” di John Steinbeck

Vi sono romanzi scritti con l’intento di rendere incandescenti le coscienze, di risvegliarci dal torpore mentale, di salvare il nostro intelletto dall’indifferenza. Molti di questi si trovano oggi nelle antologie scolastiche, vengono comunemente letti e possono vantare la denominazione di long seller, ma proprio per la natura pungolatrice che li caratterizza, questi malcapitati sono spesso incorsi nel velenoso meccanismo della censura, il quale ha diligentemente provveduto affinché i libri colpevoli potessero circolare senza suscitare inquietudine e preoccupazione negli animi benpensanti. Quando The grapes of wrath di John Steinbeck viene pubblicato, nel 1939, se ne comprende subito la portata sociologica e letteraria: il romanzo diviene immediatamente un best seller e già l’anno successivo ne viene tratta una memorabile pellicola cinematografica. Non tutto il mondo però si dimostra pronto ad accogliere un tale terremoto letterario, almeno non nella forma in cui viene offerto: un’opera di puro realismo, che narra senza troppi ricami gli schiaffi presi in faccia dalle vittime della Grande Depressione americana e che, per questo, lascia il giusto spazio a quegli slanci socialisteggianti che spontaneamente nascono da una classe troppo a lungo calpestata. Ovviamente l’Italia fascista non avrebbe mai permesso la circolazione di pagine tanto infuocate all’interno del regime, perciò Valentino Bompiani, che coraggiosamente, su consiglio di Elio Vittorini, decise di pubblicarne una traduzione italiana, dovette fare i conti con la censura. Il risultato fu un libro, Furore, che ben poco aveva a che fare con l’originale americano: deprivato delle sue parti più significative, quelle in cui il livello descrittivo si fa più tenace e crudo e il montare della rabbia degli sfollati crescente, così uno dei più bei romanzi di tutti i tempi è sopravvissuto fino al 2013, in questa forma monca, sanguinante in corrispondenza delle parti perdute. Una nuova traduzione integrale di Sergio Claudio Perroni, in quello stesso anno, ci ha riconsegnato, meglio tardi che mai, la versione originaria del testo di Steinbeck, ed è solo grazie a questa che oggi ne possiamo parlare con libertà e completezza.

Come facciamo a vivere senza le nostre vite? Come sapremo di  essere noi senza il nostro passato? No. Tocca lasciarlo qui. Bruciarlo.[…] E di colpo erano tutti nervosi. Dobbiamo sbrigarci a partire. Non possiamo aspettare. E ammucchiavano le cose in mezzo all’aia e gli davano fuoco. Stavano lì e le guardavano bruciare, e poi caricavano freneticamente i mezzi e andavano via, andavano via nella polvere. La polvere indugiava a lungo nell’aria dietro di loro.

Questo romanzo è un incendio, dalla prima all’ultima pagina. È il Vangelo degli oppressi, in tutto e per tutto, con una Sacra Famiglia costretta all’esilio da un potente prevaricatore. La pagina di Storia su cui Furore porta l’attenzione e scuote le coscienze è la tragica emigrazione di centinaia di migliaia di individui dall’Est all’Ovest degli Stati Uniti a seguito della Grande Crisi. Come un’impoverita e mortifera via della seta, la Route 66 si costella di auto scassate, camion sistemati alla bell’e meglio e altre vetture di fortuna, tutte cariche di famiglie di disperati in viaggio verso la Terra Promessa: la California. I Joad, protagonisti della vicenda, sono in realtà un solo tassello del mosaico monocolore in cui la povertà ha riunito tutti gli sventurati che, dall’Oklhaoma, Kentucky o Texas, si sono dovuti lasciare alle spalle un lavoro, una casa, una vita, per via della Grande Depressione e dell’acquisizione delle loro terre da parte delle banche, mostri imperscrutabili cui non ci si può opporre. Ma ben poca presa avrebbe questa triste vicenda senza la potentissima caratterizzazione dei personaggi, con cui Steinbeck, ispirandosi alle storie di individui da lui conosciute e documentate, crea una delle famiglie più memorabili della storia della letteratura: una madre leonessa e un padre ormai fiacco di spirito, un nonno e una nonna che sono tutti un battibecco, uno zio tormentato dai sensi di colpa, un ex predicatore ora votato alla ricerca di senso e sei figli diversissimi, tra cui spiccano Tom, protagonista tra i protagonisti, e Rose of Sharon, giovane latrice di una nuova vita.

Io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutt’i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito, be’… io sarò lì.

È una lettura che lascia la bocca amara, che fa sentire la necessità di alzarsi dalla sedia e fare qualcosa, che pianta nelle menti fertili piccoli semi di rabbia. Prendere questo romanzo come uno dei tanti che sono stati scritti significa non averne saputo cogliere il messaggio liberatorio e universale, leggere il Vangelo senza accorgersi che contiene la buona novella. In Furore, però, non c’è nessun redentore che viene a salvare l’uomo dalle sue sofferenze. C’è in compenso l’uomo in sé, con la sua buona novella che è tutta umana e fragile e ancora lontana, ma che già fa sentire i suoi palpiti: un’inedita prospettiva di solidarietà, una «social catena» di miseri che si dividono il peso dell’esistenza, che non intendono più soccombere alle ingiustizie. E a coronare questa volontà d’azione, una Natività nuova, in cui a essere cullata e a ricevere nuova linfa vitale è tutta la travagliata, infelice, prostrata umanità.

Un libro per: tutti, assolutamente tutti senza eccezioni.

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