Spider-Man Life Story #2: The Grand Parade Of Lifeless Packaging

Del primo numero di Spider-Man Life Story abbiamo parlato a fondo nel precedente articolo: la storia dell’Uomo Ragno che invecchia davvero ha raccolto i consensi di moltissimi lettori grazie al suo efficace debutto, ed è interessante come metà di questi siano stati messi in discussione dopo l’uscita del peculiare secondo episodio.

Chip Zdarsky raccoglie ciò che ha seminato nelle battute finali del primo capitolo per dar vita a quella che è, ora più visibilmente, una rielaborazione molto personale della mitologia del personaggio.

Ci troviamo nel 1977, al tramonto del decennio. In questa America reimmaginata dall’autore la guerra del Vietnam ancora persevera, attraverso un rimaneggiamento storico-politico che ricorda quanto fatto da Alan Moore nel suo Watchmen: mentre nel capolavoro del 1986 il conflitto trova una prematura quanto sanguinosa conclusione grazie all’abnegazione del Dottor Manhattan (di cui in questo numero troviamo anche una citazione visiva), qui la durata dello stesso viene prolungata dalle azioni di Capitan America, il quale, paradossalmente, ha agito affinché la guerra mietesse meno vite possibile.

Il paese, quindi, ancora sanguina, ma i giovani si sono stancati di gridare: l’America hippie è morta lungo la strada, da qualche parte, uccisa da Nixon e dall’eroina. Ciò che resta è una «grande parata di imballaggi senza vita», citando la canzone dei Genesis di Peter Gabriel, il cui messaggio di denuncia all’alienazione della classe operaia può essere esteso anche all’indolente disillusione della gioventù di ieri, quella che, scappando dalla crescita, le è distrattamente corsa incontro.

«I see no sign of free will», non c’è traccia del libero arbitrio.

È con queste premesse che ritroviamo i nostri protagonisti, il trentenne Peter Parker e sua moglie Gwen Stacy, mentre rendono omaggio alla tomba dell’amico Flash Thompson, deceduto in guerra.

I colori di Frank D’Armata diventano freddi, spenti, come la città che Zdarsky racconta. Gli sfondi semivuoti di Bagley aiutano il lettore ad afferrare l’idea di una New York che si nasconde, spesso in discoteca. Persino quest’ultima viene spogliata della sua veste ludica e vivace, simbolo di quegli anni, fungendo semplicemente da scenario per un’intensa conversazione fra due personaggi, in cui la musica non soffoca le grida e le luci psichedeliche non mascherano le lacrime. Un’atmosfera, insomma, drasticamente diversa dai dettami de La Febbre Del Sabato Sera, che proprio nel ’77 vede la sua uscita nelle sale.

Come nell’episodio precedente, l’immagine iconica dello Spider-Man eroico viene messa da parte a favore di un Peter Parker dalla morale tormentata. Buona parte del numero è composta da dibattiti di natura etica fra il protagonista ed il genio Reed Richards, l’ex Mister Fantastic dei non più esistenti Fantastici Quattro, riguardanti quale debba essere il ruolo del supereroe nella società contemporanea. Questo e altri momenti offrono una panoramica su personaggi classici in vesti inedite, che molto probabilmente getta le basi per diramazioni inaspettate della trama futura, ma la mitologia di Spider-Man deve avere tappe imprescindibili, e i 70 ne presentano una.

La morte di Gwen Stacy è stata indicata dagli storici come la fine della Silver Age of Comics, chiave della maturazione del personaggio di Spider-Man, fungendo da punto di partenza per una nuova era del personaggio, esattamente come la morte dello zio Ben fece alle sue origini.

A Chip Zdarsky spetta qui il difficile compito di raccontare nuovamente questa storia, a distanza di quasi cinquant’anni, mantenendone intatto il dramma ma eludendo il pericoloso effetto flashback, facilmente suscitabile da un’immagine così nitida nelle menti degli appassionati.
Se ci è riuscito è difficile da stabilire, siccome il risultato ha scontentato buona parte dei lettori, ma a molti altri, tra cui il sottoscritto, ha lasciato non pochi spunti di riflessione.

L’evento viene svestito di tutti i suoi elementi iconici: niente battaglia sul ponte, niente caduta, niente snap. Zdarsky sceglie di fondere la Morte di Gwen Stacy con la famigerata Saga del Clone, anch’essa, malgrado molti, storia cardine degli anni Settanta; in questa revisione, i protagonisti scoprono che lo scienziato Miles Warren custodiva in segreto tre cloni in animazione sospesa, tra cui uno di Gwen, che sarebbe poco dopo caduto vittima di un’esplosione. Warren, in preda al dolore, rivela che la Gwen nella vasca di stasi era in realtà l’originale, e che lui, folle d’amore, l’aveva rapita e ibernata, affinché rimanesse sempre con lui. In ascolto, sconvolti, vi sono Peter e sua moglie, il clone di Gwen.

Lo svolgimento della vicenda potrebbe risultare freddo, anche rapido, ma a parer mio vincente per più di un motivo. Il senso di colpa di Spider-Man, il quale nella storia classica dà accidentalmente all’amata il colpo di grazia, spezzandole il collo nel tentativo di salvarla da una caduta mortale, viene qui tradotto in una chiave inaspettata: «Quell’… quell’abominio!» sono le parole con cui Peter si riferisce ai cloni, prima di sapere la verità, spingendo inavvertitamente Harry Osborn, qui nuovo Goblin, a causare l’esplosione del laboratorio, a cui l’eroe assiste quasi con passività. Quando, subito dopo, viene spinto dall’ancora inconsapevole clone di Gwen a cercare di salvare i “creepy experiments”, “disgustosi esperimenti”, così appellati da Peter, a stento guarda il cadavere della donna che amava, trafitto dai pezzi del vetro che la incarcerava, per poi tornare da questo, scoperta la verità, per abbracciare tra le grida e le lacrime lo stesso corpo, il cui peso è ora differente.

Le implicazioni etiche sono persino di maggiore impatto rispetto alla storia classica: è giusto che la rivelazione sul cadavere faccia la differenza fra la noncuranza e il dolore? E il clone di Gwen? Il titolo di Peter Gabriel trova qui un’ancor più macabra lettura. D’altrone, la fabbrica descritta nella canzone non sforna forse esseri umani, confezionati su misura? «La Grande Parata Degli Imballaggi Senza Vita»: la donna che poco prima Peter avrebbe giurato di amare viene istantaneamente privata della sua identità e dei suoi affetti, nonostante potrebbe essere stata lei stessa, il clone, a farlo innamorare e ad unirsi a lui in matrimonio. La storia non ci dice in che momento avviene la sostituzione: forse due anni prima, forse cinque, forse nel 73, anno in cui La notte in cui morì Gwen Stacy viene pubblicata. In ogni caso, in entrambe le versioni alla donna viene negata la possibilità di dire addio all’amato, morendo inconsapevole di ciò che le accade, priva di sensi, ma se nella versione classica lo era da pochi minuti, nella storia di Zdarsky da chissà quanti anni.

Uno scenario che riesce a cogliere alla perfezione l’essenza del cinema distopico di fantascienza degli anni Settanta, quello de La Fuga Di Logan o di Westworld: disperato pessimismo, finale deprimente, la crescente paura verso il progresso e le corporazioni, cloni, e l’irrimediabile patto con il diavolo scientifico. Chip Zdarsky riesce ancora una volta a sposare abilmente la mitologia dell’Uomo Ragno con un sempre più vivo contesto storico e culturale, dando qui vita ad un vero e proprio fumetto di genere, coerente con gli anni raccontati.

Posatasi la polvere della tragedia, a condividere l’epilogo con Peter troviamo Mary Jane Watson, la quale viene brevemente introdotta all’inizio del numero. La resa del personaggio da parte di Zdarsky costituisce un altro elemento che ha incontrato lo scontento dei lettori, i quali accusano l’autore di aver caratterizzato in maniera impropria la mitica Rossa. Anche qui mi ritrovo a spezzare una lancia a favore dello scrittore, suggerendo una differente analisi: per anni MJ ha avuto come caratterizzazione quella della ragazza festaiola della porta accanto, superficiale, sicuramente raggiante ma lontana dalla natura compunta di Peter. La morte di Gwen Stacy segnò il momento in cui si decise a crescere quando, vedendo nel volto dell’amico un dolore più grande di quanto lei potesse immaginare, resistette all’impulso di scappare e gli restò accanto, dando inizio al processo di maturazione che, anni dopo, avrebbe permesso ai due di innamorarsi. Questo momento lo troviamo riproposto qui in maniera identica ma, a differenza della versione classica, Mary Jane ha trent’anni, e l’inizio della sua crescita arriva solo adesso. È quindi naturale che, restando immatura fino ad un’età così avanzata, con niente se non feste e costosi drink, il familiare sorriso si trasformi in rabbia, tristezza e grida di aiuto.

Una penna capace di parlare al lettore sia da dentro che da fuori la vignetta, attraverso un albo che ha saputo condensare in maniera soddisfacente un intero decennio, sia nelle influenze culturali che nella storia editoriale, descrivendo con la sua trentina di pagine una meravigliosa punta dell’iceberg, e lasciando che un sapiente non detto raccontasse tutto il resto. La curiosità, a questo punto, va tutta al terzo numero, il cui salto in avanti ci porterà nel cuore degli anni Ottanta: una riesumazione, quindi, della Dark Age of Comics.

Facebook
Instagram
YouTube
Twitter