“Pokémon: Detective Pikachu” di Rob Letterman. Bentornata infanzia

Me lo ricordo ancora quel Natale. Era il 2000. Avevo sette anni e aspettavo quel giorno da settimane. La notte della vigilia non riuscivo a prendere sonno dall’emozione. Avevo chiesto a Babbo Natale due cose: il Game Boy e Pokémon Blu. La serie televisiva anime era trasmessa da Italia Uno da diversi mesi ormai, ed io non mi perdevo neanche una puntata. Lo so, era Pokémon Rosso che andava per la maggiore, Charizard in copertina faceva gola a chiunque, ma lo aveva già il mio migliore amico, così optai per il Blu per poter fare gli scambi tra di noi.

Satoshi Tajiri, il creatore della serie dei videogiochi, ebbe l’idea prendendo spunto dal suo interesse di collezionare insetti: passatempo molto popolare tra i bambini giapponesi. Tuttavia, la crescente urbanizzazione ha fatto sì che il numero di insetti diminuisse sempre più, e che i bambini preferissero giocare in casa piuttosto che fuori all’aria aperta. Satoshi allora concepì l’idea di un videogioco che fosse basato sulla cattura di creature che assomigliassero a degli insetti. I bambini avrebbero potuto affezionarsi a loro, crearsi una propria squadra di Pokemon da utilizzare per le battaglie, dargli dei soprannomi personali, collezionarli e scambiarli con i propri amici.

La mia generazione ha vissuto in pieno tutto ciò, ed ecco perché, quando tre anni fa fu rilasciato il videogioco per smartphone Pokémon Go, era più facile vedere giocarci uno della mia età che un bambino. Ed è proprio su questo aspetto che si basa l’idea dello sviluppo di Pokémon: Detective Pikachu: colpire dritto al cuore la mia generazione e riuscire a catturare quella nuova. Non è un caso infatti, che alla proiezione del film alla quale sono stato, ci fosse una percentuale di pubblico adulto molto superiore a quella infantile.

Tim, interpretato da Justice Smith, è un ragazzo solitario che vive fuori città. Fa l’agente assicurativo e, a differenza di tutti gli altri, non ha nessun Pokémon al suo fianco. La sua vita sarà sconvolta da una chiamata che giunge dalla metropoli Ryme City. Suo padre, un detective privato che lavora in città, è deceduto durante un incidente stradale, anche se il corpo di Harry non è stato ritrovato e tutto fa pensare ad una scomparsa. Tim, giunto in città, incontrerà nell’appartamento del padre un esemplare di Pikachu molto particolare e insieme a lui si metterà alla ricerca del padre scomparso.

All’ingresso in sala mi hanno regalato un pacchetto di figurine dei Pokémon e tanto mi è bastato per tornare bambino in poco meno di due secondi. L’effetto nostalgia che si prova guardando il film è piacevole, ma mai esagerato: gli sceneggiatori sono stati bravi a coniugare il vecchio e il nuovo, creando qualcosa di diverso dalle aspettative iniziali dello spettatore. La pellicola non ha niente a che fare con i vecchi videogiochi o con la serie animata, anche se… verrà presa in considerazione ai fini della storia, e non vi dico altro. Ryme City è una metropoli dove Pokémon e umani vivono l’uno di fianco all’altro, aiutandosi a vicenda nella vita quotidiana. Nessun combattimento e nessun Pokémon rinchiuso in una Pokeball. Infatti è proprio quando Tim giunge in città che il film comincia a prendere slancio, dopo i primi dieci minuti non proprio convincenti. Il live action mi ha convinto, ma solo a metà: non tutti i Pokémon riescono ad essere visivamente interessanti, alcuni risultano essere quasi appiccicati sull’inquadratura, altri (e per fortuna la maggior parte) sono completamente integrati nella scena. Aggiungo che Pikachu doppiato dal grande Ryan Reynolds funziona benissimo.

Pokémon: Detective Pikachu è un film per gli adulti che hanno amato i giochi e la serie animata, ma anche per bambini. Se rientrate nella prima categoria come me, andate al cinema, così forse, per cento minuti, tornerete di nuovo bambini anche voi.

Voto: 6,5/10

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