Quel fascismo multiforme che ha più volti di Ulisse

L’Odissea s’apre con un bellissimo verso, quasi intraducibile in italiano

Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ (Ándra moi énnepe, Musa, polútropon, os mála pollà)

Musa, quell’uom di multiforme ingegno dimmi, che molto errò 

Interessante è soffermarsi sulla particolarità dell’aggettivo polútropon, su cui tanto ebbero a impegnarsi i traduttori dell’opera omerica: per Ippolito Pindemonte divenne il celeberrimo Ulisse «dal multiforme ingegno», mentre Giovanni Pascoli rese l’eroe greco «molt’agile». Ulisse, o meglio Odísseo, in fedele ossequio all’epiteto affibbiatogli da Omero assunse davvero mille forme nel corso della storia. Scioltosi ben presto dai vincoli dell’archetipo che lo volevano modello di eroe virtuoso o di retore ingannatore, Odísseo è indubbiamente diventato multiforme: e così abbiamo l’Ulisse playboy a bordo di uno yacht di Gozzano, l’Ulisse con la «barba posticcia» che si è stancato di recitare la parte dell’eroe in Alberto Savinio, o ancora il clochard milanese di Laura Pariani o il “fico” di Luciano De Crescenzo. Verrebbe da chiedersi, di fronte a tanta eterogeneità di sembianze e comportamenti, se si tratta del medesimo eroe cantato da Omero; la risposta credo sia da considerarsi affermativa, e ne abbiamo la conferma, ancora una volta, dall’origine, da quel polútropon in cui era già tutto rinchiuso. L’uomo dalle molte forme è sopravvissuto e ha saputo resistere nei millenni con sempre rinnovato aspetto, proprio in virtù della sua capacità di cambiare forma, di adattarsi al nuovo tempo e alle nuove circostanze che esso impone. Proprio la sua peculiare capacità di trasformarsi ha consentito a Ulisse di attraversare incolume i secoli, risultando sempre attuale perché capace di incarnare le diverse sensibilità: questo gli ha permesso di essere protagonista dei più vari romanzi e delle più disparate pièce teatrali del XX secolo, sempre diverso ma sempre uguale. Data la mia intenzione di voler individuare un legame tra la figura di Ulisse e il fascismo, consapevole di una certa arduità concettuale, mi affido, per iniziare, alle parole di Umberto Eco:

il Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: “Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!” Ahimè, la vita non è così facile. Il Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo.

(Umberto Eco, Il fascismo eterno, Milano, La nave di Teseo, 2017, pp. 49-50)

Sì, il fascismo è polútropon, «molt’agile e multiforme», novello Odísseo che ha superato le colonne d’Ercole del Novecento per approdare, naufrago in patria, con mutati panni ma con inalterato animo, alle soglie del XXI secolo. Il Fascismo con la “f” maiuscola (non casuale in Eco) non è un’entità morta, estinta, ma solo trasformata, riadattata ai nuovi tempi. L’errore forse più grave ravvisabile in buona parte del dibattito politico e pubblico è proprio quello di negarne l’esistenza, di non coglierne i segnali (d’altra parte, dopo essersi «turati il naso», agli italiani viene quasi automatico coprirsi anche gli occhi). Pensare che il Fascismo possa tornare in tutto e per tutto identico al se stesso del 1922, rinnovando meccanicamente modalità e situazioni, è profondamente ingenuo. Del resto Mussolini è morto, nessuna guerra è all’orizzonte, nessuna “marcia su Roma” è in programma e fortunatamente proclamazioni di stati d’assedio non sono all’ordine del giorno. Ma davvero questo può bastare a considerare anacronisticamente irrealizzabile la possibile ricomparsa del Fascismo? Davvero possiamo semplicisticamente ridurlo a un partito o a favorevoli condizioni storiche? E allora l’idea tutta gentiliana di “cultura fascista”, che avrebbe dovuto permeare la società tutta, andando a colorar di nero tutti gli aspetti della vita comunitaria? L’«Ur-Fascismo», sempre per citare Eco, è qualcosa di più, che non si è reincarnato nel piatto Achille sempre uguale a se stesso, ma nel multiforme Odísseo, a cui la dea Atena (ognuno, fuor di metafora, ci trovi la corrispondenza che reputa più appropriata) ha donato un aspetto più pulito e presentabile e abiti meno sgualciti, rendendo apparentemente più complicato il suo processo di riconoscimento. Eppure non è così difficile. Sarebbe sufficiente un po’ di intraprendenza e attento impegno per captare tutto il Fascismo che oggi, purtroppo, ci circonda. Il Fascismo ha assunto la forma del politico che indossa con visibile orgoglio e arroganza divise militari, salvo poi proteggersi dietro il Parlamento quando il timore di essere processato supera il coraggio di affrontare le leggi. Il Fascismo ha assunto la forma del disprezzo per il corpo altrui, quando la dignità dell’individuo (perché sì, lo stupratore in uno Stato di diritto deve essere trattato come tutti gli altri) viene calpestata da una bieca brama di vendetta. Il Fascismo lo vediamo negli slogan odierni, in quella «difesa sempre legittima» che non fa onore alle miriadi di lotte per ottenere una giustizia vera e non approssimativa. Lo vedo infine nelle sterili polemiche del 25 aprile, ingiustamente svilito, ridotto a uno scontro politico che rischia di trascurare quella che è stata invece una lotta per la Libertà, grazie alla quale, del resto, è possibile anche farsi sostenitori di tali polemiche.

Purtroppo però, se da una parte il mito omerico ci illumina e ci aiuta a comprendere più a fondo la vicenda contemporanea, dall’altra non manca di fornirci disillusioni: Ulisse, una volta tornato in patria trasformato dalla dea e dal lungo viaggio, fu riconosciuto solo da quelli che lo amavano, primi fra tutti il figlio Telemaco e il vecchio cane Argo, mentre i suoi avversari, i Proci, non si accorsero di lui e ne pagarono le conseguenze con la morte. Il Fascismo oggi viene sì riconosciuto, ma non tanto da coloro che vi si dovrebbero opporre, bensì dai suoi stessi sostenitori, circostanza che evidentemente non crea nessuna preoccupazione. La speranza è che non sia già troppo tardi, e che una certa ingenuità da “proci” non impedisca di trascurare quei sintomi e quei segnali che contribuiscono a far precipitare nel baratro la società. Se poi tutto questo discorso non fosse stato sufficiente per corroborare la mia ipotesi comparativa, basti sapere che l’epiteto che Alberto Savinio utilizza per chiamare il suo Ulisse e intitolare il suo dramma è, sardonicamente, “Capitano”.

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