Per quanto ancora vogliamo parlare di «letteratura femminile»?

Lo scorso marzo la casa editrice Einaudi ci ha deliziato con una nuova e accattivante uscita: I racconti delle donne, a cura di Annalena Benini, è una splendida e curiosa antologia che riunisce gli scritti di alcune tra le più brillanti autrici moderne e contemporanee. Virginia Woolf, Dorothy Parker, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Margaret Atwood e altre quindici agili penne disegnano quella che è la propria personale idea di donna. Quel «delle donne» che ritroviamo nel titolo va quindi ad assumere la valenza di genitivo soggettivo e oggettivo insieme: racconti scritti da donne per parlare di donne. Una volta riemersa dalle profondità di questo viaggio totalizzante, non potevo non trascinare a galla con me una riflessione che pagina dopo pagina incalzava sempre di più: è da considerarsi, questa, una lettura fruibile esclusivamente dal pubblico femminile?


Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. (Natalia Ginzburg)

La disparità di genere e tutte le implicazioni che essa comporta nella vita quotidiana sono in questi anni più che mai oggetto di dibattito e riconsiderazioni. Per fortuna, si direbbe. Quanto poi queste riconsiderazioni abbiano effetti concreti sui nostri comportamenti è un altro paio di maniche. Si spera, almeno, che un campo come la letteratura funga, nella continua discriminazione tra i due sessi, da tana, da porto sicuro, da terreno neutrale. D’altronde, una disciplina nata e pensata per parlare all’umanità tutta, per rivelare grandi verità, per divertire, offrire esperienze ed esempi che ciascuno può interiorizzare e fare propri, come può piegarsi al vile gioco delle distinzioni? Eppure lo fa, glielo facciamo fare, fregiandola dell’insegna “Non tutti i libri sono per tutti”. Mi guardo bene dall’includere nel discorso i gusti letterari, che sono sacrosanti e che ci rendono lettori maturi e capaci di scegliere, ma applicare alla letteratura le categorie di maschile e femminile è un atto anacronistico e abominevole. Pur tuttavia esso è una pratica tristemente diffusa, che vuol far passare per vero il debolissimo entimema “se il libro è stato scritto da una donna, allora è una lettura da donne” oppure “se il libro contiene una storia d’amore, allora va bene per le ragazze”. Non me la sento nemmeno di spendere parole per specificare che non tutte le donne cercano avventure passionali in ciò che leggono: voglio ritenerla una precisazione inutile perché universalmente riconosciuta. Ne userò invece per condannare la cattiva abitudine di dividere i libri tra maschili e femminili, prescindendo completamente dalle inclinazioni letterarie dell’individuo a favore dell’idea pregiudiziale che il gusto degli uomini e quello delle donne in fatto di libri siano irrimediabilmente discordi. Che sciocchezza, vero? Eppure questa è una realtà fattuale, di cui noi non siamo meno colpevoli dell’industria editoriale (pensiamo ad Harmony o Newton Compton), che si limita infatti a intercettare le tendenze del pubblico e tradurle in libri.


Scrivere di donne è un atto politico, perché significa prendersi cura di loro. E significa offrire agli uomini molte possibilità di comprensione, di divertimento e vicinanza a questa misteriosa e speciale parte dell’umanità

I racconti delle donne mi è sembrato l’esempio perfetto da opporre al ridicolo fenomeno distinzione di genere in letteratura. Mentre leggevo delle avventure e disavventure delle protagoniste, avvertivo immediatamente la potenza inclusiva di questo libro. La sua capacità di coinvolgimento non riguarda solo le donne, altrimenti ritorneremmo agli spiacevoli casi sopracitati. Il vero pregio di quest’antologia è anzi il fatto di risultare parimenti valida, necessaria e rivelatrice tanto per le donne quanto per gli uomini. La possibilità d’immedesimazione rimane straordinariamente aperta al pubblico di entrambi i sessi, senza precludere a nessuno la possibilità di rivedersi in questo o in quel personaggio. Quale esperienza di lettura è migliore di quella in cui ritroviamo noi stessi? Le scrittrici ci danno qui moltissime occasioni per riflettere su chi siamo e dove siamo diretti, per riconoscere i nostri difetti, per dare un volto ai nostri motivi di turbamento, attraverso il vissuto delle protagoniste. E il fatto che queste siano donne dovrebbe forse frenare l’immedesimazione del lettore maschio? Dovrebbe impedirgli il rispecchiamento in questa o quella situazione? Perché mai? Siamo esseri umani prima di essere donne e uomini. Virginia Woolf e le altre lo sapevano bene, per questo la loro letteratura è così meravigliosamente inclusiva, scritta per tutti e rivolta a tutti, il che è proprio dei grandi scrittori, uomini o donne che siano. Annalena Benini è molto accorta nella scelta delle autrici da «invitare alla sua festa» e dei testi con cui lasciar loro la parola: sono pagine di immensa «complessità e bellezza», che trasudano un’umanità pura, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, con il tedio, il dolore, la noia, l’entusiasmo e l’incertezza che ogni giorno la assediano. Cari lettori maschi, fatevi coraggio e prendete in mano Clarice Lispector, Marguerite Yourcenar ed Elsa Morante, perché le verità che hanno da dirci non valgono meno di quelle dei loro colleghi uomini. Smettiamola perciò di parlare di «letteratura femminile», perché è un’etichetta vecchia che, se usata, rischia solo di farci sembrare più sciocchi.

Un libro per: chi non è mai sazio dei casi dell’umana specie.